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  1. #76
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Non sono né vecchio (ancora) né saggio (e non lo diventerò mai, penso). Non sono filosofo (nel senso che la mia conoscenza della filosofia è approssimativa e basata su letture personali, non su un qualche corso sistemativo di studi).
    Per giunta, sono abbastanza irriverente nei confronti di qualunque pensatore, Nietzsche compreso, perché l'abitudine al lavoro di laboratorio mi ha "costruito" in modo tale da farmi ritenere che la conoscenza sia sempre provvisoria.
    Quindi non aspettatevi grandi considerazioni da me. Mi sembrate più capaci del sottoscritto di analizzare i pensatori e il loro pensiero.

    Però mi dispiace lo stesso vedere Char_Lie che trasforma Nietzsche in una specie di manifesto politico, o in un antesignano di quelle forme politiche, giuridiche, economiche, che non so se il filosofo avrebbe gradito.

    Non c'è, anche in questa contrapposizione, il senso di una tragicità dell'esistenza? Com'è che i tentativi di costruzione di un "mondo giusto" si sono risolti in un di più di ingiustizia? Pure, molti degli attori che hanno dato vita al capitalismo, al socialismo, alla democrazia, al liberalismo, lo hanno fatto mossi da sentimenti di giustizia, non di sopraffazione. Di libertà, non di costruzione di nuove prigioni. Eppure, sembra che in ogni liberazione sia incastonata la prigione successiva, in ogni promessa il suo tradimento.

    Solo narcisismo? Solo il residuo di un passato infantile che ci fa costantemente ricercare la soluzione finale e definitiva, quando sappiamo non ne esiste una? Eppure, filosofi o analisti che siate, freudiani, junghiani, bioenergetici, a qualunque corrente di pensiero apparteniamo, ognuno di noi ha nel fondo del cuore un progetto, un pensiero, una visione poetica, una visione politica. E nessuno di noi riesce a vedere cosa essa contenga d'altro, quali siano gli inevitabili "effetti collaterali" dei nostri sogni.

    "Perché il male che non volevo commettere, l'ho commesso. E il bene che avrei voluto fare, non l'ho fatto", credo dicesse Sant'Agostino nelle sue Confessioni. E non bastano analisi, analisti e riflessioni, non basta nemmeno l'esperienza della vita quotidiana. Ci ritrovamo, chi più chi meno, comunque incartati in questa contraddizione: di cercare il bene, e ottenerlo, ma sempre mescolato con altro.

    E' pur vero che Hannah Arendt sosteneva che il male non ha radici, e che richiede di essere ogni volta rinnovato. Sarà uno dei miei momenti di pessimismo, ma a volte, guardandomi attorno e dentro, mi pare che sia più resistente di quanto desidererei. E che, anche nella mia vita personale, Ombra e Luce non si possano separare tra di loro. Ma l'insegnamento dell'Ombra è duro e difficile, per quanto utile.

    Buona vita

    Guglielmo
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  2. #77
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Non sono né vecchio (ancora) né saggio (e non lo diventerò mai, penso). Non sono filosofo (nel senso che la mia conoscenza della filosofia è approssimativa e basata su letture personali, non su un qualche corso sistemativo di studi).
    Per giunta, sono abbastanza irriverente nei confronti di qualunque pensatore, Nietzsche compreso, perché l'abitudine al lavoro di laboratorio mi ha "costruito" in modo tale da farmi ritenere che la conoscenza sia sempre provvisoria.
    Quindi non aspettatevi grandi considerazioni da me. Mi sembrate più capaci del sottoscritto di analizzare i pensatori e il loro pensiero.

    Però mi dispiace lo stesso vedere Char_Lie che trasforma Nietzsche in una specie di manifesto politico, o in un antesignano di quelle forme politiche, giuridiche, economiche, che non so se il filosofo avrebbe gradito.

    Non c'è, anche in questa contrapposizione, il senso di una tragicità dell'esistenza? Com'è che i tentativi di costruzione di un "mondo giusto" si sono risolti in un di più di ingiustizia? Pure, molti degli attori che hanno dato vita al capitalismo, al socialismo, alla democrazia, al liberalismo, lo hanno fatto mossi da sentimenti di giustizia, non di sopraffazione. Di libertà, non di costruzione di nuove prigioni. Eppure, sembra che in ogni liberazione sia incastonata la prigione successiva, in ogni promessa il suo tradimento.

    Solo narcisismo? Solo il residuo di un passato infantile che ci fa costantemente ricercare la soluzione finale e definitiva, quando sappiamo non ne esiste una? Eppure, filosofi o analisti che siate, freudiani, junghiani, bioenergetici, a qualunque corrente di pensiero apparteniamo, ognuno di noi ha nel fondo del cuore un progetto, un pensiero, una visione poetica, una visione politica. E nessuno di noi riesce a vedere cosa essa contenga d'altro, quali siano gli inevitabili "effetti collaterali" dei nostri sogni.

    "Perché il male che non volevo commettere, l'ho commesso. E il bene che avrei voluto fare, non l'ho fatto", credo dicesse Sant'Agostino nelle sue Confessioni. E non bastano analisi, analisti e riflessioni, non basta nemmeno l'esperienza della vita quotidiana. Ci ritrovamo, chi più chi meno, comunque incartati in questa contraddizione: di cercare il bene, e ottenerlo, ma sempre mescolato con altro.

    E' pur vero che Hannah Arendt sosteneva che il male non ha radici, e che richiede di essere ogni volta rinnovato. Sarà uno dei miei momenti di pessimismo, ma a volte, guardandomi attorno e dentro, mi pare che sia più resistente di quanto desidererei. E che, anche nella mia vita personale, Ombra e Luce non si possano separare tra di loro. Ma l'insegnamento dell'Ombra è duro e difficile, per quanto utile.

    Buona vita

    Guglielmo

    Mi sembri molto più filosofo, nel senso anche ampio che mi sembri attribuirgli e riverente o rispettoso (non so se nelle intenzioni c'era, come suppongo) di altri e con quel tocco di poesia che non guasta mai, anche per evocare una certa riflessione, pur sperando di non diventare mai e soprattutto in anticipo, dei vecchi "saggi", una delle forme più "piatte" dei veri problemi umani. Al di là di qualsiasi orientamento teorico psicologico o filosofico.
    Gaia

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  3. #78
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Tutti fanno parte di qualche gregge, nessuno è così unico da non possedere qualche proprietà in comune con qualche altro: ma quali sono i greggi di cui parlava Nietzsche? Nella prima parte del suo testo attaccava il movimento democratico indicandolo come una forma di decadenza che causa la mediocrità, non mi sembra che abbia attaccato gli altri sistemi politici.
    Riporto di nuovo quel che ha scritto

    Noi , che abbiamo un’altra fede – noi, per i quali il movimento democratico non è solo una forma di decadenza dell’organizzazione politica ma una forma di decadenza e cioè di riduzione dell’uomo, un suo diventare mediocre e perdere di valore: dove dobbiamo rivolgerci noi, con le nostre speranze?

