• Opsonline.it
  • Facebook
  • twitter
  • youtube
  • linkedin
Pagina 14 di 16 PrimoPrimo ... 41213141516 UltimoUltimo
Visualizzazione risultati 196 fino 210 di 229
  1. #196
    Banned
    Data registrazione
    21-03-2008
    Residenza
    Salerno
    Messaggi
    1,546

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da Ikaro78
    Sì, in un certo senso, "egosintonica" nel senso che ha a che fare con l'ego, con una identificazione immaginaria, finché questa tiene -benino nonostante tutto- si va avanti.
    Ma cos'è un'identificazione immaginaria?
    E' simile a quello che succede a certe persone quando dicono "Sono Napoleone"?
    Un'identità che non è riconosciuta dagli altri?

    Saluti

  2. #197
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
    Data registrazione
    06-07-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    1,975

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Ma cos'è un'identificazione immaginaria?
    E' simile a quello che succede a certe persone quando dicono "Sono Napoleone"? Un'identità che non è riconosciuta dagli altri?
    "Se un uomo che si crede un re è un pazzo, un re che si crede un re non lo è meno" (J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, 1946). Permettimi questa citazione, perchè mi sembra pertinente con il tuo intervento, nel senso che un'identificazione immaginaria non è solo quella del "folle" (che anzi andrebbe in un certo senso preservata), ma qui mi riferivo alle identificazioni immaginarie quali si incontrano nelle nevrosi, in particolare le identità riconosciute dagli altri e quindi dal soggetto stesso, quindi andiamo dalle identificazioni socialmente riconosciute ("sono uno psicologo", "un figlio", "una moglie", "un marito") a quelle più intime diciamo, proprie a ciascuno.

    Saluti,
    ikaro

  3. #198
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro Char_lie,
    sembrerebbe che alla fine una risoluzione l’hai presa, “noi” non possediamo risposte (almeno le risposte che cerchi tu, quelle che presupporrebbero una conoscenza “vera e propria”), quindi per te sarebbe tempo perso iniziare un’analisi e preferisci fare quel “qualcosa” che stai già facendo per te. Questo sarebbe un buon esito di tutto questo discorso, in fondo sembrerebbe che qualcosa ti sia chiarito e che una decisione tu l’abbia presa, ma tutto il discorso mi convince poco e ti spiego il perché. Tu non dici: “Grazie per i vostri interventi ma “io” non credo che la psicoanalisi faccia per me”, tu dici invece: “Siccome “voi” non avete niente da offrirmi, perché dovrei venire in analisi? Continuerò a fare “qualcosa” che sto già facendo”. Una formulazione dove il tuo agire viene, ancora una volta, fatto dipendere dall’esterno e non da te.
    Dopo il tuo penultimo intervento io mi sono fermato ad ascoltarmi, quello che provavo era un’intensa frustrazione perché niente di ciò che dicevo sembrava chiaro, niente risolutivo; rileggendo il tutto mi sono accorto che il dialogo stava slittando impercettibilmente da una legittima richiesta di informazioni teoriche a un atteggiamento da parte tua che sembra sintetizzabile nella frase “provate a convincermi se ne siete capaci!”. Il tuo movimento è quello di chi, quando incontra qualcuno ben disposto, si allontana per farsi inseguire adottando la tecnica del “non mi è chiaro”, “non capisco”, “non mi convince”, suscitando dall’altra parte il desiderio di chiarirti, di convincerti, di imboccarti la minestra a piccole cucchiaiate, o il desiderio di mandarti a quel paese (o entrambe le cose in alternanza).
    Di fatto una cosa così è uno squallido surrogato di analisi, perché ad un certo punto ci si chiede: “Perché non capisce?”, subito trasformato in: “Perché non vuole capire?”, questa domanda formulata da un analista è l’esordio di un’analisi. Ma si tratta di un’analisi molto strana, senza che ci sia mai stata una domanda di analisi (troppo impegnativo per te poterla formulare, e allora è meglio farsi inseguire dall’analista per non avvertire il bisogno e la responsabilità di una domanda); senza troppo coinvolgimento emotivo (in fondo è una cosa virtuale, internettiana, tu stesso hai detto che non c’è molta differenza fra un rapporto analitico e quello che passa attraverso lo schermo del pc) e senza scucire una lira (pardon, un euro). Ciò placherebbe i timori che hai espresso in più riprese (“Chi mi garantisce l’efficacia? E se va male, chi mi risarcisce?”).
    Mi pare che fra i miei interventi, quelli sempre opportuni e contraddistinti da una sensibilità non comune di Psicotrieste e il lungo dialogo con Gieko, tu possieda più nozioni di psicoanalisi di un candidato che bussa alle porte della SPI per il primo colloquio.
    Ad un paziente che mi consulta non dico più di quello che ho detto a te, in genere basta, il resto è esperienza di analisi se accetta e se non accetta ha semplicemente perso un’occasione o magari ne sta cercando un’altra a lui più consona. In fondo quando parlo di presenza a se stesso non mi riferisco a nient’altro che all’esempio che ti do in questo commento, capire il ruolo (e il gioco) dell’altro, capire il proprio ruolo (perché stai al gioco) e capire a cosa è funzionale questo gioco per entrambi. Poi, puoi decidere di esplicitare il gioco (come sto facendo), per facilitare nell’altro la stessa presenza a sé che tu stai avvertendo, o puoi tenertelo per te e decidere di stare al gioco senza fare il gioco. E questo “decidere” è porsi al centro dell’azione.
    Un saluto.
    P.S. Non sprecarti a rispondermi che non è chiaro o che non ti convince

