[QUOTE=Char_Lie;2216113]Non so cosa intendi con l'espressione "la verità come dato oggettivo". Io il termine "verità" forse non lo associo a certe idee così potenti che hai in mente, certe proposizioni vere le si conosce anche osservando il funzionamento del linguaggio stesso che viene usato, perciò non tendo a pensare che sia chissà cosa questa "verità" e che sia un qualcosa di inaccessibile.
Il fatto che "vero" e "falso" siano predicati realtivi a qualche linguaggio lo si sapeva già, è ovvio che non ha senso parlare della verità in sé, si predica la verità di qualche asserto dotato di un qualche senso.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
La verità di un asserto la si può predicare solo per mezzo di un altro asserto, del quale si deve predicare la verità solo per mezzo di un altro asserto ancora, del quale a sua volta si deve predicare la verità solo per mezzo di un altro asserto... e così via all'infinito.
Ci troviamo di fronte a un regressum ad indefinitum.
Se la verità fosse questa, dovremmo concludere che la verità non esiste. Non riusciremmo mai a dire nulla di vero, perché non riusciremmo a sapere mai nulla veramente.
Perché il tuo pensiero è finito in questo vicolo cieco? Perché hai cercato in qualche modo di negare che ci è data solo la verità relativa, tentando dunque di dimostrare che possediamo in qualche modo anche la verità assoluta (anche se poi, apparentemente, il tuo messaggio sembra testimoniare un ragionevole senso del limite).
Se vero e falso fossero solo predicati, il linguaggio conterrebbe in sé verità e falsità. Il linguaggio, di per sé, è alieno da qualunque affermazione di verità o falsità. E' invece l'uso che si fa del linguaggio che produce verità o falsità, che in qualche modo le afferma. Il nostro pensiero pensa quest'ultime attraverso il linguaggio (il pensiero fa uso di parole). Non è che la nostra verità sia fuori di noi; essa però è oltre il linguaggio. Nello stesso tempo essa è pensata per mezzo del linguaggio.
V'è insomma un fondamento del linguaggio che predica il vero, fondamento per il quale si possa sapere (nota bene questa parola: "sapere", non: "dire") che quel linguaggio stia davvero predicando il vero.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Ad esempio dato un significato alla negazione e stabilite certe altre regole di significato si può arrivare a riconoscere che sono vere diverse proposizioni senza che ci sia il bisogno che pensiamo tutti alla stessa cosa o che facciamo tutti la stessa ed indentica cosa quando ne dimostriamo la verità.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Volendo usare le tue stesse parole, direi:
Stante la differenza dei pensieri non è possibile porre un solo significato: la negazione significa per ognuno una cosa diversa.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Per te dovrebbe sussistere una vera e propria identità tra quel che faccio io e quel che fa un'altra persona affinché la verità dimostrata sia la stessa, ma è ovvio che non può esserci proprio qualcosa del genere se siamo persone diverse, quel che ci può essere è al massimo una relazione di similitudine: insomma tutti e due compiendo operazioni delle stesso tipo (non identiche) arriviamo ad un risultato dello stesso tipo, associando alla fine il termine "vero" all'asserto, questo è tutto.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Ma, se per te è ovvio che tra persone diverse c'è diversità di operazioni e che non si può andare oltre la relazione di similitudine, se convieni con me (mi pare proprio che siamo d'accordo anche su questo, o no?) che non ci sarebbe un solo risultato, ma molteplici (tanti quante le persone), tra i quali non ci sarebbe niente di più che una relazione di similitudine (non fosse così, il risultato non sarebbe la meta di tutte le diverse persone in questione, esse cioè non possederebbero alcun risultato), allora dovresti concudere che quello stesso "tipo" cui tu riconduci la molteplicità d'operazioni e risultati non sarebbe il pensiero di nessuna persona, essendo ogni persona diversa, anche nei pensieri. Sarebbe qualcosa fuori di noi, non in noi; un qualcosa che noi penseremmo, una stessa, identica cosa, alla quale le persone si riferirebbero tutte quante, ma ognuna a modo suo.
Dunque: un "tipo", più verità sul "tipo", tante sono le verità quante sono le persone.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Abbiamo a che fare con una corrispondenza di similarità non con qualcosa di identico, l'identità si ritrova ad un livello più astratto.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Sono d'accordo sull'identità, tuttavia non posso essere d'accordo sull'astrattezza di questo livello. In realtà io parlerei semplicemente di esternità. Infatti l'astrazione è tutta nel pensiero e pensieri identici non ne esistono, essendo ogni persona diversa. Quel livello, che tu chiami astratto, in realtà è esterno, fuori di noi.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Ad esempio io e te usando un certo apparato meccanico simile situato in luoghi diversi premendo il tasto con la lettera "a" stampata sulle rispettive tastiere otteniamo stampato sul rispettivo schermo la lettera "a", i processi sono ovviamente distinti ma sovrapponibili grazie a certe categorizzazioni.