    Dove rivolgersi con queste speranze se non verso un qualche sistema basato sulla forza in cui un gegge è dominato da un mini-gregge di "spiriti liberi" ai quali Nietzsche si rivolge con quel "Noi"?

    ...
    Comunque non ho riportato la seconda parte del frammento perché ieri son dovuto uscire urgentemente. Avrei voluto riportare anche altro, in ogni caso i libri sono disponibili in libreria, per chiunque sia curioso di farsi un'idea sua.

    Quel che mi dà fastidio è che io passo sempre per quello che dice stupidaggini, certo che se le traduzioni dal tedesco son sbagliate o sono false le biografie riportate nei libri, io questo non posso saperlo.

    Un saluto

    Un saluto a te, Char_Lie

    Tutti fanno parte di qualche gruppo. Ma, come dicevano dei miei amici argentini nel periodo della dittatura di Videla, "El pueblo no es ovejo" (le persone non sono pecore). E lo dicevano parlando di conoscenti che tacevano e di altri che lottavano, e anche di alcuni che scomparivano. Nel momento in cui sostieni che "tutti fanno parte di qualche gregge", automaticamente ti inserisci in un gregge. Allora, se è così, perché prendersela con altre greggi? Qual'è la differenza tra un gregge "democratico" ed un altro? Le pecore finiscono comunque arrosto...

    La "democrazia" comporta una serie di dilemmi, di compiti impossibili, di contraddizioni che la rendono, di fatto, un sistema non realizzabile, esattamente come altri. Sono stati studiati da Robert Dahl nel suo splendido: "La democrazia ed i suoi critici" (La democrazia e i suoi critici Dahl Robert A.).

    Cito da wikipedia:
    La prima critica che si fa alla democrazia è il paradosso insito in se stessa, ovvero se la maggioranza delle persone desiderasse un governo antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere. Tuttavia se si opponesse cesserebbe di essere democrazia in quanto andrebbe contro alla volontà della maggioranza. Quindi in pratica la democrazia non può esistere, è solo una teoria utopica. Un esempio di questo tipo è quello di un Paese a maggioranza islamica nel quale un partito porta i leader religiosi al potere, disconosce la laicità dello Stato, e desidera instaurare una teocrazia; oppure di un orientamento politico che rifiuta la Costituzione e di indire nuove elezioni democratiche.
    Vedi anche: Paradosso di Condorcet - Wikipedia

    Teorema dell'impossibilità di Arrow - Wikipedia

    tragicità?

    Buona vita

    Guglielmo
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  4. #79
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    E che, anche nella mia vita personale, Ombra e Luce non si possano separare tra di loro. Ma l'insegnamento dell'Ombra è duro e difficile, per quanto utile.

    Buona vita

    Guglielmo
    Questa discussione finirà col toccare, e me ne rallegro, tutti quei temi che, messi da parte dalla nostra coscienza diurna di ricercatori e appartenenti a scuole disparate, riemergono nell'oscurità di tutte le nostre notti. E come quando spazzoliamo via un pò di polvere dalle spalle, cosa resta di essenziale? In quale dilemma si dibatte l'anima di ognuno? Willy ha citato ottimi esempi. Credo in poche domande essenziali comunque. Da questo punto di vista sembra quasi inverosimile che una certa psicologia ufficiale abbia reciso i propri contatti con la Morte. Non sarò mai persuaso del contrario: le nevrosi, sotto una scorza dura, nascondono le strutture fondamentali dell'esistenza e le loro contraddizioni: essere e non-essere, possibilità e morte, angoscia e cura. Non ho mai pensato che tutto ciò potesse in qualche modo far parte di una tecnica psicoterapeutica e ciò che oggi è chiamato ''counseling filosofico'' non è che l'ennesima trasformazione manipolativa a cui siamo abituati ad assistere, soprattutto in ambito anglosassone. In vero, non si tratta di un ''orientamento'' tecnico; piuttosto di un ''atteggiamento'': se sospendiamo tutti i nostri giudizi su di noi e sul paziente ciò che rimane invariato sono le suddette strutture trascendentali dell'ex-sistere (venir-fuori) umano. A cosa questo atteggiamento miri non lo so. So soltanto che ogni bravo analista o psicoterapeuta ha avuto a cuore (consciamente o no) questa sospensione del giudizio. Ma tralascio questo argomento.
    Ricordo di un conoscente che venne a parlarmi. Da tempo aveva iniziato a soffrire di attacchi di panico veramente dirompenti. Domandai quale fosse il ''contesto'' che stava a cuore alla sua reazione panica e mi rispose che, ogni notte, un pensiero era solito insinuarsi nel procedere 'normale' degli stessi. Questo pensiero era di ordine ''cosmico'': pensava alla terra quale puntolino nell'universo infinito e poi ai singoli uomini quali granelli di sabbia in balia delle forze oscure del cosmo. Questa 'immagine' lo rendeva triste e scatenava una reazione vegetativa di notevole impatto. I suoi studi di biologia lo convincevano sempre di più che ''non c'è nessun senso da percorrere''. Un punto nell'universo che attende, obnubilato dalla superficialità delle cose quotidiane, la sua fine. Questa immagine abissale trascina con se sentimenti oceanici: il nostro piccolo muro interno viene così ad essere violentato dalla potenza di flutti incomprensibili. Questa persona era in analisi da tempo, ma da relativamente poco si era verificato il disturbo di panico con le modalità suddette. Mi risolsi a chiedere cosa mai ne pensasse la sua analista: era convinta che la paura 'cosmica' fosse in realtà una paura di ordine inferiore riferibile al contesto familiare e agli eventi che avevano segnato la sua infanzia e giovinezza. Come ho detto, questa persona era in analisi già da parecchi anni e aveva sviluppato una buona capacità di integrazione dei contenuti inconsci e tutto sommato aveva una vita soddisfacente. Mi rispose inoltre che tutte le interpretazioni non erano per lui sbagliate e che le ascoltava sempre con vivo interesse...ma questa volta era diverso: sapeva che le sue visioni notturne possedevano qualcosa in più, non suscettibile di spiegazione causale. Potevano si avere una ben determinata origine ma il punto era, ormai, un'altro: quale è la risposta a questa domanda? Quale il senso di questo domandare? Se siamo in balia di forze e volontà oscure o se solo per caso ci troviamo gettati in un punto indefinibile dell'universo non c'è nessun senso da percorrere.
    Questo racconto è un esempio di come le strutture fondamentali dello 'stare al mondo' sono irrimediabilmente insinuate in ogni angolo dell'anima normale e nevrotica. E' mio convincimento personale che qui non serve più a nulla dibattersi in interpretazioni, analisi e sintesi giacchè qui si trema, si pulsa verso dimensioni 'collettive' e 'arcaiche' della nostra natura. Venni a sapere in seguito che aveva iniziato ad interessarsi ''seriamente'' delle faccende dello ''spirito'' e che ''sentiva'', ora, la necessità di visitare, per così dire, le nostre Chiese. Lì aveva probabilmente trovato la pace che cercava. Non conosco altri sviluppi ma è certo che oggi, nel nostro tempo, il 'grande rimosso' si costituisce di elementi 'sacrali': la ''domanda'' è il vero rimosso oggi. E con essa tutte quelle forme di pensiero pre-scientifico che l'uomo si era costruite quali dimore per accogliere l'anima nelle stagioni del suo dibattersi. La cosiddetta 'psicopatia' giovanile oggi non è che la superficie visibile di una siffatta ''mancanza'': ''teste vuote'' disse qualcuno, e con malcelata paura. Il vuoto è oggi la configurazione essenziale che fa da sfondo al brulichio fastidioso di quanti hanno smarrito non solo se stessi, ma anche la propria piu intima natura. La ''domanda'' è il tratto fondamentale dell'uomo che delinea quell'eterno 'venir-fuori', quell'autotrascendersi quale perenne ricerca nel divenire delle opposizioni. Ma cos'è che rappresenta il massimo pericolo? L'estinguersi delle 'risposte' o l'annullamento delle 'domande'? L'inconscio è oggi popolato da figure diafane quali frutto della più grande tra le rimozioni: il diniego si esercita sulle domande perchè la ''domanda'' ha assunto i caratteri del ''perturbante''. Tutto ciò viene ad essere incorniciato da palesi fatti: politiche del ''fare'', psicoterapie del ''fare'', filosofie del ''fare'' ecc. Ma, ripeto, che si siano estinte le 'risposte' non è fondamentale; il 'tremendo' è che si estingua totalmente la possibilità del ''domandare''. Un domandare che ha un senso di per sè, un domandare che non vuole a tutti i costi ''fare'' o ''servire'' ma solo procedere. Come a dire che la risposta è già nella travolgente domanda, nel suo costituirsi e farsi perenne. Chiudo citando taluni versi di Heidegger che mi pare evochino superbamente quanto ho tentato, banalmente, di dire:

