Riporto di seguito alcune riflessioni di Giovanni Jervis tratte da un suo libro introduttivo alla psicologia dinamica... Alcune frasi le ho evidenziate in grassetto io.
[…] “volontà” è un termine più moralistico che “motivazione”. Si riteneva nell’800 che la volontà fosse una qualità primaria della mente, come l’intelligenza o la memoria, ma che a differenza dell’intelligenza o della memoria potesse dipendere dalla libera scelta e dagli sforzi morali dell’individuo. Con una procedura che in informatica si chiama bootstrapping (cioè pretendere di sollevare il proprio corpo dal suolo tirando verso l’alto le stringhe dei propri stivali) si riteneva che la propria volontà potesse aumentare se… ci si metteva di buona volontà. In pratica la frase “non hai volontà” non era un tentativo di capire cosa vi fosse nella testa dell’altro, ovvero che cosa mai, in senso psicologico, lo muovesse o non lo muovesse verso un dato corso di azioni: era, invece, soprattutto un rimprovero. In altre parole, se uno non aveva volontà era colpa sua. Qui il discorso tendeva a concludersi. Viceversa, se oggi si dice “non sei (abbastanza) motivato” si afferma soltanto questo: che la persona in questione dispone, evidentemente, di poche risorse interiori per fare velocemente ed efficientemente una certa cosa. Il discorso qui è psicologico e mira a capire e cercare cause; per fortuna non è in ballo un atteggiamento moralistico.
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Una osservazione generale. La confusione fra il terreno della psicologia e il terreno della morale era tipica della psicologia prescientifica, ed era legata all’ignoranza delle cause dei comportamenti, oltre che a uno scarsissimo rispetto per le differenze fra le persone. La psicologia, a quell’epoca, non serviva solo a capire ma anche e talora soprattutto, serviva a giudicare: di conseguenza si trasformava facilmente in un sistema di rimproveri e di esortazioni al ravvedimento. Tutti dovevano adeguarsi ad un certo modello generale di persona; c’era molta fretta di “correggere” o “rieducare” ciò che al tempo stesso veniva considerato al tempo stesso malato, peccaminoso e sbagliato. Questa confusione condusse a lungo, ancora fin verso la metà del ventesimo secolo, a ritenere che i mancini fossero una specie di pervertiti che avevano bisogno di essere rieducati all’uso della mano “giusta”; o a considerare i dislessici e disgrafici come bambini privi di volontà nello scrivere e quindi da trattare con particolare severità. Oppure anche, e sempre nella stessa logica, questo tipo di confusione moralistica condusse a considerare gli omosessuali come viziosi e degenerati anziché come individui portatori di una variante minoritaria sì, ma certo non per questo patologica, delle loro inclinazioni sessuali;
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“Ti è successo? E dunque, magari inconsciamente, eri tu che lo volevi”, sembra essere una delle formule predilette dai dilettanti della psicologia. Teorizzazioni di questo genere si basano sulla credenza che la mente sia una potente entità spirituale autonoma, e sull’ipotesi che esista un diretto potere “influenzante” della mente sulla realtà tangibile: ma sono idee che dipendono da ideologie magiche e hanno ben poco a che fare sia con la psicoanalisi sia con le indagini della moderna medicina psicosomatica.
Penso che l'autodeterminazione sia un concetto un po' fittizio che non serve a nulla se non a giudicare il comportamento di qualcuno, sono abbastanza d'accordo con il pensiero su esposto. Il giudizio di una persona che si ritiene autorevole sicuramente può modificare il comportamento di diverse persone (anche il giudicare o il rimproverare qualcuno può influenzare quel che farà) ma questo non costituisce una prova che esista qualcosa del genere e non è nemmeno un buon motivo per usarlo al livello teorico in ambito psicologico, anche perché poi pensandoci meglio (per chi vuol applicare un minimo di raziocinio) non si riesce a capire nemmeno cosa debba poi esercitare queste "scelte".
Alcune persone magari con questa bella storiella della libertà di scelta finiscono col credere che ognuno abbia scelto le preferenze sessuali, di essere musulmano o meno e così via in modo completamente autonomo dalla realtà sociale e da quel che era realmente un un certo periodo prima (quindi non solo quello che credeva di essere, che in fin dei conti costituisce solo una parte di quel che era). Io più osservo le persone e come si comportano e più mi convinco che non esista affatto una specie di indipendenza totale di quel che scelgono, in fondo nessuna facoltà è a tenuta stagna e cioé completamente indipendente da quel che c'era prima dentro e fuori di noi e da come eravamo fatti (che lo sappiamo o meno come eravamo fatti, essere fatti in un modo e credere di essere fatti in un modo sono due cose distinte), il resto poi può essere soltanto dipendente dal caso, se esiste il caso (quindi l'assenza di determinismo non elimina certe difficoltà legate al concetto di libera scelta, sotto certi aspetti le amplifica visto che se qualcosa accade per caso non si può certo affermare che la generi o determini un individuo che esisteva prima). I pensieri, le nostre idee e quindi tutto quello che passa per la nostra testa ora insomma, bisognerebbe ritenerlo causato (in parte) da certi assetti psicologici già presenti prima (assetto qui non significa qualcosa di immodificabile, che poi questo assetto lo si suddivida teoricamente in "soggetto" o altro, lo si chiami struttura, Es, Super-io, inconscio cognitivo a seconda di come si crede che sia costituita la psiche umana poco importa) altrimenti non avrebbe senso per uno psicoterapeuta intervenire tramite una qualche forma di psicoterapia che cerca di cambiare qualcosa ora in un individuo (anche al livello di idee e credenze o stati emotivi), tramite un certo tipo di relazione, per farlo stare meglio poi, se non si parla di determinismo in questo caso (visto che si modifica poco di tutto l'assetto) quanto meno si dovrebbe parlare di influenza, ma se si può influenzare quel che farà, penserà, sentirà o valuterà un'altra persona dopo, l'idea che esista questo "soggetto" che sceglie autonomamente da quel che gli vien detto prima, quel che ha intorno e così via, bisogna togliersela dalla testa, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Se quel che una persona fa, pensa, dice, crede e così via lo si fa dipendere "da un soggetto metafisico impermeabile a tutto e posto al di fuori di ogni decorso temporale e storico" insomma, io continuo a porre la stessa domanda: la relazione psicoterapeutica poi a cosa dovrebbe servire? Ed in che modo potrebbe o dovrebbe mai funzianare, visto che si ha a che fare con una specie di unità soggettiva che non si sa praticamente cosa dovrebbe essere ed è refrattaria praticamente a tutto quel che accade prima? 
