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  1. #151
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Ti seguo se ci fermiamo al livello emotivo-narrativo, che è personalissimo e presente in tante variazioni quanti sono gli esseri umani. Ognuno fa esperienze peculiari e non condivisibili con nessun altro.
    Però c'è un altro livello - ed è a questo che mi riferisco quando parlo di emozioni - che è quello del rapporto dinamico, continuo ed incessante, tra emozione e pensiero. Siamo qui in un'ottica di pensabilità delle emozioni: il nostro ipotetico terapeuta può pensare che si costituirà un rapporto di dominio-dipendenza con la paziente? Oppure questi pensieri rimarranno senza un pensatore (per usare la poetica definizione di Bion) perchè il nostro non può "permettersi" di dire "ho bisogno di fungere da padre/marito per i miei pazienti e con questa persona si sta già creando questa situazione...", pena l'andare contro al soddisfacimento del proprio desiderio?
    Non lo possiamo sapere e anche se lo sapessimo aprioristicametne con la terapia sarebbe vincolata dalla selezione teorica che fa da sfondo alla terapia e quindi allo scopo della terapia personale.
    Che entrano in gioco anche i temi personali del terapeuta ok, ci sono, e possono esere evidenziati benissimo in supervisione, mentre in terapia personale li può osservare all'internop della sua storia. Ma temo che così facendo caratterizzi la funzione della terapia in modo trettamente connesso con l'impianto teorico della tua formazione.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Questo è il punto su cui lavora la terapia personale: non solo giungere all'accoppiamento strutturale ma superarlo... Non siamo in una classica ottica di risoluzione della problematica, ma di sviluppo di capacità di cambiamento strutturale (in quale direzione è affare del paziente...).

    Saluti
    Ok, cambiamento, per me esplorazione emergente di significati emotivi che prima non riconsoceva e non aveva reso esplicito nel suo mondo, per te cambiamento strutturale (che non capisco se lo adedebiti pure al terapeuta, il quale quindi dovrebbe cambiare strutturalmente pure lui per ogni paziente?)

    ciaz.

  2. #152
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Sì, ma se le capacità esplorative e trasformative del terapeuta sono estremamente limitate o inesistenti, cioè se il suo sguardo è reso opaco dal proprio desiderio, me lo spieghi come i due possano permettersi di esplorare ciò che non conoscono ancora?
    Certo che osserviamo l'altro in base ai nostri parametri, selezioniamo, confrontiamo, siamo osservanti che condizionano l'altro. Pensi che la terapia eliminerebbe la opacità? Perchè la definisci opacità che da una connotazione di mancanza, lacunosità, perchè pensi che il desiderio (che strano verbo) possa essere disturbante (come direbbero i cognitivisti)? Se segui bene la tua logica, è impossibie uscire da questo discorso.

    Cosa conoscere, questo è il punto. Nella riformulazione del problema ai primi steps, si concorda su cosa si possa esplorare, per quali obiettivi, che sono inerenti alla paziente piuttosto che al terapeuta. Bene, conveniamo mi pare.
    Ciò che può esplorare dipenderà dalla possibilità di raccontarsi la sua storia, le scene, le relazioni ect, in cui noi possiamo formulare delle ipotesi e delle domande, vincolate certo da noi, dalla nostra storia e dalle nostre emozioni, ma che la paziente le elaborerà sempre secondo i propri personali significati.
    Quindi potrai fare tutta la terapia personale che vuoi, ma le perturbazioni che arrivano a lei sono sempre decifrate in base ai suoi criteri personali.
    Però tengo a sottolineare che sicuramente è una importante fonte di informazione la terapia personale a livello professionale per riconoscere come costruiamo il nostro mondo emotivo con l'altro.


    ciaz.

  3. #153
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Questo è il punto su cui lavora la terapia personale: non solo giungere all'accoppiamento strutturale ma superarlo... Non siamo in una classica ottica di risoluzione della problematica, ma di sviluppo di capacità di cambiamento strutturale (in quale direzione è affare del paziente...).

    Saluti
    L'accopppiamento strutturale, concetto a cui mi riferisco coniato da Maturana, non può essere superato, ma è l'approdo a cui giungono evolutivamente parlando le persone in quanto sistemi autopoietici, attraverso la fondamentale funzione sociale del linguaggio e delle capacità di costruire conoscenze condivise esplicite, coordinate e consensuali.


    ciaz.

