
Originalmente inviato da
ikaro78
non dirime affatto la questione, perchè l'autore fonda le sue argomentazioni su un postulato molto discutibile, quello secondo cui il modello di intervento dello psicologo sia un intervento fondato sul modello medico e psicopatologico. In altre parole confonde la diagnosi psicologica, che è essenzialmente relazionale, con la diagnosi psichiatrica, che è essenzialmente descrittiva e classificatoria. Ora, non metto in dubbio il fatto che esistano anche orientamenti teorici in psicologia e psicoterapia che vanno in quest'ultima direzione (ad esempio l'orientamento cognitivo-comportamentale), ma non ci sono solo quelli, per cui rispedisco al mittente i seguenti punti, nel senso che non sono assolutamente d'accordo che i punti che seguono descrivano l'intervento dello psicologo:
1) diagnosi psicologica ovvero la definizione di una patologia psichica classificata come tale (depressione maggiore, disturbo ossessivo-compulsivo, sindrome d'ansia con attacchi di panico, etc.)
2) prevenzione psicologica intesa come modalità di intervento atta a prevenire patologie a carico della psiche
E soprattutto:
3) Ma questa esperienza di gestire le relazioni non viene utilizzata per dare risposte a quesiti posti dal cliente. Viene utilizzata per accompagnare il cliente in un percorso decisionale, di crescita, di maturazione, dove è il cliente il soggetto attivo che sceglie e decide. Ecco. Il soggetto attivo. Non è da sottovalutare, da un punto di vista epistemologico, di come il counseling nasca in netto contrasto con il così detto modello medico. Ovvero con quel paradigma di intervento che vede da una parte il medico, l'esperto conoscitore del problema che, a seguito di una raccolta di dati anamnestici, è in grado di effettuare una diagnosi e predisporre le necessarie cure volte alla guarigione del paziente; dall'altra il paziente, un soggetto prevalentemente passivo che subisce, appunto, l'azione del medico.
Saluti,
ikaro