  4. #199
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro Ikaro,
    mi pare, leggendoti, che abbiamo un diverso concetto di interpretazione, per me l’interpretazione è un’asserzione e non una domanda e questo perché dice e non chiede, è qualcosa che getta nuova luce sul materiale del paziente (ma per quanto mi riguarda getta soprattutto luce sulla relazione fra me e il paziente), non è dunque una semplice riformulazione o rielaborazione, nel senso che deve portare un significato nuovo, implicito nel discorso da interpretare, ma non immediatamente evidente, tanto è vero che bisogna utilizzare un codice diverso dal discorso di partenza, quello simbolico.
    Sul primo intervento citato mi sembrava inutile chiedergli cosa ne pensasse lui visto che girava per le agenzie in cerca di un appartamento, mi sembrava chiaro che la ritenesse una buona soluzione, fra l’altro corroborata da una psicologa che aveva consultato. Ciò che gli ho esposto sotto forma di domanda è una modalità di funzionamento sua di cui lui è consapevole già da una precedente analisi, ma ne è consapevole solo razionalmente, il mio intervento era dunque teso a sollecitarlo nel calare questa rappresentazione di sé razionale nel fatto concreto che stava accadendo.
    Io non ritengo affatto che l’unico operare analitico stia nell’interpretazione, tutto ciò che passa fra analista e paziente e analitico e spesso lavoro sulle cose marginali come il “Buonasera, prego si accomodi” o su altre cose generalmente non ritenute facenti parte della seduta e quindi non terapeutiche, trovandovi un paziente molto più autentico di quello che si siede di fronte a me e inizia a “fare il paziente”. Sul riconoscimento e sul ruolo della consapevolezza credo ci sarebbe molto da dire e non vorrei liquidarli qui con uno slogan di fine commento, spero avremo modo di ritornarci.
    Un saluto.

  5. #200
    Partecipante Affezionato L'avatar di Saoshyant
    Data registrazione
    20-10-2007
    Messaggi
    87

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    "Sii espressivo quanto puoi e supportivo quanto devi". R.S.W.
    You find great teacher when you find yourself
    Lapsus - thrash melodic death metal from Italy http://www.lapsushome.it

  6. #201
    Banned
    Data registrazione
    21-03-2008
    Residenza
    Salerno
    Messaggi
    1,546

