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  1. #151
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Solo dopo il tramonto il ''sol levante'' acquisterà la purezza che gli è propria.
    La "purezza" in che senso? Culturale - religioso, ad es? E per chi, l'Occidente (ed occidentali...)o per l'Oriente stesso? O entrambi?

    Per quale reale motivo chi desidera far propria una filosofia di vita orientale non potrebbe farlo se vive in Occidente? L'Occidente del resto, é molto ampio...

    In ogni caso, mi piacerebbe capire meglio i concetti base sottesi a questa posizione.

    Grazie mille

    Ciao
    Gaia

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  2. #152
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Ma qual è il senso che tu dai alla morte luigi? Visto che abbiamo scarso spirito di iniziativa teoretica, Illuminaci tu...

    Un saluto
    Ma io mica ho detto di avere spirito di iniziativa! Per carità! Non sono mica un prete...
    Come sempre, ho solo buttato giù 2 parole: e già la tua domanda, se è davvero tale, significa che non sono state vane.

    Saluti,
    Luigi

  3. #153
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    La "purezza" in che senso? Culturale - religioso, ad es? E per chi, l'Occidente (ed occidentali...)o per l'Oriente stesso? O entrambi?

    Per quale reale motivo chi desidera far propria una filosofia di vita orientale non potrebbe farlo se vive in Occidente? L'Occidente del resto, é molto ampio...

    In ogni caso, mi piacerebbe capire meglio i concetti base sottesi a questa posizione.

    Grazie mille

    Ciao
    Beh...intanto la purezza di qualcosa che non è sporcata dalla volontà di potenza: infatti credo che finanche l'atteggiamento ''religioso'' occidentale sia volontà di potenza e ancor di piu quando si volge ad est. Noi non vogliamo realmente la religiosità silenziosa dell'uomo orientale: noi vogliamo che una tal cosa diventi ''spendibile'' per le nostre vogliuzze, un pò come gli americani che hanno scimmiottato finanche le esperienze mistiche. La purezza è qualcosa di strutturale, qualcosa che si può vedere dopo l'accettazione del destino...un pò come in una psicoanalisi. L'Occidentale è per definizione colui che non può essere orientale: è una questione ontologica e di differenza. Ma siccome noi non conosciamo la ''differenza'', ''l'Altro'', (ma più che altro ne abbiamo paura e allora gli facciamo la guerra...) ho paura che anche chi si volge ad est, con i migliori propositi, faccia in realtà una nuova piccola guerra.

    Saluti,
    Luigi

  4. #154
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    .. La purezza è qualcosa di strutturale, qualcosa che si può vedere dopo l'accettazione del destino...un pò come in una psicoanalisi....
    Saluti,
    Luigi
    E allora Luigi, restiamo sempre al buio, senza accendre neanche un fiammifero!
    Winnicott diceva una cosa più che vera, e cioè che quando abbiamo eliminato la malattia siamo solo al punto zero, dopodiché c’è tutto il resto, ossia la vita piena e realizzata. Al meglio non c’è mai fine e questa consapevolezza ci dovrebbe stimolare ad incuriosirci senza sosta e attivarci a 360° per uscire da una situazione di sofferenza e incamminarsi verso la gioia. Tempo fa il mio analista mi disse con aria di nonchalance che, mi dovevo rassegnare perché certe ferite non guariscono mai, e la terapia può arrivare fino ad un certo punto!!! La sua impotenza suscitò in me un forte apprensione: proprio lui che avrebbe dovuto trasmettermi energia positiva e speranza, invece mi spiazza con quelle parole, che alla fine contengono "tutto il senso tragico della vita"!!!
    Mi ha aiutato ad andare avanti nel mio percorso analitico la percezione del mio analista come sinceramente partecipe e la infinita stima e fiducia che riverso in lui; ma avverto, generalizzato, un grande bisogno di guarigione, in tutti i sensi, perché occorre uscire dalla dipendenza fortissima, fin troppo diffusa, sia verso la medicina classica, con l’abuso di farmaci ormai come vera piaga sociale, sia verso la psicoterapia infinita e con i suoi limiti… il bello è che ci sono strumenti, metodologie, visioni, tecniche, approcci, di vario genere a disposizione degli “addetti ai lavori”, purché costoro escano dalla roccaforte, facciano un bagno di umiltà e si rimbocchino le maniche …
    Andare avanti con la speranza di vedere una luce, aiuta .....
    Non me ne volere. Ciao
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  5. #155
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    E allora ..... restiamo sempre al buio, senza accendre neanche un fiammifero!
    Winnicott diceva una cosa più che vera, e cioè che quando abbiamo eliminato la malattia siamo solo al punto zero, dopodiché c’è tutto il resto, ossia la vita piena e realizzata. … il bello è che ci sono strumenti, metodologie, visioni, tecniche, approcci, di vario genere a disposizione degli “addetti ai lavori”, purché costoro [I]escano dalla roccaforte[/I], facciano un bagno di umiltà e si rimbocchino le maniche …
    Andare avanti con la speranza di vedere una luce, aiuta .....
    E da posizioni ideologizzate che non giovano, né a se stessi (come scienziati) né e soprattutto ai pazienti
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 21-06-2009 alle ore 18.39.57
    Gaia

