
Originalmente inviato da
gieko
Mi sembra che stiamo andando di fraintendimento in fraintendimento... Io non critico il fatto che vengano fatti dei progetti, nè il progetto inglese in questione. Ritengo però che sia doverso porsi delle domande quando ci si muove in ambito clinico, qualsiasi cosa si faccia, perchè è un terreno estremamente delicato e l'utente deve essere sempre al centro del pensiero e della progettazione. Rimango quindi perplesso di fronte a discussioni come queste dove, mi pare, la leva principale dell'entusiasmo sia costituita dall'opportunità di lavoro che si crea per gli psicoterapeuti, e dove non viene spesa una parola su cosa può significare per l'utenza intervenire in un determinato modo, dal momento che le conseguenze sono inevitabili ed è meglio averle presente.
"Il resto si vaglierà e si aggiusterà" scrivi... Il problema è che quando l'impianto generale di un progetto e le rappresentazioni relative da parte degli operatori sono attivate, tornare indietro è molto difficile.
Per quanto mi riguarda la soluzione può essere pure andare in Inghilterra, se uno lo desidera. Credo solo che andarci con l'idea principale di trovare un'occupazione o con l'intento di attuare interventi che abbiano al centro l'utenza portino gli operatori ad atteggiamenti differenti verso ciò che si andrà a fare. E lo stesso ovviamente vale per qualsiasi altra scelta, perchè non cambia nulla fare la scuola di specializzazione, la psicodiagnostica, il supporto psicologico, la riabilitazione cognitiva e chi più ne ha, più ne metta, mettendo in secondo piano il fatto che è l'utenza a ricoprire il ruolo centrale. Se non c'è questo pensiero si può essere introdotti nell'ambiente anche dal papa, ma i pazienti se ne accorgeranno (consapevolmente o inconsapevolmente), non si sentiranno aiutati e se ne andranno. Questo, almeno, per quanto riguarda la clinica.
Spero sia più chiaro ciò che intendo porre alla vostra attenzione.
Saluti