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro Char_lie,
    sembrerebbe che alla fine una risoluzione l’hai presa, “noi” non possediamo risposte (almeno le risposte che cerchi tu, quelle che presupporrebbero una conoscenza “vera e propria”), quindi per te sarebbe tempo perso iniziare un’analisi e preferisci fare quel “qualcosa” che stai già facendo per te. Questo sarebbe un buon esito di tutto questo discorso, in fondo sembrerebbe che qualcosa ti sia chiarito e che una decisione tu l’abbia presa, ma tutto il discorso mi convince poco e ti spiego il perché. Tu non dici: “Grazie per i vostri interventi ma “io” non credo che la psicoanalisi faccia per me”, tu dici invece: “Siccome “voi” non avete niente da offrirmi, perché dovrei venire in analisi? Continuerò a fare “qualcosa” che sto già facendo”. Una formulazione dove il tuo agire viene, ancora una volta, fatto dipendere dall’esterno e non da te.
    Dopo il tuo penultimo intervento io mi sono fermato ad ascoltarmi, quello che provavo era un’intensa frustrazione perché niente di ciò che dicevo sembrava chiaro, niente risolutivo; rileggendo il tutto mi sono accorto che il dialogo stava slittando impercettibilmente da una legittima richiesta di informazioni teoriche a un atteggiamento da parte tua che sembra sintetizzabile nella frase “provate a convincermi se ne siete capaci!”. Il tuo movimento è quello di chi, quando incontra qualcuno ben disposto, si allontana per farsi inseguire adottando la tecnica del “non mi è chiaro”, “non capisco”, “non mi convince”, suscitando dall’altra parte il desiderio di chiarirti, di convincerti, di imboccarti la minestra a piccole cucchiaiate, o il desiderio di mandarti a quel paese (o entrambe le cose in alternanza).
    Di fatto una cosa così è uno squallido surrogato di analisi, perché ad un certo punto ci si chiede: “Perché non capisce?”, subito trasformato in: “Perché non vuole capire?”, questa domanda formulata da un analista è l’esordio di un’analisi. Ma si tratta di un’analisi molto strana, senza che ci sia mai stata una domanda di analisi (troppo impegnativo per te poterla formulare, e allora è meglio farsi inseguire dall’analista per non avvertire il bisogno e la responsabilità di una domanda); senza troppo coinvolgimento emotivo (in fondo è una cosa virtuale, internettiana, tu stesso hai detto che non c’è molta differenza fra un rapporto analitico e quello che passa attraverso lo schermo del pc) e senza scucire una lira (pardon, un euro). Ciò placherebbe i timori che hai espresso in più riprese (“Chi mi garantisce l’efficacia? E se va male, chi mi risarcisce?”).
    Mi pare che fra i miei interventi, quelli sempre opportuni e contraddistinti da una sensibilità non comune di Psicotrieste e il lungo dialogo con Gieko, tu possieda più nozioni di psicoanalisi di un candidato che bussa alle porte della SPI per il primo colloquio.
    Ad un paziente che mi consulta non dico più di quello che ho detto a te, in genere basta, il resto è esperienza di analisi se accetta e se non accetta ha semplicemente perso un’occasione o magari ne sta cercando un’altra a lui più consona. In fondo quando parlo di presenza a se stesso non mi riferisco a nient’altro che all’esempio che ti do in questo commento, capire il ruolo (e il gioco) dell’altro, capire il proprio ruolo (perché stai al gioco) e capire a cosa è funzionale questo gioco per entrambi. Poi, puoi decidere di esplicitare il gioco (come sto facendo), per facilitare nell’altro la stessa presenza a sé che tu stai avvertendo, o puoi tenertelo per te e decidere di stare al gioco senza fare il gioco. E questo “decidere” è porsi al centro dell’azione.
    Un saluto.
    P.S. Non sprecarti a rispondermi che non è chiaro o che non ti convince
    Mi spreco eccome invece...

    Se qualcosa non mi è abbastanza chiara e lo dico, adotterò pure una tecnica, il problema è che finché la cosa per me risulta confusa non posso sapere se la confusione dipende direttamente dalle formulazioni dell'altra persona che potrebbero andare praticamente a vuoto o se dipende da una qualche mia mancanza (di volontà o altro), come proponi tu.
    Se si inizia ad affermare in modo dogmatico "Dio è uno e trino", io che significato dovrei dare a questa frase? Gli iniziati alla fede affermeranno ovviamente che scorgono un significato in questi agglomerati di termini, e conseguentemente se qualcuno non li comprende possono ribaltare il tutto e dire che l'altro, un non fedele, "non vuol capire", ma anche questo può essere un altro gioco come li chiami tu: un gioco che conduce una persona per far passare chi dubita di quel che questa persona afferma, per quello che "non vuol capire", ma la formulazione potrebbe essere anche effettivamente incomprensibile, sbagliata, contraddittoria... Il gioco chi lo sta conducendo?
    Chi ha messo su tutte queste costruzioni (che potrebbero essere fittizie) utilizzandole per svolgere una professione ha buoni motivi per difendere la sua posizione così come la difenderebbe anche un prete.

