
Originalmente inviato da
Megiston Matema
Gentili Signori,
il dibattito nelle sue fasi finali sta prendendo una piega insolita, non c’è più curiosità per quello che dice l’altro, non si cerca di capire, e il dialogo si è trasformato in scontro dove prevale la logica dell’imporre se stesso, e di svalutare il pensiero altrui (svalutarlo a prescindere, senza nessun argomento di rilievo).
Io mi sottraggo a questa logica e non intendo replicare a quelle che non valuto come argomentazioni, ma come puerili provocazioni in alcuni casi; in altri casi c’è chi (come Char_lie) mi attribuisce cose mai dette né pensate: il “libero arbitrio”, per discutere del quale lo invito a rivolgersi ad un prete, mentre con me se fosse disposto all’ascolto potrei parlargli della mia esperienza umana e clinica a partire da un soggetto libero da condizionamenti e che ha la capacità di autodeterminarsi. Char_lie cita Quine e Wittgenstein a sostegno delle sue tesi, peccato si tratti di pensatori che si occupavano di logica e di matematica molto più di quanto si occupassero di persone; in psicologia chi volesse applicare la logica andrebbe incontro a disastri immani, perché l’essere umano non segue la logica classica aristotelica ma una sua particolare “psico-logica” che spesso infrange ogni evidenza della prima. Per capire una persona dobbiamo seguire la sua logica e non quella aristotelica più o meno rivisitata nel corso dei secoli. Se Freud avesse condiviso ciò che scrive Wittgenstein nella prefazione al suo Tractatus logico-philosophicus come sintesi di tutto il suo discorso: “Quanto può dirsi si può dire chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, non avrebbe scritto una sola parola di psicoanalisi. Freud ha dato voce a tutto ciò che non può dirsi in modo chiaro e che è altrettanto importante (se non di più) di questa chiarezza.
Se qualcuno di voi vuole capire qualcosa di quello che sto dicendo, lo invito a frequentare non i logici, ma gli epistemologi che si stanno occupando oggi di scienze sociali, come Mauro Ceruti, Edgar Morin, Francisco Varela, Humberto Maturana, Heinz von Foerster, Ilya Prigogine, Karl Pribram, ecc. Queste persone hanno accolto la sfida della complessità e hanno saputo coniugare la libertà dell’uomo alle teorie sistemiche, alla teoria del caos e a tutto quanto di nuovo emerso in epistemologia fra la fine del secolo scorso e gli esordi di questo. Le loro idee sono utilizzate trasversalmente da teorie psicologiche differenti (psicoanalisi, cognitivismo, interazionismo simbolico, gestalt, ecc.) e vanno a far parte di una rivoluzione paradigmatica che sta soppiantando quasi completamente il positivismo e il neo-positivismo con il costruttivismo.
Fin qui si tratta soltanto di un presupposto metateorico, un paradigma di riferimento, una cornice epistemologica da cui iniziare per studiare certi fenomeni, in gran parte indimostrabile come tutti i paradigmi di qualsiasi scienza, ma di cui si presuppone una grande valenza euristica.
Ma la possibilità dell’autodeterminazione soggettiva non è soltanto un a-priori meta-teorico è frutto di osservazioni della psicologia dello sviluppo, dell’Infant Research e dell’Infant Observation. Il soggetto auto ed eco determinantesi è una possibilità che si sviluppa e si acquisisce nel tempo parallelamente allo sviluppo e all’acquisizione del linguaggio e della capacità riflessiva, ma i cui prodromi li possiamo osservare fin da subito nel fatto che il neonato decide con molta libertà quando vuole iniziare un’interazione, come vuole strutturarla (gioco, nutrimento, coccole, accudimento, ecc.) e quando si è stancato e vuole porvi fine. Sarebbe il caso di dare un’occhiata al lavoro di Louis Sander, di Daniel Stern, di Ed Tronick, Beatrice Beebe, Frank Lachmann, Colwyn Trevarthen, Abdrew Meltzoff, Alan Fogel, Kenneth Kaye, Karlen Lyons-Ruth, Peter Fonagy, Mary Target, ecc. per capire come può fondarsi scientificamente l’ipotesi di un bambino che contribuisce attivamente al suo sviluppo e alla sua strutturazione in quanto soggetto attraverso le sue interazioni.
Un saluto a tutti.