  4. #154
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Certo che osserviamo l'altro in base ai nostri parametri, selezioniamo, confrontiamo, siamo osservanti che condizionano l'altro. Pensi che la terapia eliminerebbe la opacità? Perchè la definisci opacità che da una connotazione di mancanza, lacunosità, perchè pensi che il desiderio (che strano verbo) possa essere disturbante (come direbbero i cognitivisti)? Se segui bene la tua logica, è impossibie uscire da questo discorso.

    Cosa conoscere, questo è il punto. Nella riformulazione del problema ai primi steps, si concorda su cosa si possa esplorare, per quali obiettivi, che sono inerenti alla paziente piuttosto che al terapeuta. Bene, conveniamo mi pare.
    Ciò che può esplorare dipenderà dalla possibilità di raccontarsi la sua storia, le scene, le relazioni ect, in cui noi possiamo formulare delle ipotesi e delle domande, vincolate certo da noi, dalla nostra storia e dalle nostre emozioni, ma che la paziente le elaborerà sempre secondo i propri personali significati.
    Quindi potrai fare tutta la terapia personale che vuoi, ma le perturbazioni che arrivano a lei sono sempre decifrate in base ai suoi criteri personali.
    Però tengo a sottolineare che sicuramente è una importante fonte di informazione la terapia personale a livello professionale per riconoscere come costruiamo il nostro mondo emotivo con l'altro.


    ciaz.
    Secondo me, il termine "opacità", potrebbe rappresentare invece anche qualcosa di "troppo", piuttosto che di mancanza, che disturba il rapporto tera-
    peutico nel suo delinearsi, qualcosa che tende a dargli "forma" prima del tempo.
    Forse perché quell'opacità, non permette al terapeuta, di - temporaneamente - "sospendere il giudizio" per rimanere aperti al nuovo, all'imprevisto ed imprevedibile che non sia previsto dalla teoria di riferimento e relativa prassi e che può allora lasciare come spiazzati e, perchè no, in certi casi, provocare reazioni inopportune scatenando sentimenti non gestibili nè dal paziente nè dal terapeuta, nel qui ed ora e che potrebbero compromettere il lavoro; forse anche gieko intendeva qualcosa del genere. Comunque, é un mio punto di vista circa l'opacità.


    Mi puoi spiegare meglio il punto che ho evidenziato? Vuoi dire che una paziente con una organizzazione di significato personale fobico "puro" ( ma potrebbe valere per altri tipi di org. ) e relativo stile di attaccamento, sentirà e sarà emotivamente perturbata solo da "qualcosa" - stimoli - che faccia breccia su questo livello organizzativo e che è a tale livello che si potranno situare episodi di scompenso-compenso e relativa riorganizzazione, sempre mantenendo una coerenza interna? oppure altro?
    Gaia

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  5. #155
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio


    Mi puoi spiegare meglio il punto che ho evidenziato? Vuoi dire che una paziente con una organizzazione di significato personale fobico "puro" ( ma potrebbe valere per altri tipi di org. ) e relativo stile di attaccamento, sentirà e sarà emotivamente perturbata solo da "qualcosa" - stimoli - che faccia breccia su questo livello organizzativo e che è a tale livello che si potranno situare episodi di scompenso-compenso e relativa riorganizzazione, sempre mantenendo una coerenza interna? oppure altro?
    Sì. Un fobico organizzerà il sistema in cui entra in modo fobico, un depresso in modo depressoide e via dicendo, tenendo sempre presente che si tratta di uno dei livelli su cui cerchiamo di trovare un accordo di osservazione col paziente. Ma non esistono fobici in termini classici, sono sempre organizzati intorno ad un nucleo familiare, storico, geografico, culturale. C'è sempre questa interdipendeza tra processi procedurali, emotivi, e cognitivi, cioè i temi familiari.
    Mi spiego. La realtà è sempre organizzata su più livelli. Questo implica che spesso ciò che diventa molto importante in terapia è l'organizzazione concettuale e significativa, per cui comunicabile e condivisibile. Ne deriva che l'organizzazione personale del dominio emotivo rimane tale ma nella esplorazione terapeutica o nel ciclo di vita in generale si complessifica in termini sempre più astratti e generativi, fornendo l'opportunità appunto di poterla comunicare e ragionarci sopra (matacomunicare),sebbene intorno agli stessi nuclei emotivi e procedurali di ordinamento della realtà personale. (Anche per questo motivo spesso sono un po' scettico su terapie che fanno leva su tecniche corporee).
    In genere su questo punto con Gieko facciamo un po' a pugni.