    ''Ogni coraggio dal profondo dell’anima
    è l’eco di uno stupore per l’essere
    e raccoglie il nostro pensare nel gioco del mondo.
    Nel pensiero ogni cosa accade in solitudine
    e distesa nel tempo.
    È nella longanimità che si alimenta
    ciò che è magnanimo.
    Colui che nella grandezza pensa,
    nella grandezza è costretto ad errare.''


    Mi scuso in anticipo per la lunghezza del post e vi saluto con gratitudine.

    Luigi

  5. #80
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Non per contraddirti il tuo bel post Luigi, ma l'uomo si pone domande fin dalla notte dei tempi, altrimenti non avremmo avuto tante opere come la Genesi, la Bibbia, il Vangelo della stessa, i Vangeli apografi, il Corano con le Sure e le Tore ed il pellegrinasggio di Medina e a La Mecca; religioni come l'induista o, ancora quella Buddista e la teoria della Reincarnazione, né l'esistenza, a tutt'oggi, in alcuni popoli di un pensiero che chiamiamo pre - logico, domandoci quando lo stesso si presenta alla nostra osservazione perennemente "Come e perché", oltre al "Cosa", ad es. "fare", che ha più connotazioni, non solo dispregiative perché tipiche di una cultura da alcuni disprezzata perché distruttiva. D'altronde, se torniamo ancora indietro disecoli, ben prima di Heiddeger, per domandarsi, da un uomo in crisi, fu scritta una bellissima Opera letteraria, La Divina Commedia, rimasta nella memoria collettiva di tutti e spesso assunta a metafora per indicare il viaggio umano doloroso anche nei più oscuri labirinti - e qui, spesso, si potrebbe fare riferimento all'opera "Il Minotauto" di Picasso"- o gironi ma anche che c'é una via d'uscita. Spesso la risorsa é proprio nel vederla, per evitare ciò spesso, si preferisce un ossessivo chiedersi, come fosse - non che non sia importante- l'unica posizione da assumere nel mondo, cioé il non scegliere, tirando in barca i remi prima del tempo.

