Ultima modifica di IT_Modeler : 03-06-2009 alle ore 11.58.14
psi_net
No, infatti non mi riferivo ai tuoi interventi.
Che gli Ordini professionali non siamo più istituzioni capaci di tutelare l'utenza, questo mi pare un dato sufficientemente scontato... attualmente gli Ordini sono solo strumenti infernali deputati ad intascare quattrini ogni anno dai propri iscritti e a fare poco o nulla per gli iscritti stessi.
Questi stessi tentativi fatti dall'Ordine (denunce, costituirsi parte civile nei processi, etc.) rappresentano né più né meno che la fase crepuscolare di un'istituzione che sta morendo e che tenta di giocarsi il tutto per tutto prima di esalare l'ultimo respiro.
Quando non si ha autorevolezza si ricorre all'autorità ( = Tribunale ), ma è da ventanni che l'Ordine degli Psicologi prende sane batoste nei Tribunali...
A nessuno verrebbe mai in mente di costituire una nuova figura professionale che abbia, tra i suoi obiettivi, quello di difendere un imputato in un tribunale. Che senso avrebbe visto che esiste già l'avvocato che è previsto dal nostro ordinamento?
E allora, il fatto che invece attorno alla psicologia siano nate molte figure limitrofe, dovrebbe far riflettere. E riflettere vuol dire aprire una discussione, non andare nei Tribunali (Ordine degli Psicologi contro il resto del mondo).
Io ho la mia spiegazione (che peraltro è da qualche anno che posto per questo forum...): l'Ordine degli Psicologi (istituzione nata già vecchia in partenza) non è stato capace di stare al passo con le istanze che la società poneva ed è peranto evidente che, quando si crea un vuoto, lo stesso viene colmato in qualche modo.
Ergo mi ripeto: non sono i counselor, i mediari familiari, chi fa coach, etc. da perseguire. Sono gli psicologi da perseguire! O meglio: la scellerata dirigenza che da ventanni goverana l'ordine...
Auspico quanto prima l'apertura di un tavolo tra ordini professionali e associazioni d categoria, sperando che questa mia non sia solo un'utopia...
E, nel caso specifico, quale sarebbe questo vuoto che poi è stato colmato?Io ho la mia spiegazione (che peraltro è da qualche anno che posto per questo forum...): l'Ordine degli Psicologi (istituzione nata già vecchia in partenza) non è stato capace di stare al passo con le istanze che la società poneva ed è peranto evidente che, quando si crea un vuoto, lo stesso viene colmato in qualche modo.
Il counselor ha di fronte a se due strade: o si rivolge ad un counselor supervisore o ad uno psicoterapeuta.
In questa cosa non ci vedo niente di strano: il supervisore funge da terzo neutro tra il counselor e il suo cliente, così come il counselor è il terzo neutro tra il cliente e il suo problema.
Le questioni trattate in supervisione non sono strettamente relative alla pratica professionale (in questo caso sarebbe più opportuno parlare di supervisione professionale), quanto a come il counselor è capace di gestire la relazione.
Lo stesso accade nelle altre professioni: io spesso ho fatto supervisione a gruppi di infermieri, ma non certo supervisione professionale (so assai io come si mette un catetere...), quanto supervisione legata alla gestione delle emozioni e dei vissuti degli infermieri rispetto ai loro pazienti.
Lo stesso mi è capitato con insegnanti, assistenti sociali e counselor.
Ultima modifica di quattrostracci : 03-06-2009 alle ore 12.52.49
Cambiamo argomento così da avere maggiore lucidità di giudizio e di critica. Prendiamo il caso della mediazione familiare.
Nel momento in cui la società pone istanze che tendono a mettere in discussione il percorso giudiziale di una separazione piuttosto che a porre l'accento sulla tutela del minore anziché sul patrimonio dei coniugi, e nel momento in cui le categorie esistenti (in questo caso gli avvocati) non sono capaci di rispondere a tali istanze si crea un vuoto. Ed ecco che questo vuoto viene colmato dalla figura del mediatore.
E' poi interessante notare di come, culturalmente, il vuoto abbia visto anche un processo normativo di colmazione (modifica dell'art. 155 del codice civile sull'affido condiviso).
Differentemente da come avviene nella pubblicità con finalità esclusive di marketing, non c'è stato - in questo caso - un tipo sveglio che prima ha inventato la mediazione e poi ha fatto nascere il bisogno della stessa tra la gente... bensì qualcuno che ha saputo rispondere ad una domanda che la società stessa poneva.
Ah, pensavo ad una supervisione sulla conduzione dell'intervento sul caso, che mi sembra peraltro la cosa più logica nel counselling.Il counselor ha di fronte a se due strade: o si rivolge ad un counselor supervisore o ad uno psicoterapeuta. In questa cosa non ci vedo niente di strano: il supervisore funge da terzo neutro tra il counselor e il suo cliente, così come il counselor è il terzo neutro tra il cliente e il suo problema. Le questioni trattate in supervisione non sono strettamente relative alla pratica professionale (in questo caso è più opportuno parlare di supervisione professionale), quanto a come il counselor è capace di gestire la relazione.