    Tutti questi però potrebbero essere i motivi per cui discutiamo e non hanno nulla a che vedere con la discussione in sé, la qualità degli argomenti, la verità delle affermazioni.
    Un giocatore di scacchi avrà certi suoi motivi per cui vuol giocare a scacchi e battere un certo avversario (che sia anche un certo programma che gira su un calcolatore). Una cosa è la partita, il gioco, le strategie efficaci per vincere, altra i motivi per cui una persona vuol giocare. L’efficacia di una strategia prodotta da qualcuno non dipende dai motivi che spingono una persona a giocare.
    Se una persona chiede "come posso vincere?" è facile capire che questa domanda è diversa da "perché voglio vincere?" questi due livelli vanno distinti, oltretutto la prima è una domanda abbastanza chiara, per quanto riguarda la seconda non si sa bene nemmeno di preciso cosa si voglia sapere e quando una risposta risulti soddisfacente.
    Si cercano delle cause motivazionali, un perché riguardo ad una nostra preferenza, al nostro modo di sentire ed agire, ma non si riesce a capire bene né dove fermarsi e nemmeno cosa dobbiamo verificare per capire se i motivi forniti siano giusti. Se in fin dei conti quel che si vuole è vincere quella benedetta partita e non conoscere i motivi per cui si vuol vincere ci si trova alle prese con due problemi diversi da risolvere, il secondo andrebbe addirittura, come ho spiegato prima, definito meglio.

    Io penso comunque che se qualcuno è riuscito a comprendere bene quel che dice riuscirà a fornire spiegazioni, modelli, prove condivisibili, e perciò generalmente non dovrebbe irritarsi di fronte alle richieste di chiarimenti. Vediamo se gli argomenti e le spiegazioni che forniamo ognuno a difesa della propria tesi reggono davvero, si può discutere per rabbia, per passione, per i più svariatiti motivi, e questi possono anche trasparire all’interno dei nostri discorsi, ma quel che si dice regge o non regge indipendentemente da questi motivi, che io dia una dimostrazione del fatto 2 + 2 = 4 digrignando i denti o col sorriso sulle labbra, la verità e la correttezza della dimostrazione non cambia di certo.

    Supponi anche che sia vero quello che hai detto, che vi stia sfidando con un “provate a convincermi se ne siete capaci!”, che sia questo il motivo per cui discuto e chiedo: può essere tutto vero, ma le mie domande, i miei dubbi restano comunque là, aperti, indipendentemente dai motivi per cui ho chiesto quel che ho chiesto. Tu puoi inserirmi nei tuoi giochi motivazionali io posso inserirti nei miei, ma se stiamo giocando a scacchi sono le nostre mosse che determineranno chi vince e non i motivi per cui ognuno di noi ha deciso di sedersi al tavolo e giocare.

    Citazione Originalmente inviato da Ikaro
    "Se un uomo che si crede un re è un pazzo, un re che si crede un re non lo è meno" (J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, 1946). Permettimi questa citazione, perchè mi sembra pertinente con il tuo intervento, nel senso che un'identificazione immaginaria non è solo quella del "folle" (che anzi andrebbe in un certo senso preservata), ma qui mi riferivo alle identificazioni immaginarie quali si incontrano nelle nevrosi, in particolare le identità riconosciute dagli altri e quindi dal soggetto stesso, quindi andiamo dalle identificazioni socialmente riconosciute ("sono uno psicologo", "un figlio", "una moglie", "un marito") a quelle più intime diciamo, proprie a ciascuno.
    Ma l'identità vera e propria come la si dovrebbe fare a riconoscere?
    Sempre tramite un'analisi?
    E come si fa poi a capire se non è ancora un'altra identità che ci è stata appioppata da qualcuno, e cioé lo psicoanalista tramite le sue interpretazioni?

    Saluti
    Ultima modifica di Char_Lie : 26-09-2009 alle ore 09.15.49

  7. #202
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
    Data registrazione
    06-07-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    1,975

