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  1. #151
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    06-07-2004
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro ikaro, sono d'accordo con la posizione di Freud, che però contestualizzerei. Dipende cosa intendiamo per terapia, per cura e per medicina. Ad ogni modo mi sembra che anche il buon Freud fosse molto dell'idea che la psicoanalisi fosse principalmente cura, e non filosofia. Che poi ci siano applicazioni che vanno oltre la stanza di analisi (la "psicoanalisi applicata") è un dato di fatto.
    Sapevo che avresti ribattuto con il discorso della formazione, ma sono più scettico di te su questa grande influenza degli albi e dei controlli esterni, perchè dipende sempre da come ci si pone. Non penso che un esperienza analitica degna di essere definita tale risenta più di tanto della legge Ossicini. La sostanza può tranquillamente trascendere le formalità burocratiche. E poi il discorso del controllo, al di là di enti non psicoanalitici, è insito nella psicoanalisi stessa. Mi sembra che anche la pratica della "passe" non abbia contribuito a dirimere la questione...
    Caro Gieko,
    faccio davvero fatica a comprendere la tua posizione, soprattutto alla luce delle nostre chiacchierate... Il punto è che la Legge Ossicini ha contribuito al fiorire di scuole e soprattutto "scuolette" che -pur riferendosi alla teoria psicoanalitica- propongono percorsi formativi quantomeno discutibili, prova ne è la standardizzazione di un percorso formativo della durata quadriennale e soprattutto l'idea di una trasmissione di un sapere, quello analitico, che per sua natura non è affatto lineare e quindi non può essere programmato secondo un modello universitario. E' questo il modello che vige negli istituti di formazione in psicoterapia. Inoltre, non meno importante, la Legge Ossicini sostanzialmente vieta a chi medico e psicologo non è di prendere la via della psicoanalisi, ti sembra una cosa da poco? Di questi passi arriveremo, come in America, alla psicoanalisi condotta solo dai medici. Ma il vero problema, sono d'accordo, non è la Legge Ossicini, va piuttosto ricercata esaminando attentamente la storia del movimento psicoanalitico e, con esso, la storia della formazione degli psicoanalisti nel corso di più di un secolo. Il discorso del controllo, a mio parere, non è così scontato come lasci intendere: la storia della formazione analitica, anche all'interno della quasi secolare IPA è ricca di aspri scontri su questo punto, su come il training di formazione degli psicoanalisti scadesse in un rito iniziatico e si reggesse interamente su un modello burocratizzato e gerarchico della formazione (vedi le critiche di Balint). Il dispositivo della passe non dirime affatto la questione, ma quantomeno prova a mettere l'aspirante analista di fronte alla necessità di dare le prove del fatto che ci sia stata analisi, che ci siano stati effetti analitici (a posteriori) e non per il fatto di essersi recato dal proprio analista ("con funzione di training": anche qui ci sarebbe qualcosa da dire, su questa cerchia di psicoanalisti) per 4 volte alla settimana per un certo numero di anni, anche questo è un modo piuttosto diffuso, nelle scuole, di 'garantire' la formazione dello psicoanalista, al punto che a volte non ti fanno diplomare se non hai staccato il tagliando, cioè un certo numero di ore, se non è burocrazia questa!! ;-)

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 20-07-2009 alle ore 20.24.50

  2. #152
    Partecipante Assiduo
    Data registrazione
    06-08-2005
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    236

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Vorrei cercare di capire a cosa serve la psicoanalisi come pratica terapeutica. Cioé voglio capire in che modo uno psicoanalista tenterebbe di risolvere un certo problema che gli vien posto. Cito quello che ha scritto Gieko in un altro post che personalmente mi ha lasciato perplesso:



    L'eccessiva enfasi data all'idea di dare ascolto ai desideri inconsci di una persona a me non piace affatto, io vorrei che vengano soddisfatte in una certa misura le mie richieste coscienti, l'inconscio chi lo "vede"? Poi come faccio ad essere sicuro di non essere stato "imbrogliato" in qualche modo? Mi si può dire che al livello inconscio sono stato accontentato in ogni caso. Che la cosa funzioni comunque a me non interessa, io non voglio modificare la natura dei miei desideri, voglio che qualcuno mi aiuti a soddisfare quelli più importanti per me (però quelli che sento più importanti al livello cosciente altrimenti viene introdotto il solito trucco) visto che fino ad ora non ci sono riuscito: la psicoanalisi o un trattamento psicodinamico possono risultare utili in casi come il mio?