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  6. #156
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Non me ne volere. Ciao
    E per cosa??
    Suvvia cara francesca, lo sai che non sto facendo la guerra alla gioia! Certo...tu dici che camminare con una speranza aiuta...vero. Ma io ancora mi chiedo (e lo domando anche a me stesso), da junghiano in pectore: abbiamo noi fatto reale esperienza dell'accettazione della nostra condizione (includo culturale e individuale)? Abbiamo mai realmente esperimentato quello che Jung chiamò (commentando l'Oriente...) ''geschehenlassen'' (lasciar-accadere)? E' possibile ancora percorrere questa via, dato che non l'abbiamo mai realmente abitata?

    Saluti,
    Luigi

  7. #157
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84
    abbiamo noi fatto reale esperienza dell'accettazione della nostra condizione (includo culturale e individuale)? Abbiamo mai realmente esperimentato quello che Jung chiamò (commentando l'Oriente...) ''geschehenlassen'' (lasciar-accadere)?
    Il punto luigi è che se si accettasse in toto la propria condizione non ci sarebbe alcun problema da risolvere. Non si capisce poi questo lasciar accadere cosa significa di preciso, se accettiamo che tutto accada indifferentemente senza disgiungere quello che riteniamo bene per noi stessi da quel che riteniamo male per noi stessi non ci sarebbe bisogno più di scegliere nulla, né ci preoccuperemmo più di tanto: che siamo vivi o morti, che abbiamo una malattia o meno, che patiamo delle sofferenze o no si può lasciare accadere tutto in modo indifferente.

    Un saluto

  8. #158
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Tempo fa il mio analista mi disse con aria di nonchalance che, mi dovevo rassegnare perché [B]certe ferite non guariscono [/B]mai, e la terapia può arrivare fino ad un certo punto!!! …
    Andare avanti con la speranza di vedere una luce, aiuta .....
    Non me ne volere. Ciao

    Scusa francesca, dato che hai letto tutti i libri di Carotenuto, dovresti ricordare che era proprio lui a parlare di una ferita sempre aperta (in questo caso dell'analista, come esempio, ma vale anche per le altre persone che fanno dei lavori di elaborazione su ed in sé stesse)attraverso la quale poter sia guardare introspettivamente e cogliere e comprendere quanto ci accade dentro sia quanto accade nell'altro che con noi interagisce; sono ferite che mettono in contatto con il mondo interno proprio ed altrui, oltre che con il mondo esterno e nelle loro nelle reciproche interazioni.
    Ci sono ferite che non guariscono mai purtroppo, ma ciò non significa che non si possa andare "oltre", forse é questo, in parte, il tragico, la dialettica tra lo "stare" (a volte con rabbia )e "l'andare" (con responsabilità).
    Gaia