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro Ikaro,
    mi pare, leggendoti, che abbiamo un diverso concetto di interpretazione, per me l’interpretazione è un’asserzione e non una domanda e questo perché dice e non chiede, è qualcosa che getta nuova luce sul materiale del paziente (ma per quanto mi riguarda getta soprattutto luce sulla relazione fra me e il paziente), non è dunque una semplice riformulazione o rielaborazione, nel senso che deve portare un significato nuovo, implicito nel discorso da interpretare, ma non immediatamente evidente, tanto è vero che bisogna utilizzare un codice diverso dal discorso di partenza, quello simbolico.
    Caro Megiston,
    intervengo brevemente, anche se lo faccio senza sapere nulla del caso in questione, lo faccio solo a partire dal frammento che ci hai raccontato. Sono abbastanza d'accordo su ciò che intendi per interpretazione, però di fatto la tua sembra un'asserzione, più che una domanda, fosse solo per il fatto che è formulata in maniera retorica, o almeno sembra ("pensa davvero che andando a vivere lontano dai suoi smetterà di avvertire che esiste solo se gli altri lo riconoscono"). Ma al di là di questo, insisto sul fatto che anche una rielaborazione può fare interpretazione: dipende dagli effetti che questa produrrà, nel senso che l'interpretazione analitica dal mio punto di vista si dà solo a posteriori.

    Sul primo intervento citato mi sembrava inutile chiedergli cosa ne pensasse lui visto che girava per le agenzie in cerca di un appartamento, mi sembrava chiaro che la ritenesse una buona soluzione, fra l’altro corroborata da una psicologa che aveva consultato.
    Della psicologa che aveva consultato ci interessa fino a un certo punto, quella persona sta dicendo quella cosa lì a te, secondo me non era inutile chiedergli cosa ne pensasse lui, al di là della buona soluzione.

    Io non ritengo affatto che l’unico operare analitico stia nell’interpretazione, tutto ciò che passa fra analista e paziente e analitico e spesso lavoro sulle cose marginali come il “Buonasera, prego si accomodi” o su altre cose generalmente non ritenute facenti parte della seduta e quindi non terapeutiche, trovandovi un paziente molto più autentico di quello che si siede di fronte a me e inizia a “fare il paziente”. Sul riconoscimento e sul ruolo della consapevolezza credo ci sarebbe molto da dire e non vorrei liquidarli qui con uno slogan di fine commento, spero avremo modo di ritornarci.
    Sono d'accordo sul fatto che l'interpretazione, soprattutto semantica, non sia l'unico operare analitico, anzi.. direi che funziona sempre meno, oggi, per tutta una serie di questioni che ora non ho il tempo di approfondire. Sui rituali di apertura "Prego, si accomodi..." non ci perderei invece troppo tempo, ma forse non ho capito che cosa vuoi dire, magari ci ritorneremo.

    Saluti,
    ikaro

  8. #203
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
    Data registrazione
    06-07-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    1,975

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Ma l'identità vera e propria come la si dovrebbe fare a riconoscere?
    Sempre tramite un'analisi?
    E come si fa poi a capire se non è ancora un'altra identità che ci è stata appioppata da qualcuno, e cioé lo psicoanalista tramite le sue interpretazioni?
    Se lo psicoanalista ti appioppa un'altra identità c'è qualcosa che non va, Freud non per niente privilegiava la "via del levare" alla "via del porre". Magari ci torniamo, anche sull'altra domanda, adesso sono di fretta.

    Saluti,
    ikaro

  9. #204

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Riemergo. Del resto dalle mie parti, i carsismi sono la norma

    @ Megiston
    questa cosa della psicoanalisi canina mi intriga sempre di più, specialmente da quando hai aggiunto le paste... Dobbiamo trovare degli sponsor però, qualche associazione di razze canine, un sindacato spazzacamini, un produttore di brandy... Metti che troviamo una soluzione. Se funziona, ci costruiamo poi un bel "pacchetto" o un "protocollo" e sta sicuro che un mercato lo troviamo, una volta imposto uno standard il soggetto si adegua (hai notato che i mezzi numeri delle scarpe sono scomparsi dalla grande distribuzione? ...come? non dirmi che ogni tanto ti fanno male i piedi!).

    Le soluzioni in chimica sono composti che possono essere decomposti, separati nei componenti, mediante mezzi fisici. Una richiesta di soluzione mi sembra avere a che fare con il dividere il buono dal cattivo, il sano dal malato, mediante un processo meccanico, prevedibile e ripetibile. Tutte cose pertinenti a forme e sostanze inanimate oppure al livello di funzionamento animale. C'è una serialità nei comportamenti degli animali che si ripete dalla notte dei tempi, da quando la specie si è evoluta e che proseguirà fino alla sua estinzione, ecco perchè la psicoanalisi canina potrebbe essere un affare. Non parliamone oltre però, altrimenti rischiamo che qualcuno ci scippi l'idea!