    Saluti
    Gaia

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  6. #81
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Questa discussione finirà col toccare, e me ne rallegro, tutti quei temi che, messi da parte dalla nostra coscienza diurna di ricercatori e appartenenti a scuole disparate, riemergono nell'oscurità di tutte le nostre notti. E come quando spazzoliamo via un pò di polvere dalle spalle, cosa resta di essenziale? In quale dilemma si dibatte l'anima di ognuno? Willy ha citato ottimi esempi. Credo in poche domande essenziali comunque. Da questo punto di vista sembra quasi inverosimile che una certa psicologia ufficiale abbia reciso i propri contatti con la Morte. Non sarò mai persuaso del contrario: le nevrosi, sotto una scorza dura, nascondono le strutture fondamentali dell'esistenza e le loro contraddizioni: essere e non-essere, possibilità e morte, angoscia e cura. Non ho mai pensato che tutto ciò potesse in qualche modo far parte di una tecnica psicoterapeutica e ciò che oggi è chiamato ''counseling filosofico'' non è che l'ennesima trasformazione manipolativa a cui siamo abituati ad assistere, soprattutto in ambito anglosassone. In vero, non si tratta di un ''orientamento'' tecnico; piuttosto di un ''atteggiamento'': se sospendiamo tutti i nostri giudizi su di noi e sul paziente ciò che rimane invariato sono le suddette strutture trascendentali dell'ex-sistere (venir-fuori) umano. A cosa questo atteggiamento miri non lo so. So soltanto che ogni bravo analista o psicoterapeuta ha avuto a cuore (consciamente o no) questa sospensione del giudizio. Ma tralascio questo argomento.
    Ricordo di un conoscente che venne a parlarmi. Da tempo aveva iniziato a soffrire di attacchi di panico veramente dirompenti. Domandai quale fosse il ''contesto'' che stava a cuore alla sua reazione panica e mi rispose che, ogni notte, un pensiero era solito insinuarsi nel procedere 'normale' degli stessi. Questo pensiero era di ordine ''cosmico'': pensava alla terra quale puntolino nell'universo infinito e poi ai singoli uomini quali granelli di sabbia in balia delle forze oscure del cosmo. Questa 'immagine' lo rendeva triste e scatenava una reazione vegetativa di notevole impatto. I suoi studi di biologia lo convincevano sempre di più che ''non c'è nessun senso da percorrere''. Un punto nell'universo che attende, obnubilato dalla superficialità delle cose quotidiane, la sua fine. Questa immagine abissale trascina con se sentimenti oceanici: il nostro piccolo muro interno viene così ad essere violentato dalla potenza di flutti incomprensibili. Questa persona era in analisi da tempo, ma da relativamente poco si era verificato il disturbo di panico con le modalità suddette. Mi risolsi a chiedere cosa mai ne pensasse la sua analista: era convinta che la paura 'cosmica' fosse in realtà una paura di ordine inferiore riferibile al contesto familiare e agli eventi che avevano segnato la sua infanzia e giovinezza. Come ho detto, questa persona era in analisi già da parecchi anni e aveva sviluppato una buona capacità di integrazione dei contenuti inconsci e tutto sommato aveva una vita soddisfacente. Mi rispose inoltre che tutte le interpretazioni non erano per lui sbagliate e che le ascoltava sempre con vivo interesse...ma questa volta era diverso: sapeva che le sue visioni notturne possedevano qualcosa in più, non suscettibile di spiegazione causale. Potevano si avere una ben determinata origine ma il punto era, ormai, un'altro: quale è la risposta a questa domanda? Quale il senso di questo domandare? Se siamo in balia di forze e volontà oscure o se solo per caso ci troviamo gettati in un punto indefinibile dell'universo non c'è nessun senso da percorrere.
    Questo racconto è un esempio di come le strutture fondamentali dello 'stare al mondo' sono irrimediabilmente insinuate in ogni angolo dell'anima normale e nevrotica. E' mio convincimento personale che qui non serve più a nulla dibattersi in interpretazioni, analisi e sintesi giacchè qui si trema, si pulsa verso dimensioni 'collettive' e 'arcaiche' della nostra natura. Venni a sapere in seguito che aveva iniziato ad interessarsi ''seriamente'' delle faccende dello ''spirito'' e che ''sentiva'', ora, la necessità di visitare, per così dire, le nostre Chiese. Lì aveva probabilmente trovato la pace che cercava. Non conosco altri sviluppi ma è certo che oggi, nel nostro tempo, il 'grande rimosso' si costituisce di elementi 'sacrali': la ''domanda'' è il vero rimosso oggi. E con essa tutte quelle forme di pensiero pre-scientifico che l'uomo si era costruite quali dimore per accogliere l'anima nelle stagioni del suo dibattersi. La cosiddetta 'psicopatia' giovanile oggi non è che la superficie visibile di una siffatta ''mancanza'': ''teste vuote'' disse qualcuno, e con malcelata paura. Il vuoto è oggi la configurazione essenziale che fa da sfondo al brulichio fastidioso di quanti hanno smarrito non solo se stessi, ma anche la propria piu intima natura. La ''domanda'' è il tratto fondamentale dell'uomo che delinea quell'eterno 'venir-fuori', quell'autotrascendersi quale perenne ricerca nel divenire delle opposizioni. Ma cos'è che rappresenta il massimo pericolo? L'estinguersi delle 'risposte' o l'annullamento delle 'domande'? L'inconscio è oggi popolato da figure diafane quali frutto della più grande tra le rimozioni: il diniego si esercita sulle domande perchè la ''domanda'' ha assunto i caratteri del ''perturbante''. Tutto ciò viene ad essere incorniciato da palesi fatti: politiche del ''fare'', psicoterapie del ''fare'', filosofie del ''fare'' ecc. Ma, ripeto, che si siano estinte le 'risposte' non è fondamentale; il 'tremendo' è che si estingua totalmente la possibilità del ''domandare''. Un domandare che ha un senso di per sè, un domandare che non vuole a tutti i costi ''fare'' o ''servire'' ma solo procedere. Come a dire che la risposta è già nella travolgente domanda, nel suo costituirsi e farsi perenne. Chiudo citando taluni versi di Heidegger che mi pare evochino superbamente quanto ho tentato, banalmente, di dire:

    ''Ogni coraggio dal profondo dell’anima
    è l’eco di uno stupore per l’essere
    e raccoglie il nostro pensare nel gioco del mondo.
    Nel pensiero ogni cosa accade in solitudine
    e distesa nel tempo.
    È nella longanimità che si alimenta
    ciò che è magnanimo.
    Colui che nella grandezza pensa,
    nella grandezza è costretto ad errare.''


    Mi scuso in anticipo per la lunghezza del post e vi saluto con gratitudine.

    Luigi
    inutile dire ancora una volta che sei difficile da leggere, ma ritengo che sia una condizione tipica delle letture di tipo mistico/filosofiche. per questo non credo sia necessario giudicarti se non in modo veloce, per non parlare dell'analizzare e chiedere spiegazione su la maggiorparte dei tuoi passaggi. il linguaggio sui grandi sistemi non può che essere il massimo grado di indecidibilità, per cui tutto può essere e non essere. non sono argomenti al più che mi interessano.

    ma alcune domande rimangono sempre a riecheggiare quando ti leggo (ammetto che è difficile arrivare sino in fondo ai tuoi discorsi/mitici):

    1)ritieni allora che il livello organizzativo autriflessivo della coscienza (la forma creativa maggiore dell'uomo) sia poco interessante nei confronti del cosidetto "inconscio" (ma perchè mai dover rinviare a qualcosa di altro e archetipico, quindi più difficile ancora da comprendere, quando abbiamo noi stessi, con la nostra storia familiare, le nostre emozioni e relazioni ect ect?)

    2)davvero la causalità la ritieni così pericolosa o quasi inutile come classica attività mentale i cui effetti pratici sono incredibilmente eccezionali? (salvo poi chiarire che se aggiungiamo il termine "reciprocità" a causalità, abbiamo una visione più ricca del concetto stesso)

    3)pragmaticamente parlando (spiacente, sono un po' anglosassone, scozzese): ha una marcia in più chi si riconosce in un dispositivo filosofico (correggimi, sono molto sintetico), in un atteggiamento filosofico? perchè mai?
    faccio un esempio: un paziente probabilmente ha più capacità di instaurare una relazione collaborativa con un giovane analista che non sa un'acca di filosofia che con un vecchio saggio analista, per il semplice fatto che in questo esempio nella sua formazione familiare (etologica) i tratti espressivi del giovane sono più rassicuranti di quello del vecchio analista. studiare un po' di etologia forse aiuterebbemeglio a fare lo psicologo in una relazione difficile quale è quella terapeutica, ad esempio.

    naturalmente il tuo discorso e gli argomenti adottati sono molto più larghi, filosofici, ideologici, poetici, che poco rinviavano a specifiche domande tecniche e di natura più propriamente epistemologica.
    ma sono come detto, un po' anglosassone.

    ciaz.

