
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Caro Willy,
se vogliamo osservare la relazione da un punto di vista costruttivista, dobbiamo immaginare due persone con possibilità di impostare liberamente tale relazione a partire da ciò che sono loro, da ciò che è l’altro e dalle finalità negoziabili che vorranno dare alla relazione stessa. Insomma dobbiamo porre due costruttori di relazione, mentre in ambito positivistico io non vedo costruttori, ma costruiti. Nel momento in cui inizia una relazione ciascuno si pone per ciò che è, il passato, il carattere, la “matrice relazionale”, gli “schemi di relazione interiorizzati” e quant’altro sono senz’altro rivisitati al presente in funzione delle finalità future della relazione che i due vogliono intraprendere ed in funzione dell’altro soggetto con cui intraprendo la relazione. Quando diciamo che l’analisi con un analista è diversa da quella con un altro, dobbiamo necessariamente presupporre che l’elemento presente, ciò che è l’altro, è presente ed è importante altrettanto se non di più degli schemi relazionali che il soggetto possiede.
Gli schemi sono punti di partenza, li possiamo vedere alla stregua di “pre – giudizi” (intesi in senso gadameriano), senza di essi non vedremmo niente e non conosceremmo niente, ma dobbiamo essere disposti a modificarli e a cambiarli nel momento in cui si rivelano insufficienti o errati nell’interpretare ciò che sta succedendo e nei costruirlo. Intesi come progetti che si modificano in itinere nel corso della relazione posso accettarli, intesi come strutture rigide quasi immodificabili faccio una certa fatica ad assumerli e ad usarli. E’ vero che i nostri pazienti spesso presentano modalità rigide (anche molto rigide) di relazione, è vero che la tentazione a farne “strutture” molto salde è parecchia, ma se parto dal presupposto che l’uomo assomiglia ad un sistema aperto dinamico e non lineare, devo sempre credere che esista un grado di flessibilità, di elasticità, di apertura nel sistema stesso (altrimenti il sistema non esisterebbe neanche) da cui partire (ad esempio il paziente è li, anche se ci sta in atteggiamento molto critico, proprio questa critica mi dice quanto permeabile sia, perché altrimenti che senso avrebbe criticare?).
Due individui si incontrano sostanzialmente per trovare conferma a se stessi, per vedersi riconosciuti (è la lotta per il riconoscimento fra servo e signore della Fenomenologia di Hegel); ma il riconoscimento non può fissarsi soltanto sul polo dell’essere, deve guardare anche al divenire. Se io riconoscessi solo la polarità di “servo” o solo quella di “signore” all’altro, non lo riconoscerei nella sua totalità, nel momento in cui mi si presenta come una soltanto delle due polarità vuole essere aiutato da me ad assumersi anche l’altra; nella mia testa deve essere presente che lui è contemporaneamente sia servo sia signore (anche se una delle due polarità la attribuisce a me).
Sarebbe, dal mio punto di vista, un grave errore riconoscere soltanto una delle due polarità (quella che esprime) oppure pensare di riconoscerlo soltanto nella polarità che non esprime (andare alla ricerca del “vero Sè, espresso in mille modi diversi dalla letteratura psicoanalitica).
Non si tratta nemmeno di aiutarlo soltanto a riconoscersi servo e signore insieme, quanto piuttosto di sbloccare quel processo dialettico che consente quella che Tronick chiama “espansione diadica della coscienza” e nella scuola in cui mi sono formato è denominato “presenza a se stesso”.
Ciao.