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  1. #136
    darlinda
    Ospite non registrato

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Ma non siete andati fuori tema? Comunque Luigi, la mia di psicoterapeuta a volte mi teneva la mano ed era bravissima con me e mi ha aiutato molto.
    Ultima modifica di darlinda : 12-12-2009 alle ore 18.43.55

  2. #137
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Allora...

    sempre nell'ambito dei colloqui preliminari racconta che sua madre (''da quanto ne so io eh!, non è che abbia mai indagato'' dice la paziente...) ha altre volte ''sprovato'' (così si esprime la paziente correggendosi subito..) ad avere un bambino. In particolare si ricorda che una volta sua madre le disse (la paziente era alle scuole elementari, quinta elementare forse) che aveva fatto una bambina troppo presto e che era morta (aborto spontaneo). La paziente ricorda con vivacità questo evento e dice di essere stata terribilmente dispiaciuta per la morte della sorellina...scuote la testa in segno di disapprovazione dell'evento luttuoso...
    Dopo un silenzio relativamente lungo (sollecitata dal terapeuta...) la paziente aggiunge: ''però era un dispiacere particolare, molto forte, di paura e, a pensarci bene, mi ricorda un pò le sensazioni fobiche dell'attacco di qualche giorno fa (arrossisce in viso...''mah...'')''...questa connessione le è totalmente oscura...guarda l'orologio quasi nervosamente e il terapeuta le chiede perchè: ''oh niente, sa, mio marito oggi torna prima a casa''...

    Un piccolo contributo al fantomatico caso...vorrei sentire gieko a tal proposito...

    Saluti,
    Luigi
    "Sprovare", parola molto importante; un possibile condensato di senso e significati e di storia, emozioni ambivalenti, dove una delle quali potrebbe essere senz' altro la "paura" e la paura della paura, il senso di colpa "soffocante" per aver "allora " forse " desiderato" quel qualcosa che "ora" la spinge a non voler far tardi con il marito; ed il senso del dovere ....??? L'oscurità forse si connette a paure più remote, che oltrepassando il sintomo, potrebbero anche coincidere con un oscuro presagio di morte non elaborabile da bambina ad un'età così delicata come la pubertà, dove l'evoluzione si lega a delle separazioni, dei lutti......
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 12-12-2009 alle ore 20.46.02
    Gaia

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  3. #138
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    "Sprovare", parola molto importante; un possibile condensato di senso e significati e di storia, emozioni ambivalenti, dove una delle quali potrebbe essere senz' altro la "paura" e la paura della paura, il senso di colpa "soffocante" per aver "allora " forse " desiderato" quel qualcosa che "ora" la spinge a non voler far tardi con il marito; ed il senso del dovere ....??? L'oscurità forse si connette a paure più remote, che oltrepassando il sintomo, potrebbero anche coincidere con un oscuro presagio di morte non elaborabile da bambina ad un'età così delicata come la pubertà, dove l'evoluzione si lega a delle separazioni, dei lutti......
    Io, personalmente, l'avevo immaginata così la cosa, uno sfaldamento del 'significato' in questi termini: ''s-provare'' sembra essere, visto che parole così non nè esistono, una sapiente ''soluzione'' (dell'inconscio...) tra 2 parole profondamente contrapposte ma suscettibili di commistione e cioè tra il ''provare'' della madre (la paziente parla della madre infatti...o tenta di parlarne in termini oggettivi) e il ''dis-ap-provare'' della figlia (che subito, nel tentativo di descrivere la condizione della madre, si intrufola nei suoi affari con un giudizio di valore). Poi, siccome l'inconscio usa meccanismi alquanto primitivi ma efficaci ed essendo l'Io impegnato nel filtraggio di una informazione scomoda, ne esce questo ''s-provare'' (con l'abolizione dell'''ap'' e del ''di'' che non fanno testo nell'economia di ciò che la paziente vuole trasmettere) che (sempre secondo la mia immaginazione malata) conserva sia l'intenzione originaria della madre e sia una, seppur minima (c'è solo una 's'...), intrusione del desiderio della paziente. Ovviamente già da questo lapsus, per così dire, vediamo delinearsi una 'grezza' intenzione della paziente...ma così ho svelato il mistero!
    A parte gli scherzi, ho detto pure che a questo episodio segue un relativo lungo silenzio in cui (forse...) avviene una primitiva elaborazione: probabilmente il terapeuta (che ha intuito una ''breccia'') avrà detto ''a cosa sta pensando in questo momento?'' e allora la paziente ha modo di verbalizzare il fatto che,in seguito a quell'evento luttuoso ha sofferto parossisticamente e forse nei modi in cui, qualche giorno prima, si era presentato l'attacco di panico. Lei ovviamente è totalmente inconsapevole del legame emotivo tra i fatti e sostiene che il dispiacere sia totalmente da attribuire all'aborto della madre. Lascio il resto ai colleghi!...e perdonatemi il delirio interpretativo!