    Se un paziente dice: "Non ho più voglia di fare l'amore con mia moglie, lei deve farmi venire la voglia", e se ci ferma al livello dei fatti, della cosa in sè, sembrerebbe un problema meccanico, da risolvere con il Viagra. Fermarsi al livello della concretezza porta con se questo tipo di "soluzioni" e permette ad un Eichmann di rispondere "io eseguivo gli ordini, e poi cosa volete da me, io mi occupavo di trasporti!". La banalità del male. L'azione senza pensiero.

    Ma qual è l'immaginazione che ha su se stesso quell'uomo che non prova più desiderio per la moglie? Qual è l'immaginazione che ha sulla moglie quell'uomo che non prova più desiderio per la moglie? Perchè desidera fare l'amore con lei se non la desidera?
    Se non trova questi significati, potrà al massimo assumere il ruolo e l'atteggiamento di un uomo innamorato in modo imitativo, come un bimbo che imita il papà e facendo "brum brum" crede di guidare l'automobile.

    Bion diceva che la cosa terribile della domanda è la risposta.

    PS. Ti ringrazio per la sottolineatura che hai fatto sui miei interventi, io leggo i tuoi con altrettanto piacere

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Tu puoi inserirmi nei tuoi giochi motivazionali io posso inserirti nei miei, ma se stiamo giocando a scacchi sono le nostre mosse che determineranno chi vince e non i motivi per cui ognuno di noi ha deciso di sedersi al tavolo e giocare.
    Supponi che in palio per la partita ci sia la vita o la morte di una persona cara o del giocatore stesso. Magari per uno soltanto dei due, mentre l'altro si trova in una situazione di sicurezza e non rischia nulla (lo so, non è giusto ma chi ha detto che la vita sia giusta?).
    Credi che questo possibile esito non interferirà con la lucidità delle mosse del primo giocatore o sulla sua motivazione a fare bene?
    Non è che le devi raccontare a noi, ma credo che tu abbia delle ottime motivazioni per farti le domande che ti fai sulla psicoanalisi (per giocare a scacchi).

    un saluto
    Curiosity killed the cat, but nothing can kill curiosity...

    Il forum non è una scienza esatta

  10. #205
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Cara Psicotrieste,
    la psicoanalisi canina intriga anche me e, infatti, volevo proporti un copyright congiunto per brevettare l’idea. Il mio amico (quello che mi ha suggerito l’idea) si è detto disposto (per una bottiglia di brandy di marca) a cederci ogni diritto, purché lo citiamo come precursore (una specie di Breuer per Freud). Manca il nostro “uomo dei lupi” da accompagnare nei congressi come prova vivente dell’efficacia terapeutica, magari proprio “lupi” no, perché lo sanno tutti che non vanno molto d’accordo con i cani ...
    Il mercato si “crea”, perché “loro” non sanno ancora che questa è “la” terapia che hanno sempre cercato senza mai trovarla, il soggetto si adegua sempre, purché non gli chiedi di essere soggetto (troppa fatica). In questo modo è coccolato, vezzeggiato, sedotto, gli viene attribuita un’importanza enorme, purché non si metta in testa di decidere lui cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è male ... le soluzioni, appunto, di cui hai parlato tu.
    Il cane, come si sa, non è una persona, ha un repertorio di risposte limitato rispetto al genere umano, e questo al di la delle razze, delle culture e delle differenze di ogni altro genere (magari qualche sospetto viene rispetto a un confronto con uno psicoanalista “ortodosso”, che fornisce una sola, breve, concisa, interpretazioncina pressappoco quando è passata la prima mezzora di analisi, poi ritorna in letargo, non so se hai presente quel film di Verdone Ma che colpa abbiamo noi, dove un gruppo di pazienti si accorge che la terapeuta era morta solo alla fine della seduta, da l’idea che fossero ormai abituati al fatto che questa non parlasse mai). Dunque, bisognerà standardizzare le risposte canine per attribuire a ciascun comportamento un significato predeterminato, tipo quando scodinzola mi approva e mi riconosce, se abbaia mi mette in guardia, se ringhia è meglio non insistere, se mi azzanna un polpaccio è perché non gli ho ancora saldato il conto.
    Molto interessante ciò che scrivi sul desiderio, e trovo azzeccatissima la citazione di Bion (che era il mio autore preferito ai tempi dell’università); anche qui è molto calzante nel caso di Char_lie, lui chiede risposte, ma guai a dargliele, perché il suo sport preferito è distruggere le “risposte” altrui con i suoi “non capisco” o “non mi convince”.
    Un caro saluto.