    ciaz.
    Ultima modifica di neuromancer : 13-12-2009 alle ore 21.01.17

  6. #156
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Sì. Un fobico organizzerà il sistema in cui entra in modo fobico, un depresso in modo depressoide e via dicendo, tenendo sempre presente che si tratta di uno dei livelli su cui cerchiamo di trovare un accordo di osservazione col paziente. Ma non esistono fobici in termini classici, sono sempre organizzati intorno ad un nucleo familiare, storico, geografico, culturale. C'è sempre questa interdipendeza tra processi procedurali, emotivi, e cognitivi, cioè i temi familiari.
    Mi spiego. La realtà è sempre organizzata su più livelli. Questo implica che spesso ciò che diventa molto importante in terapia è l'organizzazione concettuale e significativa, per cui comunicabile e condivisibile. Ne deriva che l'organizzazione personale del dominio emotivo rimane tale ma nella esplorazione terapeutica o nel ciclo di vita in generale si complessifica in termini sempre più astratti e generativi, fornendo l'opportunità appunto di poterla comunicare e ragionarci sopra (matacomunicare),sebbene intorno agli stessi nuclei emotivi e procedurali di ordinamento della realtà personale. (Anche per questo motivo spesso sono un po' scettico su terapie che fanno leva su tecniche corporee).
    In genere su questo punto con Gieko facciamo un po' a pugni.

    ciaz.
    Eri riuscito a metacomunicare molto bene con me, infatti, avevo riflettuto partendo dal tuo post, proprio sugli aspetti nucleari impliciti e procedurali dell'organizzazione di una persona che sottostanno alle possibilità esplicite ed esplicitabili, attraverso varie forme di metacomunicazione.
    Ora osservo il vostro round, allora.
    Gaia

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  7. #157
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Ok, cambiamento, per me esplorazione emergente di significati emotivi che prima non riconsoceva e non aveva reso esplicito nel suo mondo, per te cambiamento strutturale (che non capisco se lo adedebiti pure al terapeuta, il quale quindi dovrebbe cambiare strutturalmente pure lui per ogni paziente?)
    Cambiamento e riconoscimento o esplicitazione non sono la stessa cosa però. E' per questo che ribadisco che mi sembra che il modello che sostieni non prospetti un cambiamento di struttura, cioè dell'organizzazione soggettuale. Eppure non è una chimera...
    gieko

  8. #158
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Pensi che la terapia eliminerebbe la opacità? Perchè la definisci opacità che da una connotazione di mancanza, lacunosità, perchè pensi che il desiderio (che strano verbo) possa essere disturbante (come direbbero i cognitivisti)? Se segui bene la tua logica, è impossibie uscire da questo discorso.
    Sì, penso che la terapia possa eliminare certe "opacità" non tanto perchè le risolve ma perchè permette di andare oltre esse, di accedere ad organizzazioni differenti e più complesse. L'opacità più che una mancanza rappresenta una ridondanza, un eccesso di desiderio: un bisogno tale di soddisfazione della propria organizzazione che preclude altre soluzioni. E' ovvio che il desiderio non si estingue, se è questo che intendi con la circolarità del discorso. Tuttavia può divenire meno vincolante, più flessibile, o cambiare...

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Cosa conoscere, questo è il punto. Nella riformulazione del problema ai primi steps, si concorda su cosa si possa esplorare, per quali obiettivi, che sono inerenti alla paziente piuttosto che al terapeuta. Bene, conveniamo mi pare.
    Di certo queste tecniche non appartengono alla psicoanalisi, però. Non riformulo niente col paziente (e questo sarebbe un altro punto dove i desiderio del terapeuta potrebbe giocare un ruolo clamoroso, che lo si ammetta o no), lo seguo lungo la strada che mi propone attraverso le libere associazioni che porta in seduta.