    Saluti,
    Luigi

  4. #139
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Io, personalmente, l'avevo immaginata così la cosa, uno sfaldamento del 'significato' in questi termini: ''s-provare'' sembra essere, visto che parole così non nè esistono, una sapiente ''soluzione'' (dell'inconscio...) tra 2 parole profondamente contrapposte ma suscettibili di commistione e cioè tra il ''provare'' della madre (la paziente parla della madre infatti...o tenta di parlarne in termini oggettivi) e il ''dis-ap-provare'' della figlia (che subito, nel tentativo di descrivere la condizione della madre, si intrufola nei suoi affari con un giudizio di valore). Poi, siccome l'inconscio usa meccanismi alquanto primitivi ma efficaci ed essendo l'Io impegnato nel filtraggio di una informazione scomoda, ne esce questo ''s-provare'' (con l'abolizione dell'''ap'' e del ''di'' che non fanno testo nell'economia di ciò che la paziente vuole trasmettere) che (sempre secondo la mia immaginazione malata) conserva sia l'intenzione originaria della madre e sia una, seppur minima (c'è solo una 's'...), intrusione del desiderio della paziente. Ovviamente già da questo lapsus, per così dire, vediamo delinearsi una 'grezza' intenzione della paziente...ma così ho svelato il mistero!
    A parte gli scherzi, ho detto pure che a questo episodio segue un relativo lungo silenzio in cui (forse...) avviene una primitiva elaborazione: probabilmente il terapeuta (che ha intuito una ''breccia'') avrà detto ''a cosa sta pensando in questo momento?'' e allora la paziente ha modo di verbalizzare il fatto che,in seguito a quell'evento luttuoso ha sofferto parossisticamente e forse nei modi in cui, qualche giorno prima, si era presentato l'attacco di panico. Lei ovviamente è totalmente inconsapevole del legame emotivo tra i fatti e sostiene che il dispiacere sia totalmente da attribuire all'aborto della madre. Lascio il resto ai colleghi!...e perdonatemi il delirio interpretativo!

    Saluti,
    Luigi
    Aggiungerei due elementi:

    1) l'evento del lutto come è stato trattato in famiglia, cioè dai due coniugi e dai due genitori (livello coppia, livello genitori) per poi molto dopo andare a farsi raccontare nel genogramma come sia trattato il lutto dal putno di vista intergenerazionale
    2) il ruolo che può avere a questo punto la figlia al posto di quella morta.

    Ci sarebbe da lavorare sul tipo di rapporto della figlia con ciscun genitore. Quindi, rapporto conflittuale con la madre, su uno sfondo di rabbia. Il padre invece più vicino, più forte, sebbene poco presente per i viaggi fuori città.

    ciaz.

    ciaz.