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  9. #159
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Il punto luigi è che se si accettasse in toto la propria condizione non ci sarebbe alcun problema da risolvere. Non si capisce poi questo lasciar accadere cosa significa di preciso, se accettiamo che tutto accada indifferentemente senza disgiungere quello che riteniamo bene per noi stessi da quel che riteniamo male per noi stessi non ci sarebbe bisogno più di scegliere nulla, né ci preoccuperemmo più di tanto: che siamo vivi o morti, che abbiamo una malattia o meno, che patiamo delle sofferenze o no si può lasciare accadere tutto in modo indifferente.

    Un saluto
    Beh...ma non voglio dire che la ''differenza'' non esista, anzi. Essa è la matrice di ogni dubbio dialettizzante: ma ''differenza'' significa anche ''riconoscimento'' e ''diritto d'asilo'', per così dire, giacchè noi non abbiamo creato nulla di ciò che ci circonda e siamo, nella migliore delle ipotesi, anche noi ''frammenti dell'infinita divinità''. La scelta, la de-cisione implicano un processo ''esclusivo'' che la ''ragione'' dispiega come unica possibilità per la sua sopravvivenza. Ma la ''ragione'' o la ''coscienza'' sono processi che vengono da un lontano passato in cui, verosimilmente, l'uomo era pressochè inconscio, radicato in una terra che lo vede affatto ''protagonista''. La funzione simbolica della psiche primitiva che opera attraverso il mito è una sorta di ''aderenza'' alle condizioni mondane che non rientrano nel novero delle nostre possibilità. In origine il senso del ''sacro'' era custodito da una siffatta funzione che era una sorta di ''sigillo'', quello che i greci chiamavano ''ananke'' (necessità). Fuori dal sigillo della necessità si pone la coscienza ''differenziata'' e la ''tecnica'' che ne deriva: un oltrepassamento che il greco tragico non poteva ammettere visto che il suo ''agire'' era vincolato dalla ''buona misura'' (Katà mètron). Dunque, il bene e il male, come costitutivi orizzonti dell'umana condizione (che l'uomo mitico cercava appunto di ''con-tenere'' con la funzione simbolica), hanno (finanche per una coscienza che si crede libera dalla condizione irrazionale da cui proviene) uguale ''diritto di cittadinanza'': le continue ''esclusioni'' non fanno che alimentare i luoghi del rimosso che l'Occidente ha conosciuto grazie alla psicoanalisi...luoghi che non sono affatto morti: ognuno può sperimentare la violenza degli opposti (della contraddizione) che si sprigiona proprio per il fatto che la coscienza e la ragione che ne deriva non sono assolutamente gli unici processi vitali. Il mondo come totalità di enti ospita infatti tutto ciò che ''uomo non è'': alberi, malattie, animali, nuvole...sarebbe assurdo non riconoscere la ricchezza dell'Altro. Ma l'Altro non è solo li per farsi ammirare o dominare ma esattamente è li per lo stesso motivo (forse sconosciuto) per il quale ci sei tu.
    Quando Giobbe chiede a Dio la ragione del suo dolore egli risponde adirato qualcosa del genere (non ricordo a memoria le parole): ''ma tu eri con me quando ho fatto le stelle, quando creai il sole e tutte le cose della terra? Eri con me quando ho fatto l'uomo?''. Questo per dire che la terra ospita gli enti senza che essa possa privilegiarne alcuno. Tu mi dirai ancora: ma l'uomo sente il dolore! Si...ma non possiamo non riconoscere l'abisso dal quale anche noi proveniamo, non possiamo non riconoscere l'Altro (e talvolta la sua violenza...). Insomma non possiamo, a mio parere, percorrere la via dell'esclusione perchè finiremo col diventare una civiltà assediata: questo è il senso di quel ''lasciar-accadere'' che è anche e soprattutto una via ''psicologica''. Mi tornano alla mente delle parole di Galimberti:

    ''Dopo essersi espressa nella parola totalmente dispiegata, la civiltà occidentale s’è infatti trovata nella necessità di intendere come fatto puramente negativo il tacere del silenzio. Nel suo sforzo titanico ha dispiegato il nascosto, ha risolto il simbolo nella sua interpretazione, ha detto il taciuto e ha svelato il mistero nella chiarezza della ragione dispiegata e della parola enunciata. Non ha mai pensato che nascondere vuol dire anche custodire, tacere vuol dire anche non provocare.''

    Chiudo qui questo intervento un pò lunghetto. Ho parlato ad un livello molto generale...''filosofico'' direi. Quindi non intendo ricevere condivisioni di sorta o altro: capirai benissimo che la ''clinica'' è un'altra cosa ma ciò non toglie che l'altalena del pensiero non faccia talvolta le sue brave acrobazie!
    Ti ringrazio comunque per le stimolanti critiche!

    Saluti,
    Luigi
    Ultima modifica di luigi '84 : 22-06-2009 alle ore 20.55.51

  10. #160
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Scusa francesca, dato che hai letto tutti i libri di Carotenuto, dovresti ricordare che era proprio lui a parlare di una ferita sempre aperta (in questo caso dell'analista, come esempio, ma vale anche per le altre persone che fanno dei lavori di elaborazione su ed in sé stesse)attraverso la quale poter sia guardare introspettivamente e cogliere e comprendere quanto ci accade dentro sia quanto accade nell'altro che con noi interagisce; sono ferite che mettono in contatto con il mondo interno proprio ed altrui, oltre che con il mondo esterno e nelle loro nelle reciproche interazioni.
    Ci sono ferite che non guariscono mai purtroppo, ma ciò non significa che non si possa andare "oltre", forse é questo, in parte, il tragico, la dialettica tra lo "stare" (a volte con rabbia )e "l'andare" (con responsabilità).
    Carissima Rosa, non mi illudo che la fine della mia analisi, coincida con la completa guarigione delle mie ferite, ma che l'emorraggia si fermi, sì.
    L'analisi porta allo sviluppo della mente, della capacità di dire, sentire, pensare, ma anche di riuscire sognare....sognare di evolversi, trasformarsi, equilibrarsi; sviluppare quel pittore, musicista, poeta che, spesso all'insaputa dello stesso paziente, è muto in lui...fattore di evoluzione e di trasformazione è la capacità dell'analista di essere all'unisono con il paziente, l'uno avverte la ferita dell'altro, e dal contatto vivo tra le menti prendono vita consapevolezze, trasformazioni, insight.
    L'accettazione del "tragico" nella vita quotidiana è una scelta che richiede una grande maturità che forse io non possiedo, in quanto detesto "stare", preferisco "andare", sperimentare me stessa nella vita, come persona creativa, positiva e capace di sognare. Amo la vita e ritengo non possa esistere esperienza più attiva che godere degli affetti familiari, di un paesaggio, di una buona lettura, della musica.
    Forse, come sostieni tu, il lavoro su me stessa alla fine del mio percorso analitico,( il mio processo di individuazione e di integrazione), coinciderà con il riuscire a trovare, una modalità unica di vivere e attuare personalmente una sintesi tra questi aspetti contrastanti di percepire il senso della vita.
    Ciao
    FRANCESCA

