
Originalmente inviato da
willy61
Se posso intervenire, la discussione è interessante, e credo di avere qualcosa da dire.
Intanto, una premessa: la richiesta di non effettuare cambiamenti profondi nella vita del paziente è una prescrizione che aveva inventato Freud. E c'erano motivi ben precisi per darla. Sostanzialmente, ai tempi di Freud, un'analisi durava qualche mese, non qualche anno. E Freud vedeva ogni singolo paziente 6 volte la settimana (poi scese a 5, perché gli stavano arrivando più pazienti di quelli che poteva vedere).
E, essendo la psicoanalisi quella che era, l'idea di Freud era che la messa in atto, al di fuori della seduta, di desideri del paziente sarebbe stata proprio una "messa in atto". Un modo di esprimere con azioni concrete qualcosa che avrebbe dovuto - invece - venire espresso simbolicamente con il linguaggio all'interno della seduta analitica.
Oggi come oggi, nessuno credo faccia sedute quotidiane per 5-6 giorni la settimana. Per questioni di costi, soprattutto. Quindi, oggi come oggi, quella regola non ha più molto senso, e non la prescriverei a nessun paziente. Però manterrei la necessità di parlare di quello che si vuole decidere, per evitare che un paziente arrabbiato con me decida di lasciare moglie e figli scambiando lucciole con lanterne.
Per il resto, provo a buttare lì alcune considerazioni su quanto scrivi
Allora per te la rabbia di un paziente verso di te non è altro che negativa? Mi domando: non trovi che nell'incontro tra uomini possa scaturire in un momento qualsiasi e per un motivo qualsiasi un moto di rabbia? Forse l'analista è qualcuno verso il quale la rabbia non è mai un moto positivo? E chi sarebbe questo "analista", se non il simbolo di un mito? Ti lascio le tue competenze, ma le idee sulle tue competenze io non posso che giudicarle un po' (o forse tanto?) mitologiche. Perché, forse decidere di fare l'analista e farlo davvero esenta un uomo dal poter diventare un po' credulone o fiabesco nelle proprie idee? Forse possiamo avere qualche garanzia a riguardo? Mettiamoci nei panni di uno che è un po' arrabbiato con chi possiede delle case o degli studi lussuosi: facciamo conto che tu sia uno di quelli; viene questo da te e si arrabbia perché gli sta simpatico ancora Lenin: tu gli stai antipatico, non ti sopporta; è arrabbiato con te per il tuo studio; cosa vorresti da lui? Naturalmente questo è solo un esempio, ma si potrebbero trovare milioni di situazioni come queste.
Non so come possa essere possibile che un analista diventi "il perno" della vita di un paziente. Lo può diventare, in lacuni casi, il processo analitico. E non perché all'analista piaccia. Ma perché alcune strutture psichiche di questo hanno bisogno, e questo tentano di fare. Ma io, nella mia esperienza personale, ho vissuto l'analisi come un percorso continuo verso una maggiore indipendenza, anche dalla mia analista e dall'analisi stessa.
Ma se uno deve prendere una decisione solo dopo averne parlato con l'analista, non trovi che questo sia proprio un modo per rendere l'analisi un perno? Non trovi che significhi pretendere un po' troppo da un'analisi, che l'analisi così divenga troppo, troppo invadente? Siano poi cinque, sei, o tre le sedute, la sostanza non cambia. Anzi, forse se ci immaginassimo un paziente che si trasferisca per intere giornate dall'analista, forse ci sarebbe più chiara l'assurdità della situazione: il paziente finirebbe per non poter decidere niente, passando le giornate a parlare. Chissà poi cosa succederebbe.
Può essere. Ma tra chi costruisce i miti e chi pratica la psicoanalisi, consentimi che ci sia qualche piccola differenza.
