Potrei anche essere d'accordo se non fosse per una "piccola" complicazione: l'inconscio e, quindi, la sovradeterminazione di qualsiasi intervento del terapeuta. Ecco perchè è possibile essere più consapevoli (chè un piena consapevolezza non la si avrà mai!) di ciò che avviene nella relazione e di ciò che significa un determinato intervento solo dopo che ciò è avvenuto. La letteratura psicoanalitica contemporanea a riguardo è abbondante e la riflessione sul tema densa di conseguenze. L'analisi è costellata di agiti di piccola entità che impattano proprio perchè colgono elementi che, per loro natura, non è possibile cogliere a priori. Il lavoro di interpretazione si svolge quindi necessariamente a posteri. Qui sta la differenza: la capacità dell'analista di cogliere ciò che è stato agito per "non dicibile".
Quindi ribalterei, da quest'ottica la tua frase: è aderente con la realtà il fatto che non è possibile conoscere tutte le conseguenze dell'agire terapeutico. La differenza sta nel considerare o meno questa dimensione della relazione.
Saluti
gieko
Non confondiamo i livelli operativi. Con autonomia intendo le proprietà intrinseche di autopoiesi del soggetto, che sono presenti in tutti gli esseri viventi (se no, non sarebbero tali), quindi anche nel paziente gravemente sofferente. Quindi le attività di sintesi strutturale spettano a lui, non all'analista, il cui unico compito è perturbare la struttura in modo da farne emergere i limiti. Ovviamente per far ciò non deve rispondere ai bisogni strutturali già presenti, evitando quindi di mettere in atto processi collusivi (generano di conseguenza scotomi del campo che, a lungo andare, possono determinare stallo e impasse dell'analisi).
Che tutto ciò sia possibile perchè siamo sistemi relazionali è logico, altrimenti non ci sarebbe comunicazione e richiesta inconscia all'analista. Ma questa è il livello di funzionamento della relazione, sugli aspetti inconsci della quale l'analista può intervenire essendo appunto "senza memoria e desiderio".
Saluti
gieko
Puoi forse impedirtelo?!Io non farò mai uso di associazioni...NON SONO UNA PSICOANALISTA!!!!!!!!
L'accudimento, per come è stato inteso qui, mi sembra che rimandi ad una dimensione di "risposta ad un bisogno, ad un desiderio", quindi in un'ottica riparatoria. Sebbene possa essere estremamente gratificante, però, ciò va contro alla messa in moto di autonomi processi autopoietici, ovvero di riorganizzazione strutturale (con conseguenti cambiamenti che permettono l'uscita da soluzioni che generano sofferenza) che sono qualità presente, come dicevo prima, in tutti gli esseri viventi (vedi Maturana e Varela). Quindi non parlo di mancato rispetto a livello personale o relazionale o morale, ma a livello di processo, cioè di attivazione dei processi auto-organizzativi del paziente stesso.
Peccato, non sai cosa ti perdi...
Saluti
gieko
Proprio perchè il terapeuta è un professionista, terminata la seduta riflette ed elabora quanto emerso, durante il colloquio, di suo, del paziente e della relazione!Questo è uno degli strumenti del suo lavoro: lo fa da solo e lo fa in supervisione. La seduta non termina finchè non si trascrive il colloquio (che non vuoil dire trascrizione tipo cronaca).Si ricostruiscono significati, intenzioni, messaggi consci, inconsci, ecc...Proprio in questo senso gli agiti trovano cmq un riconoscimento ed un'adeguata collocazione, non sono lasciati cadere nel vuoto o peggio nella routine. Guai se non ci fosse l' a-posteriori in cui rileggere tutto quanto emerso. Insisto sul concetto del lavoro che fa il terapeuta, che è prima, è durante ed è dopo la seduta, proprio per fugare facili associazioni di qualunquismo.
Ma credevo che tutte queste riflessioni fossero pacifiche e condivise, in quanto trasversali agli orientamenti.
Ultima modifica di GIUNONE : 14-07-2009 alle ore 12.24.22
Per quanto ho potuto constatare tanto condivise non sono. Ed a sentire in giro prevalgono posizioni per cui si tenta di stabilire aprioristicamente cosa fare in seduta (e quante supervisioni hanno questo intento?), chè è molto più tranquillizzante. Lasciarsi andare al "terrore" dell'incontro con l'ignoto del paziente in ogni seduta, non mi pare un sentimento pacificamente condiviso...
Saluti
gieko
Bisogna vedere cosa intendi o intendono per a-prioristicamente. Io intendo l'essere portatrice consapevole e situata della mia specifica identità professionale, ovvero inserita in una precisa cornice teorica-metodologica-tecnica.Credo sia essenziale questa a-prioristicità, proprio per fugare leggerezza,cecità, qualunquismo.