  5. #140
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko
    Per il resto, non so che idea abbia tu della terapia, ma dalle nostre parti le problematiche del terapeuta (immancabilmente presenti) vengono lavorate possibilmente molto prima che rendano la relazione col paziente impossibile (anzi, secondo alcuni i pazienti non vanno proprio visti prima di aver lavorato sulle proprie aree di sofferenza).
    Ma prima che fosse stata inventata la psicoanalisi o la psicoterapia, su queste aree di sofferenza ci potevano lavorare anche le persone normali? Inoltre queste aree di sofferenza è necessario che ci siano? Qua sembra quasi che sia assolutamente necessario fare così, farsi psicoanalizzare o sottoporsi a qualche forma di psicoterapia, altrimenti saremmo tutti ultra sofferenti.
    Se c'è qualche problema di salute importante e serio è ovvio che ognuno debba cercare di star meglio per svolgere bene il proprio ruolo professionale, ma questo lo dovrebbe fare lo psicoterapeuta, il meccanico, il medico, il conducente d'autobus... E così via.
    Anche a me sfugge per quale motivo il lavorare su qualche area di sofferenza personale (con gli strumenti più adeguati al proprio caso secondo ognuno) dovrebbe poi risultare utile a qualcun altro dal punto di vista psicoterapeutico.
    Una cosa sono i problemi personali vari e di salute, altra cosa la conoscenza di quelche tecnica per trattare certe classi di problemi. E' ovvio che un chirurgo che sta bene in salute poi quando opera, può operare meglio, ma questo cosa c'entra con la sua capacità di operare tecnicamente. Cioé un chirurgo che opera, è bene che quando opera stia abbastanza bene in salute, ma questo suo mantenersi bene in salute non è un qualcosa che dovrà imparare all'università dove studia medicina.
    Se volessimo far valere il tuo discorso gieko dovremmo anche, non so, costringere le persone che compiono operazioni chirurgiche a seguire certi corsi per tenersi bene in salute, ma questa area non è di competenza dell'addestramento tecnico, è un'area privata che ognuno risolve da sé con gli strumenti che ritiene più adeguati.
    Se si iniziano ad intrecciare questi piani non si capisce più nulla, anzi questa fissazione nel credere che se è vero che una persona ha risolto con qualche sistema certi suoi nodi problematici allora deve poi risultare assolutamente vero anche che applicare quello stesso sistema è utile per 0risolvere i nodi problematici di qualsiasi altra persona (senza assicurarsi che questi nodi rappresentino problemi simili e le due situazioni possano realmente sovrapporsi secondo i due punti di vista) può risultare addirittura controproducente.
    I nodi problematici a me sembra che siano quasi sempre diversi, se ovviamente si lascia parlare il paziente e descrivere in cosa consistono i suoi problemi e non nel proiettare dall'alto in cosa consistono questi problemi sovrapponendo la propria esperienza terapeutica a quella del paziente.
    Aver curato certe proprie aree di sofferenza (se presenti, perché mica è detto che si debba essere tutti ultra sofferenti ) è qualcosa di analogo al fatto che un chirurgo gode di buona salute (se ha il raffreddore o qualche acciacco e dolori vari, è bene che vada da qualche specialista e prenda qualche medicina per riuscire a lavorare bene), ma questo fatto dal punto di vista tecnico non aggiunge nulla, visto che una persona in buona salute, che non ne sa nulla di chirurgia, non è detto che sappia operare meglio di chi è malato.
    Insomma non è detto che quelle che cura un chirurgo siano patologie simili a quelle di cui soffre egli stesso: l'esperienza di paziente non gli fa acquisire chissà quali particolari competenze nel suo campo. Questo discorso è davvero così assurdo?
    Neuromancer mi dice sempre che vado contro quel che dice, ma questa volta sono d'accordo con lui (credo ).