E dove sta la garanzia che un analista abbia un'idea non mitologica della psicanalisi? Pitagora era un grande matematico e credeva nella metempsicosi; tutto sta a prender coscienza del mito, così non si inflaziona e abbiamo un miglior rapporto con gli altri. Un consiglio del genere è valido per tutti gli esseri umani, analisti compresi. Tu hai il tuo mito, Pitagora il suo, e in questo senso avrò anch'io il mio; però il tuo mito la vedo un po' inflazionato. Ha preso possesso di te. Non credo sia possibile continuare la discussione senza una notazione di questo tipo, per quanto ti possa sembrare forse "personale".
Un risveglio da cosa? A me pare difficile che un paziente viva l'analisi in modo "mitico". L'analisi è anche sofferenza, difficoltà, conflitto, fatica. Non si va nella stanza d'analisi per trovare un qualche paradiso, e chi ci va in quel modo si ritrova spesso all'inferno. Puoi provare a spiegare meglio perché e come uno potrebbe restare nel mito senza avvedersene? E in che senso la trasgressione sarebbe utile a un qualche "risveglio"?
Te l'ho spiegato prima, quando parlavo di chi resta nel mito, includevo pure l'analista. Comunque non cerco paradisi nell'analisi, non è proprio questo il punto. In ogni caso quando una analisi è troppo infernale, tanto meglio smetterla. Nanni Moretti disse una frase assai significativa: "Apritevi, ma state attenti a non squartarvi."
Mi pare un rischio insito in qualunque azione umana, non certo peculiare della psicoanalisi (di un tipo o di un altro, poco importa a mio parere). Noi viviamo nel mondo, e agiamo in esso, senza poter prevedere le conseguenze delle nostre azioni. A volte, persino le migliori intenzioni si traducono in pessimi risultati. Una cosa che qualche filosofo chiamava eterogenesi dei fini, mi pare.
E perché allora ritenere che uno psicanalista sia migliore di un giornalaio nell'affrontare una nevrosi? E perché non distinguere tra una psicanalisi e l'altra, cercando di capire quale sia migliore, quale sia quella valida, se si può distinguere tra l'abilità di un giornalaio e quella di un analista?
Però, con tutta la buona volontà, mi dici dove la trovi quella psicoanalisi di cui parli? Io, ancora, non ho conosciuto un analista che pensasse che l'analisi debba essere il centro della vita del paziente. Né che lo teorizzasse.
Per quel che mi riguarda anche tu lo fai. Sto cercnado di spiegartelo.
La collaborazione è collaborazione. Il paziente fa il suo lavoro, come il terapeuta fa il proprio. 50 e 50. E nessuna regola. A parte quella famosa: "Mi dica tutto quello che le viene in mente" che, peraltro, non viene nemmeno esplicitata, spesso.
E allora la regola di parlare di una decisione prima di doverla prendere cosa sarebbe se non una regola? Quando il mito si inflaziona, abbiamo l'impressione di ragionare, poi prendiamo delle gigantesche cantonate...
Perché dovrebbe contare di più la convenienza della validità? Capisco possa contare di più per te. Non capisco come una tua preferenza personale possa assurgere al rango di assioma.
La validità di un metodo assicura che quel metodo riesca, ma non assicura che quel metodo sia conveniente da usare. Per farti un esempio estremo: si può, per attraversare il deserto, scegliere il cammello o il fuoristrada. Tu pensi che non sia possibile capire dove vi sia una convenienza, se ve ne sia una, et cetera et cetera... ? Anche il cammello è un mezzo valido per attraversare il deserto; tanti uomini l'hanno usato... Ma ti converrebbe avventurarti per il deserto su un cammello? Ne sei tanto sicuro?
Non è che la mia preferenza sia un assioma; semplicemente dietro una preferenza potrebbe esserci tutto un mondo, un gigantesco mondo, che voi "positivisti" (in fondo così definirei la vostra posizione) non immaginate proprio, volete ignorate e (purtroppo) invitate sempre più pressantemente a voler ignorare. Ed è a mio avviso proprio un grande, grande peccato.
Buona vita
Guglielmo