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  11. #161
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    le continue ''esclusioni'' non fanno che alimentare i luoghi del rimosso che l'Occidente ha conosciuto grazie alla psicoanalisi...luoghi che non sono affatto morti: ognuno può sperimentare la violenza degli opposti (della contraddizione) che si sprigiona proprio per il fatto che la coscienza e la ragione che ne deriva non sono assolutamente gli unici processi vitali. Il mondo come totalità di enti ospita infatti tutto ciò che ''uomo non è'': alberi, malattie, animali, nuvole...sarebbe assurdo non riconoscere la ricchezza dell'Altro. Ma l'Altro non è solo li per farsi ammirare o dominare ma esattamente è li per lo stesso motivo (forse sconosciuto) per il quale ci sei tu.
    Quando Giobbe chiede a Dio la ragione del suo dolore egli risponde adirato qualcosa del genere (non ricordo a memoria le parole): ''ma tu eri con me quando ho fatto le stelle, quando creai il sole e tutte le cose della terra? Insomma non possiamo, a mio parere, percorrere la via dell'esclusione perchè finiremo col diventare una civiltà assediata: questo è il senso di quel ''lasciar-accadere'' che è anche e soprattutto una via ''psicologica''. Mi tornano alla mente delle parole di Galimberti:

    ''Dopo essersi espressa nella parola totalmente dispiegata, la civiltà occidentale s’è infatti trovata nella necessità di intendere come fatto puramente negativo il tacere del silenzio. Nel suo sforzo titanico ha dispiegato il nascosto, ha risolto il simbolo nella sua interpretazione, ha detto il taciuto [U]e ha svelato il mistero nella chiarezza della ragione dispiegata e [/U]della parola enunciata. Non ha mai pensato che nascondere vuol dire anche custodire, tacere vuol dire anche non provocare.''

    Chiudo qui questo intervento un pò lunghetto. Ho parlato ad un livello molto generale...''filosofico'' direi. Quindi non intendo ricevere condivisioni di sorta o altro: capirai benissimo che la ''clinica'' è un'altra cosa ma ciò non toglie che l'altalena del pensiero non faccia talvolta le sue brave acrobazie!

    E che cogito - acrobazie in auto - contraddittorio

    Gaia

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  12. #162
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84
    Dunque, il bene e il male, come costitutivi orizzonti dell'umana condizione (che l'uomo mitico cercava appunto di ''con-tenere'' con la funzione simbolica), hanno (finanche per una coscienza che si crede libera dalla condizione irrazionale da cui proviene) uguale ''diritto di cittadinanza''
    Beh ma cosa vuoi dire con questo? Bene e male vengono giudicati dai singoli individui, non rappresentano mica qualcosa che bisogna andare a vedere se esiste.

    Con "uguale diritto di cittadinanza" vuoi dire che per qualcuno tutto è bene?

    Già il catalogare qualche evento come molesto implica che in qualche modo chi gli attribuisce questa valenza non lo accetti, anche se consapevolmente sa che questo evento è presente. La presenza di qualcosa non implica la sua accettazione (ossia cioé una qualche attribuzione non negativa di valore alla sua esistenza o al suo verificarsi). Se qualcuno in qualche modo riesce ad attribuire un valore positivo allo stare inchiodato su una croce, che segua anche queste pratiche, ma dal mio punto di vista semplicemente per lui risulta un bene quello che per me invece rappresenta un male.

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84
    Quando Giobbe chiede a Dio la ragione del suo dolore egli risponde adirato qualcosa del genere (non ricordo a memoria le parole): ''ma tu eri con me quando ho fatto le stelle, quando creai il sole e tutte le cose della terra?
    Mi sembra però di ricordare che la sfuriata di Giobbe contro nostro Signore alla fine gli fa ottenere un risarcimento dal diretto Responsabile che tutto sommato si incavola ingiustamente (avendo il potere quanto meno di farlo guarire dalle piaghe), quest'ultimo sa che Giobbe in fin dei conti ha ragione. Chi nel racconto siede (immaginariamente) nei piani alti probabilmente si arrabbia proprio per questo .
    Giobbe rappresenta proprio l'opposto dell'uomo che accetta il male cercando di dargli ad ogni costo un qualche valore positivo di conoscenza o di purificazione o di punizione ecc. (a differenza ad esempio dei tre amici che vanno a fargli visita) cercando di tramutare i valori negativi in positivi. Lascia che tutto il male che lo ha colpito resti tale decidendo quindi di sfidare Dio stesso con le sue ragioni: ragioni personali ed umane.

