x missfreedom
Buongiorno
Francesca, non è che tu non sia stata capace di farti capire,
forse hai solo sintetizzato troppo quel che volevi dire e quindi, almeno io, lo ammetto: ti ho fraintesa.
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Infatti, mi hai fraintesa, sopratutto nell'interpretare il modo in cui intendo le manifestazione di gioia, dispiacere, incavolatura dell'analista!
Mi riferisco , ripeto, a sentimenti che anche il più ortodosso terapeuta non potrà mai celare del tutto.
Non credo che nessuno prenda in considerazione il transfert, ma leggendo i vari interventi in proposito - non esclusivamente in questo 3d - una cosa in particolare ha colpito la mia attenzione. Forse, ciò che ti fa credere che nessuno lo prenda in considerazione è soltanto una differente chiave di lettura che si presenta tra un paziente e un analista nel contesto di questo forum. Con questo intendo dire che siamo in molti a frequentarlo - professionisti e non - e che ognuno di noi, come si nota, è predisposto a confrontarsi su determinate cose piuttosto che su altre; ciò significa che il transfert è un argomento di interesse, mi pare di notare, ed è sicuramente un argomento di interesse generale; tuttavia coloro che lo sperimentano da pazienti, forse inevitabilmente, tendono ad attribuirgli una grande rilevanza proprio in virtù del fatto che spesso l'hanno vissuto in modo "catastrofico"; o comunque piuttosto doloroso (rispetto all'esperienza che può farne l'analista).
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Non è come dici tu, perchè in altri 3d, gli esperti hanno sempre sostenuto che anche per loro che hanno affrontato l'esperienza di un percorso analitico, non è stato facile! E quando sostenevo che per un addetto ai lavori dovrebbe essere più "indolore", in quanto sa bene di cosa si tratta, mi hanno contestata affermando che il trasfert è una 'brutta bestia' per tutti!
Ma figuriamoci se qui potrebbero mai trattare l'argomento da una prospettiva che non sia rigorosamente teorica! Il forum, per me, dovrebbe servire anche per fare capire ai molti studenti che lo frequentano, quello che i libri
non possono insegnare, che poi è proprio quello che si vive e prova nel setting sia da paziente che da terapeuta.
Però sai, non sarei così pronta a dire che un transfert può anche non esserci e in conseguenza di ciò il lavoro non sarà ben fatto; è un po' come dire che chi non parla non ha nulla da comunicare, che è assolutamente falso dal momento che chi non parla sta comunicando forse anche un "silenzio", una chiusura verso qualcosa. Un transfert "silente" non è esattamente un mancato transfert, forse piuttosto una resistenza al transfert, e chissà, magari in seguito anche all'analisi del transfert (chiaramente sono ipotesi); così come potrebbe rappresentare tante altre cose che io non conosco, ma non credo un non-transfert. Quindi forse il lavoro dell'analista in questo caso sarebbe solo più difficile, ma certamente non ne sarebbe dubbia la riuscita, o almeno
non in virtù di questo.
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Il fatto è e che l'analista usa il transfert come il chirurgo usa il bisturi, e deve saperlo maneggiare con fredda destrezza per interpretarlo e analizzarlo. Quanto più intenso, doloroso, invalidante, manifesto è, tanto più facile sarà il lavoro per lui/lei.
