
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Cara Francesca,
parto dai tuoi interventi (il primo e l'ultimo) per sottolineare che "trauma" infantile e conflitto non sono la stessa cosa, anzi, si escludono vicendevolmente. Se tu parli di trauma ti riferisci ad un episodio (o a una serie di episodi) spiacevoli dell'infanzia che gridano vendetta e che giustificano un disagio attuale. Se fai riferimento al conflitto, stai parlando di qualcosa che è presente in questo preciso momento, e che potrebbe non avere nessun riferimento diretto a fatti antecedenti. Conflitto è un dissidio fra due cose opposte co-presenti in questo momento; trauma è un evento passato spiacevole (o intempestivo) che non ha mai avuto soluzione e che si ripresenta. Esistono anche due distinte modalità terapeutiche per trattare le due distinte modalità di vedere il disturbo: se pensi ad un conflitto, allora cerchi di far emergere la polarità inconscia; se invece pensi al trauma dovrai affidarti ad una esperienza "correttiva" che neutralizzi il potere iatrogeno dell'evento traumatico. Ad esempio, se pensi di non aver avuto una madre sufficientemente buona, il terapeuta ne farà le veci (Winnicott), se ritieni di non aver avuto un oggetto-Sé sufficientemente empatico e in grado di rifornirti o sostenere quel narcisismo sano che ti da sicurezza e appagamento, il terapeuta ti fornirà un'esperienza correttiva adeguata. Siamo all'interno di quelle che vengono denominate le teorie del "deficit"; oggi si parla anche di "riparazione", ma il concetto non cambia.
Nel caso del conflitto il disturbo è intrapsichico, all'interno dell'individuo, Freud lo fa risalire addirittura alla trasmissione genetica, un qualcosa che affonda le sue radici nel biologico ... e più avanza verso questa convinzione, più diventa pessimista circa le possibilità terapeutiche della psicoanalisi. Diverso il caso delle teorie del deficit, il problema viene dall'esterno, dall'educazione parentale; basta ricreare un'esperienza educativa correttiva per rimettere il treno sul binario giusto. In entrambi i casi manca un soggetto, manca il paziente a cui rivolgersi, niente sembra dipendere davvero da lui. Con queste modalità di intendere la "patologia" espropriamo il soggetto dal suo disagio, non è più suo, è biologico o ambientale. Lui diventa una vittima e noi psy diventiamo dei supereroi vendicatori. Provoco: e se le cose non stessero davvero così, se il sintomo non fosse la malattia ma un tentativo (maldestro) di guarigione? Se il soggetto non fosse soltanto una banderuola al vento, ma un essere che si auto -determina (ed eco-determina) persino quando si trova in disagio? Per il momento credo possa bastare.
Un saluto.