    Un saluto
    Ultima modifica di Char_Lie : 23-06-2009 alle ore 16.12.53

  13. #163
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio

    Con "uguale diritto di cittadinanza" vuoi dire che per qualcuno tutto è bene?
    No. Intendo sottolineare l'arbitrarietà di ogni giudizio di valore. Dunque anche di attribuzioni quali ''bene'' e ''male'': la natura non conosce questa differenza perchè semplicemente, rispetto a siffatte cognizioni, essa è ''innocente''. Il ''diritto di cittadinanza'' è una operazione però essenziale e conseguente al fatto che l'uomo è aperto al mondo grazie al processo di differenziazione cosciente: ancora una volta il mito esprime meglio del discorso questi scenari. All'Eden l'uomo vive nell'incoscienza di una condizione indifferenziata (il rispetto della necessità divina che le cose stiano in certo modo). Egli però fin dal principio sa di essere il protagonista di un sacrificio: egli rinuncia al ''sapere'' per godere di una condizione di indifferenziazione con il tutto. Il presentimento e il dubbio che ha, però, non si estinguono mai; cosicchè Eva rompe il sigillo e raccoglie la mela. Ecco: proprio da questo momento ha inizio (per il mito) il processo del ''diver-coscienti'' (Bewusstwerdung-risveglio) che implica il ''riconoscimento della differenza'' e dunque la consapevolezza che il solo processo cosciente (o razionale) non esaurirà l'infinita varietà dell'Altro. Questo è quello che intendevo con ''uguale diritto di cittadinanza''.

    Saluti,
    Luigi

  14. #164
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84
    No. Intendo sottolineare l'arbitrarietà di ogni giudizio di valore. Dunque anche di attribuzioni quali ''bene'' e ''male'': la natura non conosce questa differenza perchè semplicemente, rispetto a siffatte cognizioni, essa è ''innocente''. Il ''diritto di cittadinanza'' è una operazione però essenziale e conseguente al fatto che l'uomo è aperto al mondo grazie al processo di differenziazione cosciente: ancora una volta il mito esprime meglio del discorso questi scenari. All'Eden l'uomo vive nell'incoscienza di una condizione indifferenziata (il rispetto della necessità divina che le cose stiano in certo modo). Egli però fin dal principio sa di essere il protagonista di un sacrificio: egli rinuncia al ''sapere'' per godere di una condizione di indifferenziazione con il tutto. Il presentimento e il dubbio che ha, però, non si estinguono mai; cosicchè Eva rompe il sigillo e raccoglie la mela. Ecco: proprio da questo momento ha inizio (per il mito) il processo del ''diver-coscienti'' (Bewusstwerdung-risveglio) che implica il ''riconoscimento della differenza'' e dunque la consapevolezza che il solo processo cosciente (o razionale) non esaurirà l'infinita varietà dell'Altro. Questo è quello che intendevo con ''uguale diritto di cittadinanza''.
    Ma che i giudizi di valore risultano soggettivi è ovvio, ed in ogni caso qualsiasi cosa sia la natura sicuramente credo che non sia un soggetto o un individuo e perciò non avrebbe senso dire che la natura esprime giudizi di valore e quindi a maggior ragione dire che "la natura non conosce questa differenza".

    Cosa significa affermare "accettare il male" e cosa significa "attribuire un valore negativo a qualcosa" (ossia dire che qualcosa rappresenta un "male")? Dire che un evento è male rappresenta proprio il non accettarlo al livello psicologico ossia il non preferirlo, perciò, per evitare questo tipo di incongruenza bisogna supporre che con la combinazione di termini "accettare il male" ci si voglia riferire ad un altro tipo di accettazione o proprio a qualcos'altro.