    La cosa complicata per me è riuscire a soddisfare certi desideri ed esigenze, è in questo punto preciso che incontro delle difficoltà ed è qui che voglio ricevere aiuto, non è certo dai sintomi di tristezza e depressione che voglio guarire ed in fin dei conti non credo che abbia senso parlare di tristezza come sintomo slegandolo dai motivi esistenziali che la provocano, senza motivo non ci sarebbe tristezza, ma un insieme di sensazioni.
    Ad esempio se io sono depresso o molto triste in certi momenti perché non riesco a fare qualcosa non desidero che qualcuno mi convinca che riuscire in quella cosa per me non è importante, voglio soltanto che riesca a darmi degli strumenti adeguati per riuscirci (e non solo emotivi), la mia domanda di aiuto è questa, e se non mi si può aiutare in questo io personalmente non desidero ricevere altre cure.

    Può darsi che molte persone si rivolgono a queste pratiche con la speranza di ottenere qualcosa senza sapere chiaramente che quel che gli viene offerto non ha quasi nulla a che vedere con quel che chiedono.

    Secondo me bisognerebbe essere una volta per tutte chiari e dire "la psicoanalisi non serve per risolvere certi problemi", se cercate delle strategie efficaci per vincere una battaglia, trovare una ragazza o cose del genere rivolgetevi ad altre discipline, uno psicoanalista non può di certo aiutarvi perché non possiede le conoscenze adeguate per "guidarvi" in modo più efficiente ed efficace rispetto ad altre persone o a voi stessi.
    Tutto può essere utile e innegabilmente la psicoanalisi ah il merito di toccare il fondo delle cose,se però si rimane sulla superficilità delle solite considerazioni di ki non la conosce,e si cerca di spiegare tutto in base alle teorie psicodinamiche di 100 anni fa ovviamente qualcosa che non va la si trova sempre.
    "Il vostro amore per la vita sia amore per la vostra speranza più alta:e la vostra più alta speranza sia il più alto pensiero della vita!"
    Nietzche

  3. #153
    Partecipante Figo L'avatar di bella primavera
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    17-01-2007
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?


    La migliore definizione della funzione della psicoanalisi è quella dell'umorista Krauss "quella malattia di cui ritiene di essere la terapia".

  4. #154
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da bella primavera Visualizza messaggio

    La migliore definizione della funzione della psicoanalisi è quella dell'umorista Krauss "quella malattia di cui ritiene di essere la terapia".
    Già...ma dire 'malattia' è dir poco!...qualcuno la definì alla stregua di una 'peste'...

    Saluti,
    Luigi

  5. #155
    Banned
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da Aleandros
    Tutto può essere utile e innegabilmente la psicoanalisi ah il merito di toccare il fondo delle cose,se però si rimane sulla superficilità delle solite considerazioni di ki non la conosce,e si cerca di spiegare tutto in base alle teorie psicodinamiche di 100 anni fa ovviamente qualcosa che non va la si trova sempre.
    Questo è un pezzo di un articolo pubblicato su PSYCHOMEDIA

