
Originalmente inviato da
missfreedom
Buongiorno Francesca
Su questa sono scettica, tuttavia azzardo alcune ipotesi [che potrebbero pure essere sbagliate]. Non credo che il fatto che noi non "sentiamo" le sue emozioni o che non siamo capaci di interpretarle, significhi propriamente che lui non le abbia o che le controlli, o anche che non le utilizzi nella sua comunicazione con il paziente (anzi). Ci sono molti casi in cui alcune tendenze inconsce e negative [del paziente] arrivano a sopraffare la realtà, alterandola, e facendogli vedere e percepire - molto spesso - quel che non c'è attualmente (ma che c'è stato); e che può essere, forse, la proiezione di qualcosa che è rintracciabile nella nostra infanizia. Chiaramente da tutto questo, secondo me, prendenderebbe vita anche il transfert, terreno fertile per certi tipi di vissuto. Con questo mi voglio riferire al fatto che quella distanza che noi percepiamo [dell'analista], potrebbe essere, talvolta e forse, identificabile con una incapacità di sentirci accettati proprio da lui, ma che però, chiaramente, rimanda ad altri - altri significativi della nostra infanzia, e a quelle relazioni. Dunque non è lui che non ci accetta, ma è qualcun'altro, forse, colui che non ci ha accettati in precedenza, che ci ha trattati con distanza (che sia fantasticato o meno, resta nel nostro inconscio, probabilmente). Questa è la mia interpretazione di quella distanza.