    Siccome non è possibile scegliere di non patire certi mali, "accettare il male" probabilmente non significa nemmeno "scegliere il male". Se si avesse la possibilità di scegliere così come quando si "accetta un regalo" ossia si "sceglie di ricevere un regalo" nessuno sceglierebbe di "ricevere un male". Ma allora cosa significa "accettare il male"?

    Secondo me in fin dei conti significa dirsi e convincersi che un "male" che ci colpisce (e contro cui non si sa bene cosa fare) non è poi così "tanto male"...

    Ma questo non rappresenta forse una modifica dei propri giudizi di valore? Un cercare di tramutare quello che riteniamo "male" in un "male molto minore" ossia spostarlo in buona parte verso il "bene" (soggettivamente ovviamente) perché sostanzialmente non siamo tanto capaci di modificare le cose?

    Beh, affermare che una persona riesce ad "accettare tutto il male" vuol dire semplicemente che questa ha modificato totalmente tutti i propri giudizi negativi in massimamente positivi. Il "male" per un individuo del genere (ammesso che possano esistere individui così) semplicemente non esisterebbe più perché tutto andrebbe bene per lui. Non avrebbe più preferenze che si possono scontrare col reale o l'esistente, le avrebbe adattate totalmente a questo (tutto quel che accade per lui andrebbe bene) e perciò non avrebbe più motivi per essere vivo o morto, integro o a pezzi, non avrebbe motivi di preoccuparsi se un suo caro è vivo o morto, vicino o lontano, anzi probabilmente non esisterebbero nemmeno più persone a lui care... Tutte queste condizioni verrebbero "accettate" in egual modo, la gerarchia generata dalle preferenze personali insomma finirebbe col non esistere più per lui.

    Un saluto
    Ultima modifica di Char_Lie : 24-06-2009 alle ore 16.06.44

  15. #165
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    Riferimento: "Il senso tragico della vita": frasi da una terapia

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    No. Intendo sottolineare l'arbitrarietà di ogni giudizio di valore. Dunque anche di attribuzioni quali ''bene'' e ''male'': la natura non conosce questa differenza perchè semplicemente, rispetto a siffatte cognizioni, essa è ''innocente''. Il ''diritto di cittadinanza'' è una operazione però essenziale e conseguente al fatto che l'uomo è aperto al mondo grazie al processo di differenziazione cosciente: ancora una volta il mito esprime meglio del discorso questi scenari. All'Eden l'uomo vive nell'incoscienza di una condizione indifferenziata (il rispetto della necessità divina che le cose stiano in certo modo). Egli però fin dal principio sa di essere il protagonista di un sacrificio: egli rinuncia al ''sapere'' per godere di una condizione di indifferenziazione con il tutto. Il presentimento e il dubbio che ha, però, non si estinguono mai; cosicchè Eva rompe il sigillo e raccoglie la mela. Ecco: proprio da questo momento ha inizio (per il mito) il processo del ''diver-coscienti'' (Bewusstwerdung-risveglio) che implica il ''riconoscimento della differenza'' e dunque la consapevolezza che il solo processo cosciente (o razionale) non esaurirà l'infinita varietà dell'Altro. Questo è quello che intendevo con ''uguale diritto di cittadinanza''.

    Saluti,
    Luigi
    Solo una domanda: chi e come, ha stabilito in realtà, che la Natura é innocente e non conosce siffatte cognizioni? Quali categorie di appartenenza sono di fatto intrenseche ed esauribili e non esauribili con la nozione di "natura"? E cosa significa attribuire la categoria di innocenza alla natura? A cosa essa si contrappone, al di là di un semplicistico "la colpevolezza dell'uomo?" (o "senso di colpevolezza"). Ed a cosa é di fatto, implicitamente, complementare siffatta costruzione semantica?

    Grazie.

    Saluti
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 25-06-2009 alle ore 13.42.21
    Gaia

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