  7. #82
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da francesca
    lo scopo di una psicoterapia non è quello di portare il paziente ad un impossibile stato di felicità, bensì di insegnarli a raggiungere stabilità e pazienza filosofica nel sopportare il dolore."
    Volevo rispondere ancora riguardo a Nietzsche ma non voglio andare nemmeno io OT, per ora io continuo a non essere così convinto riguardo al valore di quel che ha scritto.
    Se il problema è rappresentato dal dolore e non dalla sua sopportazione (tanto in un modo o nell'altro questo lo si subisce) non si danno risposte ad alcuna domanda che ci sta veramente a cuore.
    Il male per me non ha nulla da insegnarci, è soltanto qualcosa che è qui presente, ma questo esser qui non gli dà un valore positivo. Per quanto il male possa essere presente continuerò a seguire il mio istinto che lo separa dal bene. Se c'è una cura ne usufruirò, ma non voglio mettermi a giocare con queste categorie trasformando un male in un bene, come suggerisce Willy, cercando nel male (l'ombra) chissà quale insegnamento o utilità.
    Certo, raccontarsi che un pugno nello stomaco rafforzi o ci insegni qualcosa è consolatorio, ma secondo me non aiuta più di tanto.

  8. #83
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    ....
    Se il problema è rappresentato dal dolore e non dalla sua sopportazione (tanto in un modo o nell'altro questo lo si subisce) non si danno risposte ad alcuna domanda che ci sta veramente a cuore.
    Il male per me non ha nulla da insegnarci, è soltanto qualcosa che è qui presente, ma questo esser qui non gli dà un valore positivo. Per quanto il male possa essere presente continuerò a seguire il mio istinto che lo separa dal bene. Se c'è una cura ne usufruirò, ma non voglio mettermi a giocare con queste categorie trasformando un male in un bene, come suggerisce Willy, cercando nel male (l'ombra) chissà quale insegnamento o utilità.
    Certo, raccontarsi che un pugno nello stomaco rafforzi o ci insegni qualcosa è consolatorio, ma secondo me non aiuta più di tanto.
    Aspetta, Char_Lie. Perché a me non pareva di aver detto una cosa del genere. L'Ombra non è il male. Semmai, dal mio punto di vista, è ll'illudersi che sia così facile separare il bene dal male. Dividere l'esperienza.

    In fondo, anche il sacrificio (sacrum facere) implica l'uccisione...

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  9. #84
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    L'Ombra, semplificando, sono parti più oscure a noi stessi nelle quali si trovano determinate spinte anche trasformative, se ben integrate anche con il bene e funzionalmente, utili allo sviluppo. Anche se le chiamiamo in un altro modo. A prescindere dalla filosofia e, qui, naturalmente, da N.
    Sia tu, Char_lie, nel tuo voler usufruire di qualcosa di utile per star meglio, né Willy, nel parlare di difficoltà di separarli, avete detto secondo me, delle cavolate, anzi. Solo che appunto, a volte, per riuscirci ci vuole sacrificio personale, l'elaborazione di parti di vita e di sé non ben chiare e disturbanti; anche se il sacrificio dovrebbe esere proporzionale alle forze o ad aumentarne poi la loro portata, per non vanificarlo.
    Gaia

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  10. #85
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    inutile dire ancora una volta che sei difficile da leggere, ma ritengo che sia una condizione tipica delle letture di tipo mistico/filosofiche. per questo non credo sia necessario giudicarti se non in modo veloce, per non parlare dell'analizzare e chiedere spiegazione su la maggiorparte dei tuoi passaggi. il linguaggio sui grandi sistemi non può che essere il massimo grado di indecidibilità, per cui tutto può essere e non essere. non sono argomenti al più che mi interessano.

    ma alcune domande rimangono sempre a riecheggiare quando ti leggo (ammetto che è difficile arrivare sino in fondo ai tuoi discorsi/mitici):

    1)ritieni allora che il livello organizzativo autriflessivo della coscienza (la forma creativa maggiore dell'uomo) sia poco interessante nei confronti del cosidetto "inconscio" (ma perchè mai dover rinviare a qualcosa di altro e archetipico, quindi più difficile ancora da comprendere, quando abbiamo noi stessi, con la nostra storia familiare, le nostre emozioni e relazioni ect ect?)

    2)davvero la causalità la ritieni così pericolosa o quasi inutile come classica attività mentale i cui effetti pratici sono incredibilmente eccezionali? (salvo poi chiarire che se aggiungiamo il termine "reciprocità" a causalità, abbiamo una visione più ricca del concetto stesso)

    3)pragmaticamente parlando (spiacente, sono un po' anglosassone, scozzese): ha una marcia in più chi si riconosce in un dispositivo filosofico (correggimi, sono molto sintetico), in un atteggiamento filosofico? perchè mai?

    Intanto ti saluto e mi scuso se talvolta posso risultare 'difficile'.
    In ogni caso cerco di rispondere brevemente alle tue domande:

    1) Proprio per questa impostazione ''fenomenologica'' ritengo che la coscienza sia molto importante! Ho parlato infatti di 'sospensione del giudizio' riferendomi proprio alla necessità di ''guardare'' ciò che si offre nel qui ed ora, ciò che mi è alla mano: in questo caso proprio la globalità del paziente e come essa si articola fra le strutture che avevo citato; e che rimangono sullo sfondo del clinico sempre; a ricordargli che è ''vero'' ciò di cui facciamo esperienza: nel nostro caso il mondo del paziente del quale, irrimediabilmente, facciamo parte anche noi. Detto questo, una specifica impostazione teorico-clinica non deve per forza entrare in contrasto con queste evidenze fondamentali (purchè vi siano delle integrazioni teoretiche notevoli): utilizzo il concetto di Inconscio talvolta in maniera volutamente ambigua; ma proprio per delle esigenze 'sdogananti' rispetto a qualsiasi prigionia teorica.