Un trasfert silente, ritengo sia sicuramente meno utile ai fini terapeutici, come un bisturi poco affilato
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Su questo invece mi trovi in disaccordo, quasi del tutto: "un paziente che sembra stare ormai bene" è un concetto che io personalmente non contemplerei con tanta facilità. Il fatto che una persona possa raggiungere un equilibrio, per quanto saldo, non implica che quella stessa persona non possa imbattersi in un evento di un qualunque tipo e che questo non lo conduca poi ad una ricaduta; la nostra stessa vita è complessivamente fatta di salti, rotture e assestamenti. Dubito che l'equilibrio possa essere per sempre. La psicoanalisi è un metodo di indagine - forse un po' meno di guarigione - che poi conoscersi aiuti molto anche a "guarire" o più semplicemente a modificare alcuni aspetti della nostra personalità è fuor di dubbio. Dunque, in relazione a questo, è improbabile secondo il mio punto di vista, che un analista possa provare delusione o dispiacere per una ricaduta del suo paziente; ancora una volta mi verrebbe in mente un analista che ha tenuto in considerazione soltanto parte del percorso e che abbia escluso dallo stesso cose molto importanti come una ricaduta. Del resto penso sia una cosa possibile, soprattutto in fase terminale o più propriamente di "distacco" (ecco perché penso che il cordone con l'analista, in verità, non venga mai tagliato definitivamente).
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Ma come puoi essere così sicura? Se un medico, dopo anni di terapia, con ricadute frequenti, riesce finalmente a tirare fuori il paziente da una grave dipendenza, come fa a non dispiacersi dopo che l'obiettivo sembrava definitivamente raggiunto? Ma è un essere umano o un robot? Certo che non comunicherà verbalmente il suo disappunto al paziente, ma in qualche modo trasparirà la sua rabbia per la consapevolezza che ha fallito. Anche loro si affezionano, e vogliono il nostro benessere e il benessere scaturisce innanzi tutto dalla scomparsa dei sintomi, poi tutto il resto che ben venga! Se il paziente, lo avverte e se c'è una buona alleanza, ce la metterà tutta
per evitare altre ricadute, prima per se stesso, perchè ha la spiacevole sensazione di aver perso tempo e denaro e poi anche per non deludere ancora il proprio analista.....quindi per me, è molto più 'terapeutico' del mostrarsi sempre e comunque con la stessa maschera
inespressiva e neutrale.
Un'altra cosa che non mi riesce facile associare è l'indifferenza con la neutralità, penso siano molto differenti; il mio analista è neutrale, non per questo indifferente (ride di gusto qualche volta e spesso fa dell'ironia). Ma soprattutto mi domando, questa umana emozione di cui parli, se non viene manifestata apertamente, in che modo viene concretamente avvertita dal paziente, finanche al punto da essere
terapeutica?
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Nelle prime fasi della terapia, quando si sta tanto male, è facile scambiare la neutralità, come ad es. il silenzio, per indifferenza e distacco.
Poi col passare del tempo, tutto diventa più soft; Il campo diventa più affettivo e ci si intende anche solo con l'espressione del viso o con lo sguardo e si intuisce anche quello che non si manifesta verbalmente.
Francesca, credo che l'empatia di cui parli non si possa applicare a comando, penso sia una dote innata e che esista a prescindere dalle parole. Non a caso essere empatici significa saper leggere tra le righe le emozioni altrui, saper intuire quello che in verità non viene detto e che rappresenta lo stato d'animo dell'interlocutore. Sostanzialmente credo sia un modo - anche da parte dell'analista - di porsi verso l'altro, un'apertura che va ben oltre la neutralità e con la quale quindi può ben coesistere. Essere empatici significa comprendere lo stato d'animo dell'altro, e non manifestare dispiacere, gioia o incavolature. Inoltre, non mi pare di aver mai detto che sia opportuno mascherare cose, tutt'al più ho lasciato intendere che ci sono "
diversi modi di manifestarle".
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Missfreedom, certo che l'empatia e la neutralità possono coesistere! Ma un analista che non sappia essere empatico, meglio che cambi mestiere!!!
In riferimento ai "diversi modi" dell'analista, di manifestare le proprie emozioni spero finalmente di essermi spiegata!
[/I]Peccato per l'happyChic...
mi piace tanto.
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Alla fine di un percorso psicoanalitico ben riuscito, si potrebbe allegramente brindare senza andare troppo per il sottile! Io mi accontenterò ...anche del fiasco