Ricordo a scuola la stessa ed identica dinamica che si ripeteva continuamente, uno studente che i libri non li apriva proprio ed un professore che col dito alzato continuava a rimproverarlo di non voler studiare, che era svogliato e così via. Le cose in genere andavano avanti così fino a che questo tipo di studente refrattario non veniva bocciato o non si ritirava proprio dagli studi.
Ora sarà anche vero che quello studente si autodeterminasse (tornando alla favola... a divenire un asino come Lucignolo?
) perché non voleva studiare, ma io penso che uno dei problemi di un'istituto pubblico come la scuola dovrebbe essere anche quello di provare a far autodeterminare diversamente questo tipo di studenti, ed in modo sano.
Se si assume che questo lo si possa tentare di fare in futuro, bisogna rigettare l'ipotesi che le scelte di quello studente fossero determinate da una sorta di "soggetto metafisico" associato alla persona e quindi che magari certi interventi esterni e ben mirati avrebbero potuto "migliorare" (secondo una certa scala di valori ovviamente) l'andamento ed il corso degli eventi (credere al livello teorico che un altro andamento dipendesse da certe sue scelte che risultavano praticamente indipendenti da tutto il resto implicherebbe credere che non si potrebbe intervenire in alcun modo, se invece si crede che una persona sceglie di non mettersi a studiare per dei motivi, si può cercare di individuare quali sono i motivi più importanti e vedere cosa si può fare). Insomma là in quella situazione specifica non potevano esserci questi interventi perché magari nessuno conosceva bene le cause maggiori che determinavano o rendevano molto probabile quel tipo di comportamento, ma si possono usare una serie di idee per cercare di comprendere l'originarsi della cosa e modificare quindi appropriatamente altre situazioni analoghe che stanno prendendo la stessa piega ora, o la prenderanno in futuro (per minimizzare i danni).
Questi sono una serie di problemi teorici abbastanza seri, non li si può ignorare e far finta di niente chiamando in causa la solita "teoria della complessità". Se proprio si vuol reintrodurre questo "soggetto che sceglie liberamente" bisogna cercare di utilizzare un qualche tipo di ontologia (come suggerisce j. pumpkin) che inquadri cosa debba essere questa entità indefinita (il soggetto) e questi concetti (libertà di scelta) senza generare le solite aporie.
Se qualcuno non si fosse messo a pensare, inquadrare e quindi tentare di spiegare cosa significasse parlare di infinitesimi, ad esempio, cercando di ridurre "un modo di pensare complesso" (Adottato da Newton e Leibniz) ad un "modo di pensare più semplice ed accessibile ma solo complicato" che riducesse questa "complessità" saremmo ancora alle prese con quantità che in certi casi funzionano come lo zero ed in altri no, senza capire in alcun modo cosa in fin dei conti siano queste quantità e cosa le differenzi dallo zero. Praticamente le si riteneva infinitamente piccole ed allo stesso tempo non nulle e diverse dallo zero mentre in certi calcoli in modo disinvolto si applicava la regola x + i = x senza preoccuparsi che questo avrebbe implicato x + i = x + 0 e quindi anche (sottraendo ad ambo i membri x) i = 0 andando in conflitto con l'altro fatto, e cioé che la quantità infinitesima i la si voleva comunque distinguere dallo zero.
Sono stati formulati diversi approcci (l'analisi standard e l'analisi non standard) che cercano di eliminare certe aporie in cui sarebbero potuti incappare i fisici (o filosofi della natura) di un tempo (una delle due fa sparire proprio gli infinitesimi come oggetti ed utilizza solo i numeri reali introducendo il concetto di limite), ma un modo bisogna pur cercare di trovarlo per non lasciare il tutto così confuso.
Chi criticava l'uso di questi metodi sospettando che fossero infondati, non aveva torto secondo me, per "sistemarli" e "metterli a posto" c'è voluto molto tempo ed un lavoro speculativo (spesso fantasioso ed inventivo) non indifferente. Non esistono "teorie complesse" al limite queste possono essere solo molto "complicate" secondo il mio modo di vedere le cose, perciò o si è riusciti a trovarne qualcuna buona e funzionante e che regge abbastanza, oppure bisogna ammettere che una teoria non la si possiede proprio e perciò è inappropriato parlare di "teoria della complessità" visto che si va avanti in modo un po' artigianale ed intuitivo non comprendendo affatto quel che si fa e perché mai dovrebbe funzionare o non funzionare.
Saluti