    2)Non ritengo affatto la causalità pericolosa: è un ottimo strumento per districarsi nell'enigma del mondo. Ciò detto mi pare patetico abbandonarsi 'totalmente' alla 'causalità' sia per i motivi suddetti (il paziente non si lascerà mai ''causalizzare'') e sia per motivi teoretici che non posso ora esplicare.

    3)La filosofia ha avuto a che fare con tutti i problemi che la psicopatologia pone in essere: la schizofrenia potrebbe rappresentare ad esempio una vulnerabilità rispetto al ''sensus communis'' (Aristotele), alla 'sintonizzazione' tacita (fenomenologia)...il typus melancholicus pone in essere il problema della 'colpa' (problema morale per eccellenza); una vasta gamma di disturbi presentano variazioni dell'umore, dell'intenzionalità, dell'emozione: ci sono precisi quadri di riferimento filosofici per la definizione di questi concetti, anche in ambito più strettamente anglosassone (cito le personalità di cui mi sono occupato: Searle e Austin, Wittgenstein ecc.).
    Questo potrebbe essere un esempio da applicare in sede 'descrittiva': se abbiamo a che fare con i disturbi della coscienza di sè e non si conosce la letteratura sull'intenzionalità dove potremmo arrivare mai? C'è tuttora un vasto movimento psichiatrico internazionale che lavora in tal senso. So bene che la psicoterapia è questione altra rispetto alla 'descrittiva' ma, ripeto ancora, si tratta di un ''atteggiamento'' o di un ''metodo di lavoro'' e non di un ''intervento''. Per quanto mi riguarda tutto ciò rispecchia il mio modo di considerare le cose e la scienza: non riesco a vedere barriere troppo dure e la mia prima formazione filosofica mi spinge, per forza di cose, nella direzione che vedi.

    Cito un passo a proposito della tua ultima domanda (sempre tenendo presente quanto detto prima) che mi pare riassuma un certo atteggiamento in quella che definiamo 'psicopatologia fenomenologica' (nulla di nuovo giacchè parliamo di una tradizione illustre e ben radicata):

    ''Se la filosofia è una ricerca dei modi in cui l'uomo conosce e da senso alla propria esistenza, può disinteressarsi dei modi in cui gli uomini si smarriscono (follia) lungo il loro percorso di ricerca del senso e della conoscenza? E la psicopatologia può prescindere da quel corpus di analisi delle aporie indigene alla condizione umana che si è andato strutturando in secoli di riflessione?''

    Come avrai intuito, la mia risposta è 'no'. Ma ad ognuno la sua, per carità.

    Saluti,
    Luigi
    Ultima modifica di luigi '84 : 01-06-2009 alle ore 16.11.50

  11. #86
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio

    In fondo, anche il sacrificio (sacrum facere) implica l'uccisione...

    Buona vita

    Guglielmo
    Bel pensiero.
    A riprova di ciò, la tradizione giudaico-cristiana simbolizza il dramma di willy (il sacrum facere...) in un famoso racconto biblico: quello di Abramo appunto. Questo per dire quanto la ''contraddizione'' (morale in questo caso) sia alla radice della nostra natura e cultura.

    Saluti,
    Luigi

  12. #87
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Quello che diceva Aldo Carotenuto in molti suoi libri, considerandoli globalmente, non era propriamente questo, questa é più un'interpretazione ad artem delle sue parole, in senso "filosofico", appunto. Finalizzata ad un altro discorso e qui ricontestualizzata, sembrerebbe.
    Finché si dice che Aldo Carotenuto parlava di ferita "sempre aperta" dell'analista, che gli permetteva anche, spesso, di fare il salto da paziente ad analista, (grande l'amore che suscita tutt'oggi per queste parti, al di là del suo scrivere accattivante...) spesso - uno dei suoi concetti cardini (la ferita...) su cui faceva leva nei suoi lavori - o di pathos, come un soffrire tipico dell'uomo e ne spiegava alcune caratteristiche, anche in rapporto a concetti di "mancanza", e pathos cum, cioé soffrire con o insieme o di non nascondersi realmente agli occhi di un analizzando - nei suoi lavori ( in uno faceva riferimento anche ad un possibile incontro reale su una nave con un possibile suo paziente e comportamenti che lui personalmente avrebbe attuato, differenziandosi così da altri, altro punto di attrazione) - siamo ancora nel suo campo, ma di imparare a soffrire filosoficamente il suo dolore da parte del paziente con quelle esatte parole, no. (Tra l'altro che psicoterapeuta sarebbe stato? Certe cose al di là dello specifico della "filosofia", te le saprebbe dire chiunque, facendo parte di discorsi ormai utilizzati comunemente, anche un parente o amico "stanco" di eventuali lamentele). No per chi Carotenuto lo ha conosciuto personalmente ed ha avuto occasione di seguire anche alcuni suoi seminari oltre che lezioni e riunioni che erano state anche registrate e quindi di essere riascoltate anche successivamente; oltre a leggere molti suoi libri, alcuni dei quali sono un pò tutti sulla stessa falsariga. Un bel libro, un pò diverso, é invece, "Il labirinto verticale. La scala che scende nell'acqua".
    Oltre al sempreverde "Diario di una segreta simmetria". Ed al suo lavoro sulla ed in "Psicologia Analitica".
    Poi, scendendo, o meglio, andando avanti nel tempo, troviamo, senza qui poterli citare tutti, "Eros e Pathos", "La rosa nella mangiatoia", "La nostalgia della memoria", ecc.
    Non é un suo concetto quello - così come il vecchio saggio é e resta un archetipo che fa parte di un processo per la psicologia analitica, che non si identifica con ciò che il paziente "dovrebbe" diventare (ma che scherziamo? Forse, si o siamo nell'ambito di "apirazioni personali" ) - non come lo intendeva lui, ne é un'interpretazione, liberamente giustificabile se si considera il contesto in cui é inserita. D'altra parte, i libri, molti, sono fatti per essere interpretati ed utilizzati, no?
    Intanto, cara Gaia, è proprio Carotenuto (che non è di certo il massimo esponente della psicologia analitica a mio modesto parere...) a fare interpretazioni ad arte in senso 'filosofico' dato che spesso i suoi libri sono carenti dal punto di vista clinico (esclusi il ''Trattato...'' ed alcuni lavori in senso metapsicologico come il bel ''Senso e contenuto della psicologia analitica''). Infatti, mi pare proprio che il discorso che fai sul concetto di ''pathos'' sia un insieme di acquisizioni filosofiche (mi vengono in mente i fenomenologi post Husserl come Scheler o la Stein) e tutt'altro che psicologiche o psicoanalitiche. Direi che sarebbe utile dare a Cesare in questo caso: un esempio a caso, ''La nostalgia della memoria'', è un continuo oscillare fra dimensioni prettamente spirituali e accorgimenti esistenziali nell'ambito della clinica; un libro particolarmente bello proprio perchè utilizza lo sguardo psicologico per indagare contenuti strettamente filosofici che emergono nell'ambito di una relazione 'particolare' (basti leggere la prefazione). Quindi, direi proprio che Carotenuto prende a piene mani da tutta la cultura dell'ultimo secolo, soprattutto filosofica (lui tra l'altro si laureo con una tesi sul marxismo e i suoi primi studi furono filosofici). Come dici tu, il ''vecchio saggio'' è stato qui utilizzato senza riferimenti e giustamente senza voler tirare in ballo Jung: ma sulla questione della ''sopportazione filosofica'' alla stregua di un esercizio alla vita beh...i riferimenti stanno un pò al di là delle righe: diciamo che è più che altro una atmosfera che, d'altro canto, non è difficilissimo cogliere. Un altro piccolo appunto cara Gaia: ''il labirinto verticale'' è un'opera e ''la scala che scende nell'acqua-storia di una terapia analitica'' è un'altra! Mi meraviglio di te! Scherzo ovviamente... in ogni caso ribadisco il contesto in cui, secondo me, si muove Carotenuto (senza con ciò mettere in dubbio i suoi bellissimi lavori clinici e di metapsicologia) che è quello che ho cercato di dire. D'altra parte uno dei suoi ultimi lavori si intitola ''Oltre la terapia psicologica''...un titolo che fa pensare...