    Saluti
    Ultima modifica di Char_Lie : 13-12-2009 alle ore 00.19.41

  6. #141
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Ma prima che fosse stata inventata la psicoanalisi o la psicoterapia su queste aree di sofferenza ci potevano lavorare anche le persone normali? Qua sembra quasi che sia necessario fare così altrimenti saremmo tutti ultra sofferenti.
    Anche a me sfugge per quale motivo il lavorare su qualche area di sofferenza personale (con gli strumenti più adeguati al proprio caso secondo ognuno) dovrebbe poi risultare utile a qualcun altro dal punto di vista psicoterapeutico.
    Una cosa sono i problemi personali, altra la tecnica. E' ovvio che un chirurgo che sta bene in salute poi quando opera, può operare meglio, ma questo cosa c'entra con la sua capacità di operare tecnicamente. Cioé un chirurgo che opera, è bene che quando opera stia abbastanza bene in salute, ma questo suo mantenersi bene in salute non è un qualcosa che dovrà imparare all'università dove studia medicina.
    Se volessimo far valere il tuo discorso gieko dovremmo anche, non so, costringere le persone che compiono operazioni chirurgiche a seguire certi corsi per tenersi bene in salute, ma questa area non è di competenza dell'addestramento tecnico, è un'area privata che ognuno risolve da sé con gli strumenti che ritiene più adeguati.
    Se si iniziano ad intrecciare questi piani non si capisce più nulla, anzi questa fissazione nel credere che se una persona ha risolto con qualche sistema certi suoi nodi problematici allora deve poi risultare assolutamente utile applicare quello stesso sistema per risolvere i nodi problematici di qualcun altro (senza assicurarsi che questi nodi rappresentino problemi simili e le due situazioni possano realmente sovrapporsi secondo i due punti di vista) può risultare addirittura controproducente.
    I nodi problematici a me sembra che siano sempre diversi, se ovviamente si lascia parlare il paziente e descrivere in cosa consistono i suoi problemi.
    Aver curato certe proprie aree di sofferenza (se presenti, perché mica è detto che si debba essere tutti ultra sofferenti ) è qualcosa di equivalente al fatto che un chirurgo gode di buona salute (se ha il raffreddore è bene che prenda qualche medicina per lavorare bene), ma dal punto di vista tecnico non aggiunge nulla, visto che una persona in buona salute non è detto che sappia operare.

    Saluti
    Bnevenuto Charlie! da tempo che non ci incrociavamo in qualche bella discussione. Sebbene mi pare che ultimamente ti avevo quasi mandato al diavolo per il tuo modo di affrontare le discussioni.
    Senti sono quasi pienamente d'accordo con te. Ottimo intervento direi, provocatorio, diretto, quasi spudoratamente inappuntabile. Se non fosse per il fatto che meglio non equiparare chirurgo con psicoterapeuta e psicoanalista. Sono leggermente diverse le cose. Ma aspetto altre tue osservaioni.
    (a proposito, non mi hai ancora detto se sei uno psicologo o studente di qualcosa d'altro)

    ciaz.

  7. #142
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Aggiungerei due elementi:

    1) l'evento del lutto come è stato trattato in famiglia, cioè dai due coniugi e dai due genitori (livello coppia, livello genitori) per poi molto dopo andare a farsi raccontare nel genogramma come sia trattato il lutto dal putno di vista intergenerazionale
    2) il ruolo che può avere a questo punto la figlia al posto di quella morta.

    Ci sarebbe da lavorare sul tipo di rapporto della figlia con ciscun genitore. Quindi, rapporto conflittuale con la madre, su uno sfondo di rabbia. Il padre invece più vicino, più forte, sebbene poco presente per i viaggi fuori città.

    ciaz.

    ciaz.
    2) La figlia potrebbe non aver portato a termine il processo di separazione-individuazione dalla madre ( o di svincolo..) durante la pubertà/prima adolescenza per delinearsi come individuo indipendente ed essere rimasta legata a lei in uno stato "luttuoso" permanente, per sé stessa, a causa della indeterminatezza dei confini tra madre e lei e per la sorella morta, che nelle fantasie della madre, (e, probabilmente la sua, per essere una "brava bambina", seppure silenziosamernte arrabbiata ) é chiamata a sostituire. C'é vischiosità in questo rapporto. L'attacco di panico sembrerebbe esprimere alcune precise esigenze.
    2a)Perché ora?
    Sarebbe interessante conoscere la reazione del padre alla perdita della figlia e l'atteggiamento emotivo assunto poi, nel corso del tempo; se qualcosa in lui é cambiato, almeno secondo la figlia.


    3)Che ruolo assume il padre nel rapporto personale "tra" figlia e madre? In che modo la madre rappresenta il padre alla figlia, nel corso della sua storia evolutiva, come lo sente e lo immagina la figlia, invece?
    La figlia è inconsapevolmente colpevolizzata al posto del padre, per la perdita del bambino dalla madre? Cosa comporta questo, eventualmente?
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 13-12-2009 alle ore 11.31.31
    Gaia