  11. #206
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Caro Char_lie,
    ci avrei giurato che mi avresti risposto in questi termini, azzerato ogni stimolo che nel mio scritto precedente esca dal tuo gioco, riproponi quest’ultimo come se niente fosse accaduto, solo che io non ho alcuna voglia di continuare un gioco al massacro, dove tu apparentemente chiedi aiuto sotto forma di nozioni teoriche (che si trasformano ben presto in un voler essere convinto), ma guai se qualcuno ti prende sul serio e cerca davvero di inseguirti su questa strada. Immagino che io non sono il primo con cui instauri questa modalità di relazione e immagino che non sono nemmeno il primo che ne esce, ma a questo tu hai pensato per tempo, se qualcuno non vuole più giocare, se ne trova un altro che stia al gioco (di persone che trovano soddisfazione nel tentativo di aiutare di altri, di crocerossini, è pieno il mondo e il loro numero è molto più elevato fra gli psy). Solo che mi chiedo cosa fai quando ti senti davvero solo, perché una cosa del genere deve farti sentire spesso tanto solo ...
    !Hasta luego!

  12. #207
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
    Data registrazione
    10-02-2006
    Residenza
    Tra le Alpi e gli Appennini
    Messaggi
    11,960

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    psicotrieste / Bion diceva che la cosa terribile della domanda è la risposta.[/B][/B]

    Perché ci costringe a pensare, senza spesso riuscirci, o con la paura di non e talvolta di, riuscirci, nel senso inteso da Bion, del "pensare i propri pensieri?"
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 26-09-2009 alle ore 16.05.15
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  13. #208
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
    Data registrazione
    10-02-2006
    Residenza
    Tra le Alpi e gli Appennini
    Messaggi
    11,960

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Sì, in un certo senso, "egosintonica" nel senso che ha a che fare con l'ego, con una identificazione immaginaria, finché questa tiene -benino nonostante tutto- si va avanti.

    Le identificazoni immaginarie dell'ego che hanno a che fare con il desiderio dell'Altro, in primis i genitori, a livello "intimo"?
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  14. #209
    Banned
    Data registrazione
    21-03-2008
    Residenza
    Salerno
    Messaggi
    1,546

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema
    Immagino che io non sono il primo con cui instauri questa modalità di relazione e immagino che non sono nemmeno il primo che ne esce, ma a questo tu hai pensato per tempo, se qualcuno non vuole più giocare, se ne trova un altro che stia al gioco (di persone che trovano soddisfazione nel tentativo di aiutare di altri, di crocerossini, è pieno il mondo e il loro numero è molto più elevato fra gli psy). Solo che mi chiedo cosa fai quando ti senti davvero solo, perché una cosa del genere deve farti sentire spesso tanto solo ...
    Beh magari fosse così come dici, buttando giù qualche critica avrei trovato qualche crocerossina , ma non mi è mai capitato : sono interessato più che altro a queste, i crocerossini come te li lascio andare volentieri.

    Fai come vuoi, io non ti ho obbligato certo a rispondere, visto che sai già come risponderò, allora lascia perdere .

    Ma poi qui stiamo discutendo di una cosa (la psicoanalisi) ed io ho provato a criticare certi suoi aspetti, non è lecito fare critiche all'interno di certi schemi ripetitivi di comportamento?
    Questo è il problema che si incontra quando si discute con uno psicoanalista, che inizia a parlare di cose non pertinenti, del perché l'altro fa o non fa qualcosa, distogliendo l'attenzione da questa o quella critica.

    Questo sì che è un gioco che viene condotto spesso dagli psicoanalisti per evitare il confronto. L'oggetto della discussione era la psicoanalisi e tu lo stai spostando verso la mia esistenza, le mie modalità di comportamento e così via, oltretutto supponi erroneamente che certi schemi che io utilizzo in delle discussioni in un forum li utilizzo in ogni contesto relazionale.

    Se ti va di parlare dei miei problemi ho aperto una discussione in "salute e benessere".

    Ti comporti un po' come fa Lucy, che trovandosi di fronte ad una prova evidente fornitagli da Charlie Brown che lei ha torto, messa alle strette inizia ad osservarlo silenziosamente e dopo un po' gli dice "lo sai che hai davvero un naso buffo?"...