    Saluti,
    Luigi

  13. #88
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    3)La filosofia ha avuto a che fare con tutti i problemi che la psicopatologia pone in essere: la schizofrenia potrebbe rappresentare ad esempio una vulnerabilità rispetto al ''sensus communis'' (Aristotele), alla 'sintonizzazione' tacita (fenomenologia)...il typus melancholicus pone in essere il problema della 'colpa' (problema morale per eccellenza); una vasta gamma di disturbi presentano variazioni dell'umore, dell'intenzionalità, dell'emozione: ci sono precisi quadri di riferimento filosofici per la definizione di questi concetti, anche in ambito più strettamente anglosassone (cito le personalità di cui mi sono occupato: Searle e Austin, Wittgenstein ecc.).
    Questo potrebbe essere un esempio da applicare in sede 'descrittiva': se abbiamo a che fare con i disturbi della coscienza di sè e non si conosce la letteratura sull'intenzionalità dove potremmo arrivare mai? C'è tuttora un vasto movimento psichiatrico internazionale che lavora in tal senso. So bene che la psicoterapia è questione altra rispetto alla 'descrittiva' ma, ripeto ancora, si tratta di un ''atteggiamento'' o di un ''metodo di lavoro'' e non di un ''intervento''.
    non sono sicuro che la filosofia abbia avuto a che fare con tutti i problemi che la psicopatologia pone in essere, nè che la morale sia un argomento prettamente cliinco se non all'interno degli specifici casi clinici che di volta in volta vengono in seduta. non so nemmeno fino a che punto sia lecito menzionare searle e witt come tipici rappresentanti della ricerca di tipo anglosassone in campo psicologico (forse è meglio ricondurli nei loro campi di indagine filosofici, in cui possono rendere meglio in termini di speculazioni fertili). non ho capito molto bene perchè menzioni la intenzionalità (associata alla coscienza è una proprieta necessaria, insieme ai neuroni specchio...). e però precisi il tuo limite di lavoro, che ti espone a grossi rischi. e questo è un pregio.
    forse tali rischi sono espressi sinteticamente in quello spaccato nel quale rievochi una lettura di filosofia in una lezione universitaria, con in/descrivibile emozione: e questo non posso proprio criticarlo. mi piace, in un certo senso è stoffa da inesausto ricercatore.
    avremo modo di ridetestarci.

    ciaz.

  14. #89
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Intanto, cara Gaia, è proprio Carotenuto (che non è di certo il massimo esponente della psicologia analitica a mio modesto parere...) a fare interpretazioni ad arte in senso 'filosofico' dato che spesso i suoi libri sono carenti dal punto di vista clinico (esclusi il ''Trattato...'' ed alcuni lavori in senso metapsicologico come il bel ''Senso e contenuto della psicologia analitica''). Infatti, mi pare proprio che il discorso che fai sul concetto di ''pathos'' sia un insieme di acquisizioni filosofiche (mi vengono in mente i fenomenologi post Husserl come Scheler o la Stein) e tutt'altro che psicologiche o psicoanalitiche. Direi che sarebbe utile dare a Cesare in questo caso: un esempio a caso, ''La nostalgia della memoria'', è un continuo oscillare fra dimensioni prettamente spirituali e accorgimenti esistenziali nell'ambito della clinica; un libro particolarmente bello proprio perchè utilizza lo sguardo psicologico per indagare contenuti strettamente filosofici che emergono nell'ambito di una relazione 'particolare' (basti leggere la prefazione). Quindi, direi proprio che Carotenuto prende a piene mani da tutta la cultura dell'ultimo secolo, soprattutto filosofica (lui tra l'altro si laureo con una tesi sul marxismo e i suoi primi studi furono filosofici). Come dici tu, il ''vecchio saggio'' è stato qui utilizzato senza riferimenti e giustamente senza voler tirare in ballo Jung: ma sulla questione della ''sopportazione filosofica'' alla stregua di un esercizio alla vita beh...i riferimenti stanno un pò al di là delle righe: diciamo che è più che altro una atmosfera che, d'altro canto, non è difficilissimo cogliere. Un altro piccolo appunto cara Gaia: ''il labirinto verticale'' è un'opera e ''la scala che scende nell'acqua-storia di una terapia analitica'' è un'altra! Mi meraviglio di te! Scherzo ovviamente... in ogni caso ribadisco il contesto in cui, secondo me, si muove Carotenuto (senza con ciò mettere in dubbio i suoi bellissimi lavori clinici e di metapsicologia) che è quello che ho cercato di dire. D'altra parte uno dei suoi ultimi lavori si intitola ''Oltre la terapia psicologica''...un titolo che fa pensare...