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  8. #143
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Intervengo brevemente anche perchè mi sembra che si stia andando ben oltre gli intenti originari, che erano quelli di capire a cosa può essere utile una psicoterapia del terapeuta. Potremmo infatti proseguire per giorni ad immaginare la storia della paziente ed a fare ipotesi di lavoro, ciascuno secondo i propri orientamenti. Però sarebbe un'altra cosa.
    Rileggendo è stato interessante per me notare che, tranne qualche scarno dato sullo psicoterapeuta da me inserito, nessuno si è soffermato su co-protagonista della simulazione.
    Ci sono molti dati che fanno infatti pensare che l'incontro terapeutico possa produrre un legame inteso: il marito è molto assente/il terapeuta presente; la paziente vuole ritornare velocemente a stare meglio/il terapeuta è molto efficace etc. Il problema può essere rappresentato proprio dal ruolo che andrà a ricoprire il terapeuta con questa paziente: sarà il suo nuovo "marito" (salvo poi abbandonarla anche lui), sarà rapido ed indolore come la paziente vuole (ad es. non operando sul dolore della perdita e del lutto...). Potrebbero essere due alternative molto allettanti (in modo inconscio) per un terapeuta che è molto presente e molto attento ad essere efficace.
    E' in queste zone di confine che la terapia personale è necessaria. I punti ciechi sono sempre in agguato.

    Saluti
    gieko

  9. #144
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Intervengo brevemente anche perchè mi sembra che si stia andando ben oltre gli intenti originari, che erano quelli di capire a cosa può essere utile una psicoterapia del terapeuta. Potremmo infatti proseguire per giorni ad immaginare la storia della paziente ed a fare ipotesi di lavoro, ciascuno secondo i propri orientamenti. Però sarebbe un'altra cosa.
    Rileggendo è stato interessante per me notare che, tranne qualche scarno dato sullo psicoterapeuta da me inserito, nessuno si è soffermato su co-protagonista della simulazione.
    Ci sono molti dati che fanno infatti pensare che l'incontro terapeutico possa produrre un legame inteso: il marito è molto assente/il terapeuta presente; la paziente vuole ritornare velocemente a stare meglio/il terapeuta è molto efficace etc. Il problema può essere rappresentato proprio dal ruolo che andrà a ricoprire il terapeuta con questa paziente: sarà il suo nuovo "marito" (salvo poi abbandonarla anche lui), sarà rapido ed indolore come la paziente vuole (ad es. non operando sul dolore della perdita e del lutto...). Potrebbero essere due alternative molto allettanti (in modo inconscio) per un terapeuta che è molto presente e molto attento ad essere efficace.
    E' in queste zone di confine che la terapia personale è necessaria. I punti ciechi sono sempre in agguato.

    Saluti
    Veramente a questi aspetti, quello dell'efficacia del terapeuta, secondo l'immagine che danno i colleghi ci avevo pensato personalmente, e mi era sembrato si potesse raccordare anche all'essere arrivata con 30 minuti di anticipo da parte della paziente e con eventuali fantasie conscie ed inconsce in lei presenti (circa il marito ed il padre, ad es., ma non escluderei altro )Inoltre, di che efficacia stiamo parlando se é evidente che quella dell'elaborazione del lutto, più di uno anzi, é un elemento centrale da affrontare in questa storia? Almeno, io l'ho considerato così, come potrai vedere; quindi suppongo che tu ti riferisca ad un efficacia situata solo sul piano sintomatico, con un terapeuta internamente ed inconsapevolmente collusivo con le "urgenze" ( chissà a cosa rimandano..) della paziente che non tenga conto del modo di "reggere" della struttura della persona che ha davanti, della sua organizzazione e capacità di affrontare cambiamenti e riorganizzazioni su vari livelli.
    Gaia