    a) L'esistenza umana è costitutivamente intrisa di dolore come di gioia; gli adulti hanno la capacità di tollerare sia le esperienze gioiose che quelle dolorose, ma tale capacità manca ai bambini, i quali percepiscono e classificano come una vera minaccia per la loro sicurezza le esperienze più dolorose di solitudine, rifiuto, sostegno inadeguato e contatto labile.
    b) Il sistema delle difese individuali elaborato nell'infanzia, è una risposta adeguata al dolore in quanto riduce il contatto con il dolore; produce tuttavia altre forme più superficiali di sofferenza.
    c) Tale sistema viene costruito inconsciamente e"senza scadenza"; esso si protrae quindi anche nelle epoche successive in cui è inutile perché la persona, diventata adulta, dispone di risorse sufficienti per l'elaborazione del dolore.
    d) Le difese servono quindi a non sentire delle reali sofferenze (o almeno a soffrire in modo più tollerabile nell’infanzia). Le sofferenze che gli adulti vorrebbero "curare" con la psicoterapia, sono invece conseguenze (divenute troppo ingombranti) del mantenimento delle difese. Esse sono cioè il prezzo che il cliente inconsciamente sceglie di pagare per mantenere atteggiamenti e comportamenti difensivi rispetto al lato realmente doloroso della vita. Il cliente vorrebbe mantenere le difese (di cui non è cosciente) senza però soffrire per le conseguenze che esse producono.
    e) Il paradosso dell'analisi sta nel fatto che il cliente entra in analisi perché "sta male" (superficialmente ed irrazionalmente) e vorrebbe "star bene", mentre l'analisi lo conduce al dolore profondo, più temuto di quello prodotto dalle difese. Il lavoro analitico demolisce l'illusione di poter stare semplicemente bene, ma favorisce un maggior contatto con la realtà e rende possibili esperienze realistiche e profonde di gioia e di felicità proprio distruggendo i sogni infantili di benessere.
    f) L'analisi, quindi, si articola in certi passaggi logicamente connessi: riconoscimento dell'intenzionalità difensiva, confronto con i vissuti dolorosi temuti, riclassificazione dei vissuti (da intollerabili a tollerabili); elaborazione del dolore antico; accettazione del dolore come uno degli aspetti costitutivi dell'esistenza; sperimentazione di nuove e più profonde esperienze umane e ridefinizione del progetto esistenziale (dal progetto di vivere per evitare qualcosa a quello di vivere per qualcosa).
    g) Questa concezione va intesa in senso forte, cioè va applicata a tutte le problematiche che il cliente porta in analisi: il cliente fobico ridottosi a vivere in uno spazio limitatissimo, il cliente depresso, il cliente tormentato dai sensi di colpa sono da considerare come degli edonisti incalliti e non delle vittime di una malattia. Ogni cedimento "pietoso" equivale ad una collusione e comporta la rinuncia a favorire un cambiamento profondo.
    h) Questa chiave di lettura per le difese non si applica solo a processi difensivi associati a sintomatologie, ma si applica a tutte le azioni difensive che purtroppo permeano la sfera della "normalità": tante cose che vengono spacciate per scelte ideologiche o etiche, interessi culturali o convinzioni filosofiche, gusti o abitudini, istanze libertarie, senso di responsabilità, passioni o manifestazioni d'amore, effetti dello "stress" o incapacità di scegliere, ecc. sono semplicemente tentativi di evitare il contatto con il dolore.
    i) Uno dei prezzi che si paga per portare a buon fine un percorso analitico personale e per diventare coscienti delle proprie difese è quello di scoprire che la realtà sociale, è in buona parte costruita proprio per "dimenticare". Realizzare un buon rapporto con se stessi, diventare capaci di gioire e di stabilire rapporti costruttivi, acquisire la sensazione e la convinzione di vivere una vita significativa sia nei momenti belli, sia in quelli brutti, costa quindi molto: comporta sia l'elaborazione del dolore antico, mai integrato, sia l'accettazione del dolore inevitabile nella vita attuale e futura. Comporta anche la consapevolezza di una solitudine prima mai percepita con chiarezza, rispetto a persone, realtà sociali e culturali marcatamente orientate a occultare la morte ed il dolore e ad alimentare forme illusorie di potere, piacere, conoscenza.
    Se le cose stanno così come afferma lo psicoanalista che ha scritto questo articolo, non mi sembra che la psicoanalisi in generale sia così lontana dall'idea che mi sono fatto di questa.
    Visto che tanto rappresenta un sistema per essere in contatto col dolore ritenendolo inevitabile, senza risolvere davvero i problemi o le cause a monte che lo generano, la trovo una pratica pressappoco inutile, almeno per me.
    Io non voglio vivere una vita significativa secondo qualche teorico di psicoanalisi, voglio vivere una buona vita secondo me, e queste sono due cose diverse perché ho potuto constatare io stesso che una vita significativa per uno psicoanalista poi finisce col corrispondere ad una vita di merda (scusatemi se non uso eufemismi) secondo il mio metro di giudizio: se la psicoanalisi non può darmi davvero quel che cerco, non mi serve di sicuro, una vita significativa piena di mali la riesco a vivere anche da solo sinceramente. I problemi consistono nel "diminuire i mali" ed "aumentare le gioie" secondo un certo metro di giudizio, invece qui viene chiarito apertamente che vengono riclassificati in mali, da intollerabili dovrebbero diventare tollerabili, ossia viene modificata la scala di valori del soggetto.
    Magari il problema da risolvere consiste proprio nella frase che ho evidenziato in grassetto, il problema è che tutto costa molto per una persona e dunque questa consapevolezza non saprei proprio in fin dei conti cosa dovrebbe risolvere.