Anche due computer che eseguono un algoritmo non producono lo stesso ed identico risultato e non compiono le stesse ed identiche operazioni: le macchine sono dislocate in luoghi diversi ed eseguono le operazioni magari anche in tempi diversi e con velocità di esecuzione un po' variabile. Le operazioni concrete che vengono compiute si può dire soltanto che sono simili e si può affermare al massimo che ricadono sotto lo stesso tipo di operazione astratta. Quando diciamo che due macchine producono lo stesso risultato, non vogliamo affermare che il risultato debba coincidere, ma soltanto che il risultato finale ricade sotto un certo tipo astratto.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Hai istituito un parallelismo tra macchina e uomo. Hai mostrato come i risultati di macchine diverse non coincidano, tuttavia come sia possibile trovare un tipo astratto sotto il quale tutti i risultati possano essere collocati.
Indubbiamente io, tra i vari risultati prodotti dalle macchine, sarei capace di ricondurli tutti a una unità. Anche tu e chiunque altro ne sarebbe capace; il punto è, però, che ci saranno tante astrazioni quante saranno le persone coinvolte. A ciascuna astrazione, inoltre, corrisponderà una medesima scrittura; nel primo esempio che tu hai fatto: la lettera "a". Tuttavia, come dicevo nei messaggi precedenti, la scrittura altro non è che convenzione. Il fatto che differenti astrazioni siano tutte riconducibili a un medesimo segno non significa proprio nulla. Perché in fondo ciò che è comune, allora, è solo un segno, una scrittura (tutte le macchine che fanno calcoli producono scritture), non certo un'astrazione. Ma la scrittura è fuori di noi, non dentro di noi, e ognuno si rapporta ai suoi segni secondo la propria prospettiva, che è differente da quella di un altro.
Tu nella prima parte del messaggio hai parlato di similitudine. Certamente più oggetti simili possono e devono essere ricondotti a una unità, tuttavia questa unità è qualcosa di esterno a noi. Una specie d'essenza comune della realtà, non certo un "tipo astratto". E questa unità verrebbe inevitabilmente conosciuta da ognuno secondo una prospettiva diversa; sicché a questa unità corrisponderebbe una molteplicità di verità.
Perciò penso che l'esser simili abbia un fondamento concreto.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Da quello che ho afferrato per possedere una stessa verità io ed un'altra persona secondo te dovremmo praticamente coincidere: in fin dei conti soltanto così potremmo compiere operazioni identiche. Ma porre la cosa in questi termini per me è abbastanza assurdo.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Per te è assurdo in quanto ti conduce alla contraddizione. Tuttavia se provassi a porre la cosa in quei termini, ti accorgeresti che parti da una premessa sbagliata.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Bisogna prima definire cos'è la verità di un certo asserto per me e per l'altro prima di affermare che non possiamo possedere in nessun modo qualche conoscenza vera (sapere che una stessa proposizione è vera) entrambi e che ogni conoscenza vera non è condivisibile col passare del tempo da altre persone che vivono in altre epoche.
[QUOTE=Char_Lie;2216113]
Non sarebbe possibile definire un'unica verità per due persone differenti. La condizione che tu poni è un atto arbitrario privo di fondamento. Al contrario, spetterebbe a te, prima di passare a definire cos'è la verità comune, dimostrare se sia davvero possibile l'esistenza di questa verità. Altrimenti finiresti per proporre un dogma.
Il linguaggio, come ti dicevo, non può avere nessuna proprietà definibile come "verità", perché la verità è oltre il linguaggio (e certamente non un oggetto che vaga, ma qualcosa dentro di noi).
Apparentemente tu sembri muoverti su una posizione moderata: in realtà, fondandoti sul linguaggio, mostri di assolutizzarlo. E l'assolutizzi non senza aver affermato che esso contiene la verità, la quale per te non sarebbe nient'altro "una proprietà di certe formulazioni linguistiche particolari".
Perciò, nonostante le apparenze, per me tu ti muovi sempre su una concezione piuttosto assoluta della verità.
Saluti.
Astolfo









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