    Saluti,
    Luigi


    Infatti, caro Luigi, a dirla tutta, su molti versanti, Carotenuto, non é che fosse considerato il "massimo" in ambito universitario, rispetto a certe discipline; ciò al di là di certi suoi scritti più o meno belli, dove la pregnanza, come ho scritto anch'io scendendo ed hai rilevato anche tu la troviamo in ben poche opere "vere" a livello prettamente clinico. Un' altra cosa: molti anni fa, forse tu non ce l'hai, sintetizzò in un unico libro i due lavori, "Il labirinto verticale. Una scala che scende nell'acqua, storia di una terapia analitica", per renderlo "accessibile anche allo studio" ed acquistabile - mi risulta da dati molto certi - obbligatoriamente per i suoi esami da parte degli studenti.
    Ora, mi meraviglio anch'io di te Scherzo.
    Questo al di là del fatto che il livello culturale era certamente alto; d'altronde a lui si deve la fondazione del Centro di Letteratura e Psicoanalisi che ha raccolto molti consensi trasversali. Ma ci sono momenti in cui lo spirito filosofico propriamente detto, se fortemente investito nella clinica, rischia di "soffocare" quest'ultima, non permettendo di vedere, in modo apparentemente paradossale, oltre, anche ciò che si ha davanti agli occhi come esplicita narrazione di eventi e dinamiche e cognizioni utili. Attraverso vari linguaggi, che non siano quelli filosofici.
    Per la sopportazione filosofica, si é capito che é una ricontestualizzazione ad arte di quanto compreso, non certo una colpa, semmai una drammatizzazione per lo "spirito" qui presente e che ha seguito un certo filo, ma neppure una adeguata attribuzione finalizzata "a" ...poiché non rientrante nello spirito clinico né suo né di altri, né nello spirito clinico effettivo. A meno che si tratti di un non clinico, appunto.
    Pathos, lo troviamo negli scritti dei latini così come il concetto di cum pathos e cum patire, poi ripreso in vari modi dagli psicologi, da quando é nata la disciplina, psichiatri e medici ( e filosofi ).
    Cum patire come com - presenza nel dolore, com - passione, patire con.

    Ma quanto mi sei, stranamente, filosofo

    Ciao
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 02-06-2009 alle ore 07.54.33
    Gaia

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  15. #90
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Volevo rispondere ancora riguardo a Nietzsche ma non voglio andare nemmeno io OT, per ora io continuo a non essere così convinto riguardo al valore di quel che ha scritto.
    Se il problema è rappresentato dal dolore e non dalla sua sopportazione (tanto in un modo o nell'altro questo lo si subisce) non si danno risposte ad alcuna domanda che ci sta veramente a cuore.
    Il male per me non ha nulla da insegnarci, è soltanto qualcosa che è qui presente, ma questo esser qui non gli dà un valore positivo. Per quanto il male possa essere presente continuerò a seguire il mio istinto che lo separa dal bene. Se c'è una cura ne usufruirò, ma non voglio mettermi a giocare con queste categorie trasformando un male in un bene, come suggerisce Willy, cercando nel male (l'ombra) chissà quale insegnamento o utilità.
    Certo, raccontarsi che un pugno nello stomaco rafforzi o ci insegni qualcosa è consolatorio, ma secondo me non aiuta più di tanto.
    Caro charlie, il dolore psichico è una delle tonalità emotive fondamentali che accompagnano l'esistenza. Tutti lo avvertiamo come stimolo nocivo e riduttivo del nostro benessere; la tolleranza al dolore in generale, e il modo come si avverte l'esperienza dolorosa, risulta differente in ogni persona essendo strettamente dipendente dal vissuto emotivo del soggetto.La percezione del dolore è infatti legata alla visione del mondo del soggetto, alla sua personalità,al contesto storico- culturale in cui è inserito, per cui si può dire che l'ambiente fornisce un codice di significati che danno al fenomeno un suo particolare senso. L.Wittengenstein, sostiene che l'uomo contiene il dolore col linguaggio: prima della parola il dolore ci possiede come sensazione sorda e muta. Esprimendolo gli assegnamo un significato. Secondo S. Natoli la storia del pensiero occidentale riconosce due fondamentali elaborazioni dell'esperienza del dolore: quella greca che lo concepisce inscindibile dalla vita, per cui l'uomo si fa eroe proprio nel dominio della sofferenza, e quella ebraico-cristiana dove il dolore viene associato alla colpa e la salvezza a una vita senza dolore.
    Nell'epoca attuale dominata dalla tecnica, il dolore viene separato dall'esperienza quotidiana e ci si illude di poterlo delegare alle persone specializzate. Per M. Focault, l'evento doloroso, rimosso all'esperienza comune, viene considerato "malattia" invalidante che deve immediatamente essere debellata. Avviene dunque che l'individuo non ha la comprensione nè della propria sofferenza, nè degli strumenti culturali per comunicarla, essendo relegata ad una visione organicistica propria della clinica che riconosce il "male" e ignora per le caratteristiche oggettivanti del suo metodo, quel vissuto soggettivo che è il "dolore". Difatto il dolore è un segnale che manifesta la rottura della coincidenza tra corpo ed esistenza, per cui non è l'organo che soffre, ma l'esistenza tutta che si contrae.
    Jung dice"quando si ha a che fare con cose psichiche, il chiedersi perchè si verifica la tal cosa non è necessariamente più produttivo che il domandarsi a che scopo succede" e ritiene che lo stesso segno letto in un'ottica causale appaia come sintomo, mentre letto in una logica finalistica appaia come simbolo che tenta con la sua comparsa di caratterizzare, individuare un obiettivo o una determinata linea di sviluppo come dice lacan funge da segno linguistico significante di un elemento inconscio.
    Sostiene Hillman: se il dolore psichico non viene visto come un'affezione da guarire, ma come una normale condizione umana, può essere il punto di partenza per una coscienza guaritrice; la prima tappa necessaria alla guarigione psichica è la coscienzadel fallimento di ogni vita, al di là di qualunque convenzione sociale o moralistica, riguardo all'obbligatoria bontà e costruttività della vita umana. Trovo interessante, anche se terroristico,
    il suo "stendere il mondo sul lettino" per analizzarlo:la sua critica psicologica all'animus mundi, fa rivivere gli dei malati nei templi apocrifi della nostra civiltà: "circolano nella rete mondiale del computer, procurandoci un'intossicazione ermetica. Combattono e guizzano nei serial a nei cartoon della televisione, tempio di Ares consacrato alla violenza. Ci seducono nella pornografia delle copertine patinate, nelle merci dei grandi magazzini,negli autogrill del deserto autostradale".
    Si possono utilizzare i parametri della psicologia analitica come chiave per interpretare gli aspetti del reale?Io ritengo di sì, ma ciò implica il tener presente che l'interpretazione riguarda solo il prodotto psichico in quanto tale, vale a dire il tessuto psichico sul quale si fonda il prodotto culturale; ritengo, che la psicologia del profondo e quella junghiana in particolare, hanno dignità e utilità pari a qualsiasi altra chiave interpretativa.
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

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