    Un saluto
    Ultima modifica di Char_Lie : 21-09-2009 alle ore 13.25.35

  6. #156
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    06-07-2004
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Se le cose stanno così come afferma lo psicoanalista che ha scritto questo articolo, non mi sembra che la psicoanalisi in generale sia così lontana dall'idea che mi sono fatto di questa.
    Visto che tanto rappresenta un sistema per essere in contatto col dolore ritenendolo inevitabile, senza risolvere davvero i problemi o le cause a monte che lo generano, la trovo una pratica pressappoco inutile, almeno per me.
    Io non voglio vivere una vita significativa secondo qualche teorico di psicoanalisi, voglio vivere una buona vita secondo me, e queste sono due cose diverse perché ho potuto constatare io stesso che una vita significativa per uno psicoanalista poi finisce col corrispondere ad una vita di merda (scusatemi se non uso eufemismi) secondo il mio metro di giudizio: se la psicoanalisi non può darmi davvero quel che cerco, non mi serve di sicuro, una vita significativa piena di mali la riesco a vivere anche da solo sinceramente. I problemi consistono nel "diminuire i mali" ed "aumentare le gioie" secondo un certo metro di giudizio, invece qui viene chiarito apertamente che vengono riclassificati in mali, da intollerabili dovrebbero diventare tollerabili, ossia viene modificata la scala di valori del soggetto.
    Magari il problema da risolvere consiste proprio nella frase che ho evidenziato in grassetto, il problema è che tutto costa molto per una persona e dunque questa consapevolezza non saprei proprio in fin dei conti cosa dovrebbe risolvere.
    Forse vale la pena provare, vedi un po' tu...

