
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Caro Willy,
la questione del “soggetto” è un a-priori epistemico, un postulato teorico, di cui in genere non si da fondamento scientifico (anche perché sarebbe molto difficile farlo). Ciascuno di noi sceglie molto liberamente il tipo di soggetto da cui intende partire, tutto ciò che invece possiamo tenere in considerazione sono i limiti e le conseguenze di ciascuna scelta.
Trovo, dunque, non molto comprensibile il tuo: “quando si tratta del "soggetto", io dubito assai di poterne parlare, come fa il tuo collega Gieko, come di una struttura unitaria”, mi piacerebbe sapere su quali basi fondi questo dubbio, visto che a questo livello di discussione non possiamo utilizzare le categorie tipiche della scienza, ma quelle del discorso filosofico.
La mia scelta, che è anche quella di Gieko, è dunque quella di partire da un soggetto che sia il referente unico dell’esperienza, un soggetto unitario, che come tale si configura, vive e agisce. Non è un’idea peregrina in psicoanalisi, visto che molti psicoanalisti che utilizzano le teorie sistemiche, che si confrontano con la moderna teoria del caos e con la cibernetica l’hanno adottata e dialogano molto proficuamente con il cognitivismo costruttivista, con l’interazionismo simbolico, con i sistemici e con tutte le teorie psicologiche olistiche.
La scelta, ripeto, non è discutibile come non lo è quella di chi fa riferimento invece ad un soggetto “composito”, semmai possiamo soffermarci sui limiti e sui punti di forza di ciascuno di questi presupposti. Per quanto mi riguarda, partire da un soggetto unitario mi fa avere la presunzione di occuparmi della persona in quanto tale, del soggetto nella sua interezza, di Mario Rossi per capirci, e non delle sue pulsioni contrapposte alle sue difese, o dei suoi traumi, o dei suoi sintomi, o dei suoi complessi.
La difficoltà consiste nel fatto che se unifichi il soggetto, se non postuli alcuna frattura nel soggetto, originaria o secondaria, difficilmente puoi rendere conto del conflitto intrapsichico e puoi fondare una teoria basata sull’inconscio dinamico. Il dualismo può spiegare il divenire soggettivo come qualcosa che riguarda solo il soggetto, mentre il monismo deve far appello al relazionale come altro polo dialettico.
Un primo punto debole del dualismo possiamo ritrovarlo nella constatazione di Merleau-Ponty, secondo cui il soggetto conoscente e il soggetto conosciuto risultano essere necessariamente due soggetti diversi, con buona pace di noi psicologi che ci illudiamo di parlare del soggetto facendolo oggetto della nostra indagine e degli “introspezionisti” che fanno finta di credere il risultato di una introspezione, di una mentalizzazione, di una presa di coscienza, possa essere riferibile a qualcosa di soggettivo.
Un altro pesante fardello che si pone al dualismo è costituito dalle conseguenze della distinzione fra mente e corpo, prima fra tutte quello del loro rapporto. La biunivocità (a cui mi pare tu faccia riferimento) non supera il problema dualistico, perché fin’ora nessuna teoria (da quando Descartes pose il problema) e nessuna scienza è riuscita a superare l’empasse del dialogo fra mente e corpo, come cioè il pensiero diventi azione e come l’azione diventi pensiero.
Il soggetto unitario è tale perché non ha parti separate, distinte, riconoscibili, (mente-corpo, inconscio – coscienza, strutture ereditarie-strutture esperienziali, ecc.), ogni avvenimento che lo coinvolge lo coinvolge sempre globalmente; ma nello stesso tempo non stiamo parlando di un monolite, possiamo individuare momenti e movimenti differenti, purché non perdiamo di vista che ciascuno di questi appartiene ad un unico organismo e fa parte di una stessa funzione (così come la sistole e la diastole del cuore).
Partendo da questi presupposti, puoi capire meglio come il riflettere sulla relazione e l’analisi del transfert (oltre a portare fuori ciò che è dentro, altrimenti su cosa rifletti?) siano molto diversi dalla “presenza a se stessi” nella relazione (cioè il guardare/sentire se stesso, l’altro e la relazione contemporaneamente, ciò che sta succedendo fra noi in un dato momento) che il terapeuta può favorire nel proprio paziente o raggiungere insieme a lui.
Per me il problema del dentro e del fuori non si pone con la stessa intensità con cui mi pare si ponga a te, né tantomeno (come ho evidenziato prima) mi si pone il problema della mente e del corpo e della sua relazione univoca o biunivoca o di “percorsi molteplici”, che tu attribuisci a tutta la psicoanalisi e a tutti gli psicoanalisti (quindi anche a me).
Per lo stesso motivo faccio una certa fatica a seguirti nella tua spiegazione dell’azione pensata (di converso dovremmo avere il pensiero azionato, o qualcosa del genere), o dell’emotività che deriverebbe da un cambiamento di postura o del cambiamento di postura che deriverebbe da una certa emotività. E questo per il semplice fatto che per me avviene tutto contemporaneamente, emozione, sentimento, postura, pensiero, sensazione e, aggiungerei, ritmicità e riconoscimento; senza essere necessariamente l’una al posto dell’altra o l’una causa dell’altra.
Intendiamoci, io non voglio sopravvalutare né sottovalutare nulla, così come non vorrei dare assolutamente l’idea che il mio modo di pensare e di procedere sia migliore di quello altrui; mi preme sottolineare le differenze, far capire il mio punto di vista e capire le posizioni altrui. Per cui concordo con te che non c’è polemica, perché spesso ci capita di polemizzare più contro i nostri pregiudizi e i nostri limiti di comprensione e non contro le posizioni dell’altro.
Concludo con la mia idea di teoria, io ritengo che una buona teoria (ampia, elastica, e chiara) sia essenziale per una buona pratica; spesso ho notato che coloro che sostenevano di ridurre al minimo il loro impianto teorico, poi operavano in base a teorie implicite, di cui non sapevano darsi conto. Non posso non condividere la frase di Charcot che citi, se le teorie sono troppo rigide o estese ad ambiti in cui non è provata la loro pertinenza, rischiano di essere delle gabbie prescrittive per la coppia analitica o, peggio, delle vie precostituite secondo le quali sancire l’avvenuta “guarigione” (credo che Gieko voglia alludere a questo nel finale del suo ultimo intervento). Nello stesso tempo, gadamerianamente, sono convinto che senza teorie, senza pre – giudizi, noi non vedremmo niente della realtà che ci circonda; dobbiamo far si che i pre – giudizi siano solo delle ipotesi, e che da scienziati siamo sempre pronti a confrontarli con l’altro con cui teniamo una relazione terapeutica. Dovremmo cioè fare come Tarzan, che usa una liana per spostarsi di qualche metro nella jungla, ma poi è costretto ad abbandonarla e ad afferrarsi a qualcun’altra se vuole procedere.
Quello della sintesi non è esattamente un dono che posso dire di possedere.
P.S. Mi dispiace che tu abbia reagito in questi termini all’intervento di Gieko, paradossalmente in questo modo dai ragione a lui, perché il tuo parlare di “intelligenza male utilizzata” (oltre a tutte le considerazioni etiche e di buona educazione a cui potremmo fare riferimento), può farci ipotizzare che esiste implicitamente in te un’idea di “intelligenza ben utilizzata”, potresti chiederti in quali altri ambiti hai idee simili (giusto-sbagliato; bene-male, ecc.) e se per caso queste teorie implicite non vengano applicate pure ai tuoi pazienti.
Ciao.