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  10. #145
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    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Ma prima che fosse stata inventata la psicoanalisi o la psicoterapia, su queste aree di sofferenza ci potevano lavorare anche le persone normali? Inoltre queste aree di sofferenza è necessario che ci siano? Qua sembra quasi che sia assolutamente necessario fare così, farsi psicoanalizzare o sottoporsi a qualche forma di psicoterapia, altrimenti saremmo tutti ultra sofferenti.
    Se c'è qualche problema di salute importante e serio è ovvio che ognuno debba cercare di star meglio per svolgere bene il proprio ruolo professionale, ma questo lo dovrebbe fare lo psicoterapeuta, il meccanico, il medico, il conducente d'autobus... E così via.
    Caro charlie, concediamoci questo breve excursus teorico sulla questione della terapia personale.
    Per quanto mi riguarda non reputo nè che tutto il mondo vada psicoanalizzato, nè tantomeno che tutto il mondo sia sofferente. Ci sono milioni di persone che stanno bene, che hanno un equilibrio più o meno funzionale che però non crea disagi tali da rivolgersi a figure d'aiuto. Logicamente però uno psicoterapeuta si occupa di chi bene non sta e questo equilibrio l'ha perso, motivo per il quale si rivolge ad un professionista.
    E qui veniamo al tuo paragone che è sbagliato non tanto per l'accostamento con la figura del medico, ma perchè non coglie quale sia lo strumento di lavoro dello psicoterapeuta. Se esuliamo da trattamenti sintomatici o da approcci iper-razionalisti, con tanto di protocolli e prescrizioni (che hanno limiti ben precisi, ma questo è un altro discorso...), lo strumento principale di lavoro dello psicoterapeuta è il proprio mondo emotivo e le capacità di utilizzarlo per cogliere quello del paziente. Se questo strumento è compromesso a causa di problematiche personali, il lavoro con il paziente ne risentirà inevitabilmente.

    Saluti
    gieko

  11. #146
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Veramente a questi aspetti, quello dell'efficacia del terapeuta, secondo l'immagine che danno i colleghi ci avevo pensato personalmente, e mi era sembrato si potesse raccordare anche all'essere arrivata con 30 minuti di anticipo da parte della paziente e con eventuali fantasie conscie ed inconsce in lei presenti (circa il marito ed il padre, ad es., ma non escluderei altro )Inoltre, di che efficacia stiamo parlando se é evidente che quella dell'elaborazione del lutto, più di uno anzi, é un elemento centrale da affrontare in questa storia? Almeno, io l'ho considerato così, come potrai vedere; quindi suppongo che tu ti riferisca ad un efficacia situata solo sul piano sintomatico, con un terapeuta internamente ed inconsapevolmente collusivo con le "urgenze" ( chissà a cosa rimandano..) della paziente che non tenga conto del modo di "reggere" della struttura della persona che ha davanti, della sua organizzazione e capacità di affrontare cambiamenti e riorganizzazioni su vari livelli.
    Sì, Rosa, qui il rischio è quello di una massiccia collusione con la struttura patogena della paziente: il sintomo esprime l'impossibilità di sostenere la solitudine (e l'angoscia per la morte della sorella potrebbe benissimo rinforzare questo). Colmare la solitudine con altra presenza può portare sollievo, ma lascia intatta la struttura ("da sola non vivo"). Se il terapeuta collude perchè deve soddisfare i propri bisogni strutturali (es. "essere sempre presente") si preclude l'area di lavoro centrale con questa paziente.
    Ci sarà una conferma delle reciproche strutture, insomma, che, se va bene, fungerà da tampone, togliendo voce al problema ma non eliminandolo.

    Saluti
    gieko

  12. #147
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    lo strumento principale di lavoro dello psicoterapeuta è il proprio mondo emotivo e le capacità di utilizzarlo per cogliere quello del paziente. Se questo strumento è compromesso a causa di problematiche personali, il lavoro con il paziente ne risentirà inevitabilmente.

    Saluti
    Ecco il punto che constraddistinge le differenze fra i nostri approcci.
    Il mondo emotivo è strettamente connesso con la propria storia personale (familiare), al punto che emozioni e sentimenti delle emozioni, articolati in temi narrativi personali, fanno sì che difficilmente possa essere punto di partenza per esplorare il mondo del paziente. Bada, io dico che nella relazione si instaura sicuramente una interazione emotiva che può essere fonte di informazioni su come funziona il sistema relazionale del paziente, ma per ritornare alla sua personale organizzazione. Ecco che capisco viceversa perchè per te è insostenibile la mia posizione dal momento che presupponi una partenza dal mondo emotivo del terapeuta (che dovrebbe essere quindi analizzato per ? questo mi è poco chiaro, cioè quali problematiche, chi le decide, e quando si decide che siano risolte, perchè risolverle) per giungere ad un accoppiamento strutturale (Maturana) con il mondo del paziente.

    ciaz.