    Saluti,
    ikaro

  7. #157
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro Char_Lie,
    sono sempre più convinto che non esista più “la” psicoanalisi, ma “le” psicoanalisi; questo genera confusione che noi addetti ai lavori dovremmo chiarire dicendo chiaramente qual’è la nostra teoria di riferimento, quale metodo adottiamo e quali sono gli obiettivi che pensiamo di poter perseguire insieme al paziente. Capirai, già con Freud in vita ci sono state adesioni al limite del fanatismo e scissioni che si sono lasciate strascichi pesanti e dolorosi. Oggi esiste una molteplicità di scuole psicoanalitiche (che non è necessariamente un male, a patto che non diventino delle sette che cercano di ritagliarsi una fetta di visibilità, di potere e di posto al sole), che si differenziano nelle teorie, negli intenti e persino nei loro presupposti epistemologici. Tanto per fare un esempio, per me che ho una formazione in psicoanalisi relazionale, che adotta il moderno paradigma costruttivista, mi è più facile dialogare con i cognitivisti come Liotti, Guidano e Reda che condividono con me lo stesso paradigma, piuttosto che con gli psicoanalisti “classici” (ammesso che ce ne sia ancora qualcuno).
    A grandi linee possiamo dire che uno psicoanalista freudiano ha come obiettivo quello di rendere cosciente l’inconscio, questa presa di coscienza razionale porta alla luce la struttura inconscia che mantiene il sintomo, il quale non ha più ragione di esistere.
    In un’epoca successiva, intorno agli anni 70/80, psicoanalisti come Kernberg, Kohut (e in precedenza Winnicott), misero in dubbio le teorie freudiane (o meglio, credettero che non si trattasse solo di quello) e rivalutarono l’impatto della realtà sulla fantasia, del trauma rispetto al corredo biologico. La patologia si forma, per questi autori, in seguito ad un maternage non sufficientemente buono, dotato di scarsa empatia, che non sorregge a pieno il rifornimento di “narcisismo buono” che ciascun soggetto deve sperimentare per poter essere sicuro di sé e senza particolari problemi nell’affrontare la vita. Compito dell’analista diventava allora far vivere al paziente questa esperienza che gli era mancata, fungendo da genitore empatico e sufficientemente buono.
    In ciascuno dei casi la patologia aveva cause esterne al soggetto, l’ereditarietà nel primo caso e l’ambiente esterno nel secondo; il soggetto diventava un semplice spettatore passivo degli eventi della sua vita, una vittima delle circostanze o dei geni.
    Gli studi effettuati sui bambini fin dagli anni 50 dell’Infant Research invece ci consegnano l’osservazione di un bambino attivo ed interattivo fin da subito, spesso è lui che intraprende l’interazione con la madre attraverso alcuni segnali, che la imposta e la dirige e che decide di smettere di interagire distogliendo lo sguardo.
    Non è difficile pensare che il bambino costruisca attraverso l’auto o l’eco-regolazione un suo peculiare modello relazionale, che può permettergli di espandere la propria coscienza oppure, al contrario, di irrigidire le sue possibilità di espansione, negandosi ambiti esistenziali e relazionali molto importanti in funzione di una vita soddisfacente.
    Compito dello psicoanalista relazionale è facilitare la trasparenza del soggetto a se stesso, in modo tale che sia consapevole (non soltanto razionalmente, perché tutto sommato la razionalità esprime solo una piccola parte della nostra esperienza di vita) di sé, dell’altro e della relazione fra sé e l’altro. Ciò significa entrare in contatto simultaneamente con le proprie sensazioni, emozioni, sentimenti, pensieri in relazione alle sensazioni, emozioni, sentimenti e pensieri dell’altro e, contemporaneamente, aver ben presente le sensazioni, emozioni, sentimenti e pensieri insiti in quella relazione, oltre al suo funzionamento.
    Il sintomo, che il paziente porta in analisi, viene ascoltato, ma non toccato direttamente, la concezione che sta alla base di questo modo di lavorare è che esso non sia il “problema”, ma un epifenomeno di una struttura che incontra delle difficoltà. Anzi, potremmo dire che esso è già un tentativo di autoguarigione del soggetto, un tenersi in piedi nonostante tutto (ad esempio, il delirio paranoide altro non sarebbe se non il collante che ancora tiene in piedi un Io che altrimenti potrebbe frantumarsi in mille pezzi; il suo ruolo mi pare abbastanza chiaro, il soggetto si crea una specie di Forte Alamo che difende dagli indiani e dai messicani). In quest’ottica, eliminare il sintomo potrebbe rappresentare un grave pericolo per il paziente, ed è di tutta evidenza nella clinica, come i pazienti se lo tengano ben stretto anche in terapia (nonostante le lamentele di quanto li faccia soffrire), riuscendo ad abbandonarlo gradatamente (o di botto) solo quando si rinsalda un po’ il legame col terapeuta. Il sintomo viene sostituito dal legame, dalla relazione, e su questa si lavora, mentre è esperienza comune nel lavoro psicoanalitico di come il sintomo sia molto variabile: a volte sembra essere duro e incrollabile come una roccia, altre volte esso sembra crollare di schianto come le mura di Gerico dopo il suono delle trombe di Giosuè. Per questo chi pratica la psicoanalisi guarda con molto sospetto le teorie sintomatiche e quelle brevi.
    Mi rendo conto che ciò che scrivo è parziale (non solo di parte, ma anche necessariamente insufficiente a spiegare ciò che avrei voluto spiegare), mi rendo anche conto che non tutti i miei colleghi si riconosceranno o condivideranno ciò che scrivo (alcuni penseranno, a ragione, che banalizzo troppo delle cose che in realtà sono molto più complesse). Sono altresì convinto che la psicoanalisi non si spiega, l’unico modo per capirla è farne una. In molti, si sono provati a spiegare di cosa si tratta, cosa fa e a che cosa serve, con risultati anche apprezzabili, ma i libri, le conferenze, i congressi, non riescono a dire niente di psicoanalitico; l’unico vero libro di psicoanalisi è stato L’interpretazione dei sogni e ne ha sancito la nascita al sorgere del XX° secolo.
    Un saluto.
    P.S. Mi dispiace, ma non sono riuscito a leggere tutti gli interventi.

  8. #158
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Tra le Alpi e gli Appennini
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Forse vale la pena provare, vedi un po' tu...

    Saluti,
    ikaro

    Il problema potrebbe essere in quel forse che sembrerebbe essersi trasformato in altro, ikaro; e questo, purtroppo, talvolta, può accadere. Così come dici tu, altre volte, può valerne la pena.
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  9. #159

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Credo che ciò che accomuna le teorie psicoanalitiche - e che al tempo stesso le differenzia dalle altre teorie sulla psiche - sia postulare l'esistenza dell'inconscio.
    L'inconscio (ciò che è inconscio, aggettivo) non è qualcosa di inconoscibile, si manifesta attraverso i sintomi, i lapsus, le dimenticanze, i sogni, le battute di spirito... cose apparentemente prive di senso. Come l'innamoramento.