Attenta! Che la cornice non diventi una gabbia...Io intendo l'essere portatrice consapevole e situata della mia specifica identità professionale, ovvero inserita in una precisa cornice teorica-metodologica-tecnica.Credo sia essenziale questa a-prioristicità, proprio per fugare leggerezza,cecità, qualunquismo.
Ultima modifica di GIUNONE : 14-07-2009 alle ore 12.53.30
beh, prendimi come un profano che ti chiede: hai una idea di "accudimento", una tua spiegazione, che è strettamtne interdipendente da come te la sei fomata emotivamente nella tua storia familiare.(l'hop messa piuttosto semplice)
bene.domanda:
quindi ciò che tu chiami accudimento credi che sia la stessa cosa per come la intende il tuo terapeuta (tuo in senso generico)? possiamo dirci che accudimento è abbracciarsi, ma cosa intendiamo per abbracciarsi? quello che fanno i pugili, quello che può fare un figlio, o il proprio partner? lascai perdere il setting terapeutico (un grande mito che ancora sopravvive ahimè grazie alle solite accademie), e aiutami a portare avanti questo ragionamento....
ritieni o no di dover fare attenzione nel pensare che l'accudimento sia un prerequisito definito su cui si basa la relazione terapeutica?
insomma, una cosa è quanto pensiamo che sia ovvio e dovrebbe essere (etica dei principi), una cosa è cosa avviene e in che modo nella relazione, costruito e non oggettivo come tendiamo a fare (etica delal responsabilità). te lo avevo proprio scritto, è una questione molto grossa. chissà, se riuscissimo ad approfondirla, sarebbe molto stimolante.
ciaz.
Ultima modifica di neuromancer : 14-07-2009 alle ore 13.01.44
La questione è complessa nel momento in cui è la teoria stessa, in seduta, a diventare - come tutto del resto - fattore dinamico. Bisogna quindi muoversi con difficoltà creando costantemente, momento per momento, una dialettica tra le diverse componenti presenti sul campo, teoria compresa.
Come dice ikaro, la teoria stessa può divenire una gabbia dorata, una resistenza, soprattutto nella stanza d'analisi dove ci sono due soggetti che si incontrano in un modo molto particolare (e sono tutti e due "spaventati", per dirla sempre con Bion).
Saluti
gieko
Credo che questo sia pacifico, nel momento in cui si parli di orientamento e non di gabbia. La cornice teorica deve essere flessibile e dinamica in maniera che le varie forze in campo abbiano modo di prendere forma e voce. Il lavoro continuo su quanto emerso e la supervisione permettono al terapeuta di evitare un irrigidimentarsi della teoria che, divenendo fine a se stessa, perde senso e prende la forma del letto di Procuste.
Un altro grande rischio che mi sembra vedere è quello dell'autoreferenzialità, ovvero la chiusura totale del professionista verso il confronto e la condivisione con colleghi su terreni comuni . A mio parere, il vero danno che potrebbe fare un terapeuta avviene in questo possibile pericoloso solipsismo.
Ultima modifica di GIUNONE : 14-07-2009 alle ore 16.30.43
Caro Gieko, la nostra querelle è una storia infinita.....Per te flessibilità, apertura, partecipazione si traducono automaticamente in collusione.
Anche barricarsi nella gabbia dorata della teoria, "sordi, ciechi e muti" rispetto al malessere del paziente, potrebbe determinare stallo e impasse nell'analisi.
Ma non riuscite a capire, fino a che punto potete spingervi senza creare, come dici tu, 'scotomi'....Anche noi pazienti, col tempo e la fiducia reciproca, ci aspettiamo una 'trasformazione', ma vostra, in individui più umani... Attesa vana! Avete la capacità di intuire perfettamente quello che il paziente si aspetta da voi ed evitare diabolicamente di farlo quando noi ne abbiamo urgenza. Si parla di sfumature: un incoraggiamento al momento che serve, un pò di positività, un sorriso...di piccole cose che se agite, non capisco come potrebbero non essere terapeutiche.. Poi, quando vi gira, ma non è richiesto, magari vi mollate un pò!
Come spiegare che anche se va come sopra, il mio analista non lo cambierei con nessun altro?
![]()
Ultima modifica di francesca63 : 14-07-2009 alle ore 17.58.41
FRANCESCA
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)
Ammazza, ma non sapevo che il tuo terapeuta fosse hitleriano, pensavo junghiano!!Anche barricarsi nella gabbia dorata della teoria, "sordi, ciechi e muti" rispetto al malessere del paziente, potrebbe determinare stallo e impasse nell'analisi. Avete la capacità di intuire perfettamente quello che il paziente si aspetta da voi ed evitare diabolicamente di farlo quando noi ne abbiamo urgenza.Ma dai, "sordi, ciechi e muti" di fronte al dolore e alla sofferenza, persino diabolici nell'evitare, ma manco nei film di Woody Allen!!
Finalmente una domanda seria, già come spiegare? Buon lavoro...!Come spiegare che anche se va come sopra, il mio analista non lo cambierei con nessun altro?
Saluti,
ikaro