    Sarà anche tutto vero ma cosa c'entra con quello di cui stavamo parlando?

    Un saluto
    Ultima modifica di Char_Lie : 26-09-2009 alle ore 16.14.15

  15. #210
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
    Data registrazione
    10-02-2006
    Residenza
    Tra le Alpi e gli Appennini
    Messaggi
    11,960

    Riferimento: A cosa serve la psicoanalisi?

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Cara Rosadimaggio,
    se ho capito bene la domanda che mi poni, io affronto fin da subito il problema degli obiettivi da raggiungere (e per subito intendo nel momento in cui accolgo la domanda di analisi); il modo specifico in cui lo faccio è quello di creare insieme questi obiettivi, accogliendo la domanda del paziente (magari ricentrandola, perché se uno mi dice che vuole essere felice ...) ed esponendo con tutta la chiarezza di cui sono capace come io posso aiutarlo a raggiungere questi obiettivi secondo la mia formazione, la mia esperienza e la mia peculiare sensibilità. Cerco di prendere in prestito dal paziente esempi concreti tratti da ciò che mi racconta per fargli capire a cosa mi riferisco; spesso il paziente si trincera dietro motivazioni inoppugnabili con le quali mi spiega perché è “costretto” a fare ciò che fa, io non tocco le sue “motivazioni” gli chiedo soltanto dov’è e perché pensa di non poter essere lui a decidere la direzione che vuole prendere? Esempi te ne potrei fare molti, dalla paziente divisa fra la difficoltà di staccarsi dalla sua famiglia di origine (perché se si allontana teme che i suoi genitori non la amino più) e un marito che non sopporta quella che ritiene un’eccessiva dipendenza della moglie e una massiccia intrusione dei suoceri nella loro famiglia. Oppure un paziente che non sa chi è né cosa vuole fare della sua vita, è pieno di dubbi (soprattutto sulla terapia, che svaluta massicciamente ma che continua a frequentare a volte giungendo anche con più di un’ora d’anticipo su quella fissata), è che salta fuori regolarmente con grandiosi progetti entusiastici (mi metto a lavorare in proprio, faccio questo perché è più consono al mio sentire, no faccio quell’altro, oppure: “Che ne dice se vado a vivere da solo?”, progetto corroborato anche da una collega del servizio pubblico a cui lui si era rivolto e che avrà pensato che i problemi di quella persona fossero la convivenza con i suoi genitori e che a partire dall’acquisto di una casa avrebbe iniziato senza dubbio un processo di indipendenza). A questa persona ho semplicemente chiesto se pensa davvero che andando a vivere lontano dai suoi smetterà di avvertire che esiste solo se gli altri lo riconoscono. Spero di aver risposto al tuo interrogativo.
    Un saluto
    Grazie per questa risposta che in realtà - essendo sostanziosa - mi susciterebbe altri interrogativi circa le interessanti situazioni che hai utilizzato come esempio; l'unica cosa che mi sembra un pò difficile, per quanto possa anche accadere, é che qualcuno ti dica di "voler essere felice" come primo o unico obiettivo da raggiungere con e durante un'analisi. Del resto però, se una persona sa esprimersi in quel momento in quel modo specifico, a livello di "bisogni più profondi"...

    L'esempio riportato del rapporto tra indipendenza e bisogno di riconoscimento del proprio essere nel mondo e "presente a sé stesso" é interessante ma una cosa non dovrebbe, secondo me, di per sé escludere necessariamente l'altra ed a volte, non é detto che un primo passo verso un certo obiettivo non si possa ottenere anche capovolgendo la propria prospettiva (pur avendola presente ) - a meno che ciò non sconvolga l'assetto molto specifico del terapeuta e la sua sicurezza, intendendolo in generale - a meno che non si tratti di un caso e momento, anche in termini di fasi, particolare.
    Capisco comunque che potrebbe trattarsi di un problema piuttosto complesso dato che c'é di mezzo anche un'altra collega del servizio pubblico con cui questo paziente forse aveva - o stava già lavorando - già lavorato.

    Ps: mi sembra che ti capitino diversi casi legati a problemi di dipendenze/indipendenze, da quel che riporti qui.

    Ti ringrazio molto per la risposta.
    Ciao
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 26-09-2009 alle ore 16.48.55
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

Pagina 14 di 16 PrimoPrimo ... 41213141516 UltimoUltimo

Privacy Policy