    Credo che con questo thread, Char_Lie, tu abbia cercato di capire per chi va bene la psicoanalisi. Per chi si e per chi no, per quali problemi sì e per quali problemi è inadeguata, dandovi un taglio quasi chirurgico. E forse non si può. Ci hanno provato in tanti, con argomentazioni cliniche, teoriche, scientifiche... che io sappia, nessuno ha potuto tracciare un limite netto.
    Si pensava non andasse bene per i bambini, perchè non avevano un Io ancora formato. Poi sono arrivate Anna Freud e Melanie Klein e hanno dato avvio alla psicoanalisi infantile.
    Si pensava non fosse adatta a pazienti psicotici o borderline. E poi Kernberg e Kohut hanno elaborato una metodologia (e una teoria) diversa e l'hanno reso possibile.
    Più recentemente, con il fenomeno dell'immigrazione, la psicoanalisi si sta confrontando criticamente con le altre culture sulla universalità delle sue chiavi di lettura.

    La psicoanalisi, per me, è fondamentalmente un percorso di conoscenza di sè, e la conoscenza (come l'amore) ti prende per mano e ti porta dove vuole. Se uno sapesse già tutto non sarebbe amore, non sarebbe vera conoscenza. La conoscenza è trasformazione, e la paura di perdere qualcosa di sè nella trasformazione la accompagna.

    Abbandonare l'idea di poter capire tutto - di avere il controllo - spaventa tanto. Ma rinunciare a questo non significa morire, significa vivere. I grandi mutamenti avvengono quando si lascia entrare qualcosa che non si capisce.
    Quando ci si innamora non si è più quelli di prima, vada come vada.

    Concordo con Megiston che la psicoanalisi non si può spiegare, è un'esperienza. Certo, devi trovare il "compagno di viaggio" adatto a te.

    Curiosity killed the cat, but nothing can kill curiosity...

    Il forum non è una scienza esatta

  10. #160
    Partecipante Figo L'avatar di bella primavera
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Con tutto il rispetto per questa tua disamina, penso che l'approcio analitico dovrebbe essere fondamentalmente clinico. Altrimenti lo scoprire se stessi, puoi farlo anche attraverso altri approcci più esoterici (yoga, buddismo).
    O almeno certe discipline è quello che affermano di poter fare "raggiungere l'illuminazione".

  11. #161
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Con tutto il rispetto per questa tua disamina, penso che l'approcio analitico dovrebbe essere fondamentalmente clinico. Altrimenti lo scoprire se stessi, puoi farlo anche attraverso altri approcci più esoterici (yoga, buddismo).
    O almeno certe discipline è quello che affermano di poter fare "raggiungere l'illuminazione".
    Sottoscrivo, non c'è psicoanalisi possibile senza un'insorgenza e una sofferenza sintomatica.

    Saluti,
    ikaro

  12. #162
    Megiston Matema
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro (o cara) Bella primavera,
    non è chiaro a quale “disamina” ti riferisci, siamo a pag. 11 e di disamine ce ne sono state diverse, se potessi essere più specifico/a te ne sarei grato.