  13. #148
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Sì, Rosa, qui il rischio è quello di una massiccia collusione con la struttura patogena della paziente: il sintomo esprime l'impossibilità di sostenere la solitudine (e l'angoscia per la morte della sorella potrebbe benissimo rinforzare questo). Colmare la solitudine con altra presenza può portare sollievo, ma lascia intatta la struttura ("da sola non vivo"). Se il terapeuta collude perchè deve soddisfare i propri bisogni strutturali (es. "essere sempre presente") si preclude l'area di lavoro centrale con questa paziente.
    Ci sarà una conferma delle reciproche strutture, insomma, che, se va bene, fungerà da tampone, togliendo voce al problema ma non eliminandolo.

    Saluti

    Torniamo al fatto che la paziente è venuta perchè l'hanno portata al pronto soccorso e dimessa con diagnosi di attacco di panico. Brillante aa lavoro come i genitori, perchè a 40 anni le viene il primo attacco di panico? (figli che stanno per comiinciare le elementari).

    IL terapeuta è inevitabile che colluda, non per i suoi bisogni ma perchè per definizione sai che entrano in gioco le relazioni innate interpersonali . Ma fatta questa premessa, sarà la terapia (con supervisione) a stabilire nella sua evoluzione il grado di esplorazione che possono permettersi, in base alla capacità (oserei dire casuale) di sostenere una serie di relazioni (da competizione ad accudimento a collaborativa, ma la gerarchia è arbitraria) che possano permettere di esplorare il mondo emotivo della paziente.
    Non aprioristicametne in analisi personale, ma nella irriducibilità personale della paziente.

    ciaz.
    c

  14. #149
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Il mondo emotivo è strettamente connesso con la propria storia personale (familiare), al punto che emozioni e sentimenti delle emozioni, articolati in temi narrativi personali, fanno sì che difficilmente possa essere punto di partenza per esplorare il mondo del paziente.
    Ti seguo se ci fermiamo al livello emotivo-narrativo, che è personalissimo e presente in tante variazioni quanti sono gli esseri umani. Ognuno fa esperienze peculiari e non condivisibili con nessun altro.
    Però c'è un altro livello - ed è a questo che mi riferisco quando parlo di emozioni - che è quello del rapporto dinamico, continuo ed incessante, tra emozione e pensiero. Siamo qui in un'ottica di pensabilità delle emozioni: il nostro ipotetico terapeuta può pensare che si costituirà un rapporto di dominio-dipendenza con la paziente? Oppure questi pensieri rimarranno senza un pensatore (per usare la poetica definizione di Bion) perchè il nostro non può "permettersi" di dire "ho bisogno di fungere da padre/marito per i miei pazienti e con questa persona si sta già creando questa situazione...", pena l'andare contro al soddisfacimento del proprio desiderio?
    Questo è il punto su cui lavora la terapia personale: non solo giungere all'accoppiamento strutturale ma superarlo... Non siamo in una classica ottica di risoluzione della problematica, ma di sviluppo di capacità di cambiamento strutturale (in quale direzione è affare del paziente...).

    Saluti
    gieko

  15. #150
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    IL terapeuta è inevitabile che colluda, non per i suoi bisogni ma perchè per definizione sai che entrano in gioco le relazioni innate interpersonali . Ma fatta questa premessa, sarà la terapia (con supervisione) a stabilire nella sua evoluzione il grado di esplorazione che possono permettersi, in base alla capacità (oserei dire casuale) di sostenere una serie di relazioni (da competizione ad accudimento a collaborativa, ma la gerarchia è arbitraria) che possano permettere di esplorare il mondo emotivo della paziente.
    Sì, ma se le capacità esplorative e trasformative del terapeuta sono estremamente limitate o inesistenti, cioè se il suo sguardo è reso opaco dal proprio desiderio, me lo spieghi come i due possano permettersi di esplorare ciò che non conoscono ancora?

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Non aprioristicametne in analisi personale, ma nella irriducibilità personale della paziente.
    Qui c'è forse un grosso equivoco che non abbiamo ancora chiarito: l'analisi personale non fornisce degli apriori operativi ma, anzi, direi che permette l'esatto contrario: operare senza apriori personali, consentire di essere aperti all'ignoto della relazione irriducibile col paziente.

    Saluti
    gieko

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