Lo stesso accade nelle altre professioni: io spesso ho fatto supervisione a gruppi di infermieri, ma non certo supervisione professionale (so assai io come si mette un catetere...), quanto supervisione legata alla gestione delle emozioni e dei vissuti degli infermieri rispetto ai loro pazienti.
Lo stesso mi è capitato con insegnanti, assistenti sociali e counselor.
Perchè uno psicologo clinico non è capace di rispondere ad un intervento di mediazione familiare?Cambiamo argomento così da avere maggiore lucidità di giudizio e di critica. Prendiamo il caso della mediazione familiare. Nel momento in cui la società pone istanze che tendono a mettere in discussione il percorso giudiziale di una separazione piuttosto che a porre l'accento sulla tutela del minore anziché sul patrimonio dei coniugi, e nel momento in cui le categorie esistenti (in questo caso gli avvocati) non sono capaci di rispondere a tali istanze si crea un vuoto. Ed ecco che questo vuoto viene colmato dalla figura del mediatore. E' poi interessante notare di come, culturalmente, il vuoto abbia visto anche un processo normativo di colmazione (modifica dell'art. 155 del codice civile sull'affido condiviso). Differentemente da come avviene nella pubblicità con finalità esclusive di marketing, non c'è stato - in questo caso - un tipo sveglio che prima ha inventato la mediazione e poi ha fatto nascere il bisogno della stessa tra la gente... bensì qualcuno che ha saputo rispondere ad una domanda che la società stessa poneva.
La Mediazione Familiare prevede tutta una serie di abilità e di competenze che non sono previste nel bagaglio culturale dello psicologo (indipendentemente dall'essere clinico).
Tuttavia, se lo psicologo intende formarsi alla mediazione familiare, l'essere psicologo non è mica... una pregiudiziale!
Il mediatore familiare è un professionista con una formazione multidisciplinare: giuridica, psicologica, sociologica. A cui si aggiungono le competenze specifiche.
Deve pertanto possedere competenze e conoscenze proprie all'ambito giuridico (diritto di famiglia, conoscenza delle procedure tecniche di separazione e di divorzio, etc.); all'ambito sociologico (sociologia della famiglia) e a quello psicologico (comprensione dell'area del conflitto).
Le sue competenze specifiche sono le tecniche di negoziazione e di mediazione.
Ricordiamolo, anche se non ce n'è sicuramente bisogno, che l'obiettivo della mediazione familiare (dividere) è esattamente opposto a quello della terapia di coppia (unire e rinsaldare ove possibile).
Infine le tecniche specifiche della mediazione, se applicate ad altre competenze trasversali, vanno a formare la professionalità di altri soggetti (mediatore penale, mediatore intercultrale, etc.).
Ovvio che l'epistemologia in tribunale non sappiano nemmeno cosa sia, e nutro molti dubbi anche sull'Ordine, che peraltro non ha questo specifico compito. La questione va trattata nella sede opportuna ovvero la comunità scientifica degli specialisti in materia. Ovvio che quindi rimanda a noi.
gieko
Non sono assolutamente d'accordo, lungi da me l'idea di una terapia di coppia, un intervento clinico di mediazione familiare è assolutamente appanaggio di uno psicologo clinico che possegga competenze giuridiche e sociologiche, competenze che possono facilmente essere acquisite già all'università e che, a mio parere, non sono il cuore dell'intervento di mediazione familiare, ma piuttosto la cornice entro la quale si situa l'intervento.La Mediazione Familiare prevede tutta una serie di abilità e di competenze che non sono previste nel bagaglio culturale dello psicologo (indipendentemente dall'essere clinico).
Tuttavia, se lo psicologo intende formarsi alla mediazione familiare, l'essere psicologo non è mica... una pregiudiziale!
Il mediatore familiare è un professionista con una formazione multidisciplinare: giuridica, psicologica, sociologica. A cui si aggiungono le competenze specifiche.
Deve pertanto possedere competenze e conoscenze proprie all'ambito giuridico (diritto di famiglia, conoscenza delle procedure tecniche di separazione e di divorzio, etc.); all'ambito sociologico (sociologia della famiglia) e a quello psicologico (comprensione dell'area del conflitto).
Le sue competenze specifiche sono le tecniche di negoziazione e di mediazione.
Ricordiamolo, anche se non ce n'è sicuramente bisogno, che l'obiettivo della mediazione familiare (dividere) è esattamente opposto a quello della terapia di coppia (unire e rinsaldare ove possibile).
Infine le tecniche specifiche della mediazione, se applicate ad altre competenze trasversali, vanno a formare la professionalità di altri soggetti (mediatore penale, mediatore intercultrale, etc.).
Saluti,
ikaro
Puoi citare le iniziative condotte prima della sentenza?
Batti su Google "false counselor" e guarda quello che esce.A parte la serietà e l'etica, il che é ovvio o almeno, dovrebbe esserlo; ci sono ed in caso quali sono, degli standard previsti e richiesti? Perché se così fosse e come, dovrebbero essere esportati ed importati in Italia?
psi_net
Ikaro stai dicendo che la mediazione familiare è compito esclusivo dello psicologo?![]()