    Caro Ikaro,
    trovo un non senso da parte mia dire che non mi occupo del sintomo e che “non c’è psicoanalisi possibile senza un’insorgenza e una sofferenza sintomatica” come affermi tu. Per me non si tratta di “sintomi” (e quindi di sindromi, di patologie, e quant’altro), ma di disagi esistenziali, e la terapia assume il significato di un rito di passaggio, di un cammino (fra l’altro io propongo nient’altro se non un percorso che ho già fatto, un sentiero che ho attraversato, ma che si rinnova di volta in volta in base al mio compagno di cammino, anzi è co-costruito di volta in volta insieme il percorso, la meta e persino gli strumenti per arrivarci). Non faccio riferimento alle discipline orientali, come lo yoga, lo zen o il buddismo, che vanno tanto di moda fra i miei colleghi, ma alle radici del pensiero occidentale, alla filosofia greca e all’esperienza religiosa ebraico-cristiana. Se sapessimo ancora leggere gli antichi testi per il loro significato esistenziale ci accorgeremmo che la “presenza a se stessi” (la trasparenza del soggetto a se stesso) è ben descritta nelle pagine dell’Iliade e dell’Odissea (che erano la principale fonte educativa della Grecia arcaica), è ripresa dall’etica greco romana, si incrocia con la tradizione giudaico-cristiana con i grandi esempi biblici di Abramo, Giacobbe (che lotta contro l’angelo), e di Giobbe e che arriva intatta e perfezionata fino a Hegel nelle pagine straordinarie della sua Fenomenologia quando descrive la dialettica servo-padrone. Parlare di disagio esistenziale e non di patologie serve soprattutto a non isolare il fenomeno, il malato è una persona che ha contratto qualcosa di brutto che per fortuna risparmia gli altri, allora se questa è la concezione o lo psicoanalista è un portatore sano della stessa patologia, una sorta di stregone che si è ammalato che ha superato il suo male, oppure (come io credo) è soltanto uno che ha già fatto la stessa esperienza di crescita esistenziale (che è un banco di prova per tutti gi essere umani e che possiamo chiamare processo di soggettivazione) e che facilita chi si trova in difficoltà ad affrontarla (per vari motivi). Ah, io per raggiungere l’illuminazione mi rivolgo all’Enel, in mancanza di questa uso le candele.
    Un saluto a chi segue questa discussione.

  13. #163
    Partecipante Figo L'avatar di bella primavera
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    la mia risposta era diretta a psicotrieste, personalmente non ho niente da eccepire sulla tua disamina e non penso che ikaro intendesse un sintomo avulso dalla persona, il discorso è che se una persona ha un disagio esistenziale, può essere comprensibile che vada in analisi;la cosa che contestavo "è che mi sembra assurdo che uno si alzi la mattina e dica adesso non so che fare voglio scoprire me stesso e vado sul lettino"

  14. #164
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro Ikaro,
    trovo un non senso da parte mia dire che non mi occupo del sintomo e che “non c’è psicoanalisi possibile senza un’insorgenza e una sofferenza sintomatica” come affermi tu.
    Ho capito cosa vuoi dire, credo, ma resta il fatto che quello che spinge una persona a bussare alla porta di uno psicoanalista è un sintomo, un'urgenza sintomatica o -se preferisci- un disagio esistenziale, che però sia diventato insopportabile. Non si tratta di isolare il fenomeno, ma di partire da esso perchè possa diventare via transfert un sintomo analitico.

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 22-09-2009 alle ore 09.28.04

  15. #165
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro Ikaro,
    la frase è scritta male, me ne sono accorto dopo averla postata, io direi piuttosto che una persona arriva in analisi in base ad un disagio, più o meno insopportabile, più o meno acuto, e che sostanzialmente ci porta la sua "malattia" o il suo sintomo come se non gli appartenesse. Questo perché attinge all'idea predominante di "malattia psichica" esistente nella nostra società, come cioè di un corpo estraneo che mi fa soffrire e di cui non vedo l'ora di liberarmi (non è raro che un paziente esprima la fatidica esclamazione: "perché è capitato proprio a me..."). Se prendessimo per buona questa rappresentazione, ci prodigheremmo a fare un intervento “chirurgico” per liberare il paziente dal suo sintomo, io invece ritengo sia più utile avvicinarlo al “sintomo” e alla sua struttura perché si renda conto che è appunto sua, che è nella sua facoltà metterla in atto o modificarla, anche radicalmente. Ciò che gli sta succedendo non è una cosa rara o singolare come può essere una malattia, che può colpire Caio, ma risparmiare Tizio, è piuttosto un processo esistenziale che tutti quanti (prima o dopo) dovremo attraversare se vogliamo dispiegare al meglio le nostre potenzialità di esseri umani, dotati di volontà, libertà e di auto-riflessività. Gettando uno sguardo alla società in cui viviamo, sono propenso a credere che il “paziente” che vive una crisi intensa e dolorosa sia in realtà un essere fortunato, perché da quella linea di frana aperta dalla crisi ciascuno può mettere le mani nella sua vita e trovare nuovi equilibri; mentre è sempre più consueto osservare persone che non accedono mai alla crisi e che irrigidiscono ancora di più la loro struttura, chiudendosi ancora di più le porte al mondo e limitando ulteriormente l’accesso alle vere e grandi soddisfazioni che la vita ci può riservare.
    Un saluto.

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