
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Caro Char_lie,
lo spinarello è un pesce comune, nel periodo fra maggio e luglio gli esemplari maschi corteggiano le femmine, i “migliori” sono scelti a fecondare le uova che queste depongono e le sorvegliano attentamente dall’intrusione di altri maschi. In questo periodo il maschio ha la pancia colorata di rosso, lo spinarello allora attacca gli altri maschi che cercano di introdursi nel suo territorio e che sono riconoscibili dalla pancia di colore rosso. Konrad Lorenz e Niko Tinbergen (due etologi che hanno ricevuto il premio nobel proprio per i loro studi su questo pesce) verificarono che il maschio di spinarello non distingue nei suoi attacchi né che si tratti di un pesce o di una forma animata, ma attaccano solo quando vedono qualcosa di rosso introdursi nel loro territorio. C’è da dire che nel loro ambiente è quasi certo che il rosso è solo un’altro maschio in amore. Però, lo spinarello ha inscritto nel suo dna una risposta di attacco verso il rosso, che una volta elicitata dallo stimolo (anche se si tratti di un pezzo di legno) non cessa di agire finché l’intruso non si allontana dal territorio.
In questo caso molto probabilmente siamo in presenza di una risposta determinata biologicamente e non c’è niente fra lo stimolo e la risposta che possa intervenire a modificarla.
Nell’uomo è impossibile osservare risposte altrettanto istintuali, gli unici riflessi presenti (tracce di risposte istintuali una volta presenti) sono quello di prensione e quello pupillare; il bambino piccolo afferra e stringe qualsiasi cosa sfiori il palmo della sua mano (nel tempo questo riflesso si perde), o restringe la pupilla quando l’occhio si dirige verso una luce intensa (questo riflesso permane, ma il restringimento o la dilatazione della pupilla cessa di essere semplicemente un riflesso cromatico ed è condizionata anche dalle emozioni).
Per il resto non si conoscono risposte di stretta determinazione biologica nell’uomo, così come si osservano in certi animali.
A questo proposito già Freud, che era ben consapevole di questo, non utilizzò più di tanto il termine istinto, preferendogli quello di pulsione; capiva benissimo che doveva trovare un centro motivazionale che fosse al limite fra il biologico e lo psicologico.
La semplice osservazione dei rapporti umani e le conoscenze dell’antropologia culturale fanno svanire definitivamente ogni illusione di rapporto strettissimo fra le risposte umane e una qualche forma di determinazione biologica, o genetica o fisiologica, tali e tante sono le diversità culturali e personali.
Verrebbe, allora, la tentazione di ancorare il comportamento umano a variabili ambientali: come fa a non essere incisivo per un individuo il posto in cui nasce, il popolo a cui appartiene, la cultura che respira, i genitori che ha?
Ma qualcuno avverte che, se parlassimo di condizionamento trascureremmo certamente la questione che tutto ciò che circonda il nostro individuo deve pur sempre passare attraverso di lui che ha pur sempre 1350 centimetri cubici circa di cervello (che a qualcosa serviranno pure). Senza contare le categorie conoscitive che ciascuno si crea, che selezionano e filtrano già lo stimolo all’origine, fino alla formazione di un concetto.
Qualcun altro fa notare che non esistono soltanto le categorie conoscitive razionali, anche le emozioni sono ottimi strumenti conoscitivi e certamente già anche la percezione fornisce dei dati di conoscenza già organizzati che non necessariamente si tradurranno in concetti razionali.
Insomma, siamo già distanti dall’uomo che si adatta al suo ambiente, come gli altri animali (non tutti, certo), come sembrava proporre Darwin; è sotto gli occhi di tutti come l’uomo abbia adattato l’ambiente a se stesso, al punto che talvolta l’ambiente in cui viviamo è puramente umano e non è più riconoscibile l’ambiente naturale.
Ma non basta, altrimenti sarebbe fin troppo semplice, molte delle dimensioni in cui viviamo non hanno niente a che vedere con l’ambiente naturale a cui ci adeguiamo o che adeguiamo a noi trasformandolo, sono anzi pure creazioni umane senza alcun rapporto con nessun ambiente preesistente.
Gli esempi sarebbero infiniti: la libertà, la democrazia, la religione, persino la psicoterapia è un ambiente puramente di umana costruzione; è accaduto che gli uomini abbiano creato collettivamente dei costrutti sociali che poi abitano e in cui si riconoscono.
Faremmo un grave torto nel non ritenerli altrettanto reali dell’ambiente fisico e biologico: la democrazia ad esempio costruisce regole, strutture, edifici, ruoli che le persone andranno ad incarnare, molto più solidi e reali di qualsiasi realtà fisica.
Ma questo ci dice soltanto che l’uomo è capace di fare e di riflettere sul suo fare, niente di straordinario; il fatto è che l’uomo ha un’ulteriore facoltà che gli altri animali non hanno (la maggior parte almeno), e cioè quella di riflettere sul riflettere sul suo fare, in altre parole quella di guardarsi mentre fa e mentre pensa a ciò che fa, cioè la riflessività (che ci distingue dallo spinarello).
Questa “presenza a se stessi” (come preferisco chiamarla) fa si che l’individuo non sia semplicemente in balia della sue condizioni organiche e ambientali, quanto piuttosto l’unico homine regente, il nocchiero che pilota la barca della sua esistenza.
Lo sguardo su se stesso, sull’altro e sulla relazione ci danno la possibilità non solo di accettare o di rifiutare, l’inghiottire e lo sputare (ausstossung freudiano), la sollecitazione esterna (o la richiesta di lavoro presentata dalla pulsione, se preferiamo la terminologia freudiana). Se vogliamo si tratta del meccanismo dell’identificazione (inghiottire) e della difesa (sputare).
Ma ci permette anche molto di più, e cioè la possibilità di bloccare un’azione automatica e di ripartire non più dalla richiesta esterna (o interna) ma da se stessi, dall’ascolto del proprio essere (che è un organismo psico-fisico, dunque dall’ascolto dell’insieme) prima di aprirsi all’azione (altrove ho espresso questo concetto dicendo che l’uomo si pone al centro dell’azione).
Ovviamente, la “presenza a se stessi” non è innata, appartiene ad un lungo ed elaborato processo di soggettivizzazione (neanche il soggetto è un elemento dato a priori, calato dall’alto come un deus ex machina), è una possibilità che si da a partire dal sorgere, verso i 18 mesi circa di alcune capacità riflessive osservabili anche nel contemporaneo sorgere del linguaggio (e non solo, altrimenti faremmo coincidere la riflessività con qualcosa di esclusivamente razionale).
Un saluto.