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Ciò che può esplorare dipenderà dalla possibilità di raccontarsi la sua storia, le scene, le relazioni ect, in cui noi possiamo formulare delle ipotesi e delle domande, vincolate certo da noi, dalla nostra storia e dalle nostre emozioni, ma che la paziente le elaborerà sempre secondo i propri personali significati.
    Quindi potrai fare tutta la terapia personale che vuoi, ma le perturbazioni che arrivano a lei sono sempre decifrate in base ai suoi criteri personali.
    Sono d'accordo che ciò che avviene in terapia verrà sempre filtrato secondo l'organizzazione di significati del paziente. Non sono però d'accordo sul fatto che ciò che si fare dipenderà dalla possibilità di raccontarsi storie, scene e relazioni, come se questo fosse il fattore terapeutico in sè. Per quanto mi riguarda - che si esplicitino o meno le scene - ciò che porta il paziente andrà incontro alla perturbazione prodotta dalle interpretazioni fornite dal terapeuta e quindi ad un processo di disgregazione (da cui può sorgere la nuova organizzazione).

    Saluti
    gieko

  9. #159
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko
    Sì, penso che la terapia possa eliminare certe "opacità" non tanto perchè le risolve ma perchè permette di andare oltre esse, di accedere ad organizzazioni differenti e più complesse. L'opacità più che una mancanza rappresenta una ridondanza, un eccesso di desiderio: un bisogno tale di soddisfazione della propria organizzazione che preclude altre soluzioni.
    Perché l'eccesso di desiderio bisognerebbe curarlo? Chi decide cosa è eccessivo desiderare e cosa no? Lo psicoterapeuta o il paziente?

    Saluti

  10. #160
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Perché l'eccesso di desiderio bisognerebbe curarlo? Chi decide cosa è eccessivo desiderare e cosa no? Lo psicoterapeuta o il paziente?

    Saluti
    Carissimo, anzitutto sai che non mi riferisco al termine desiderio nel senso comune, ma in senso psicoanalitico, quindi al desiderio inconscio che è legato alla struttura del paziente. Se consideriamo il nostro solito esempio di struttura narcisista, parleremo quindi di un desiderio inconscio di affermazione di sè sull'altro ridondante, che non conosce flessibilità, che richiede continua soddisfazione. Non è il desiderio in sè ad essere patologico, quindi, ma la sua inflessibilità, la sua assolutezza. E questa non è stabilita dal terapeuta, bensì dal paziente che ne soffre e porta il suo sintomo.

    Saluti
    gieko

  11. #161
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko
    Se consideriamo il nostro solito esempio di struttura narcisista, parleremo quindi di un desiderio inconscio di affermazione di sè sull'altro ridondante, che non conosce flessibilità, che richiede continua soddisfazione. Non è il desiderio in sè ad essere patologico, quindi, ma la sua inflessibilità, la sua assolutezza. E questa non è stabilita dal terapeuta, bensì dal paziente che ne soffre e porta il suo sintomo.
    Ma che porta questo sintomo (inflessibilità del desiderio), che poi anche secondo il paziente andrebbe curato, lo stai decidendo tu. Il paziente porta sé stesso e verbalmente descrive certi suoi problemi. Il paziente in fin dei conti non puoi sapere a priori cosa sta chiedendo, se sta chiedendo di curare questo suo sintomo la tua terapia è efficace, altrimenti non serve. Capisci che ci possono essere più possibilità, ad esempio il paziente può darsi che chieda soddisfazione per questa sua inflessibilità oppure può darsi che stia chiedendo di rendere flessibile, come suggerisci tu, questo suo desiderio, o magari chissà, i nodi problematici potrebbero essere ancora altri.
    Se non ci si trova nel caso da te delineato, si crea una vera e propria spaccatura tra il significato che dà la persona che si rivolge a te al problema che porta in terapia ed il problema come vorresti ridefinirlo tu, la cui ridefinizione per l'altro finirebbe con lo stravolgere certi vincoli base.
    Magari a te è stato utile rendere flessibili certi tuoi desideri inconsci perché era questo il problema che hai portato in terapia e che volevi risolvere raggiungendo quindi poi una certa soddisfazione, ma secondo l'ottica di un'altra persona potrebbe non essere affatto così, nel senso che magari non sente affatto come problematico il suo desiderio (che sia inconscio o meno poco importa) ma altri tipi di vincoli.
    O cambi descrizione del problema cercando di individuare una ridescrizione risolutiva che possa essere veramente utile anche all'altro o a mio avviso si resta fermi, tu irrigidito sul tuo modo di vedere le cose, l'altro arroccato nel non accettare il tipo di ridefinizione che tu proponi.
    Che il paziente soffre magari è chiaro, ma di cosa precisamente soffre non lo è affatto.

    Saluti
    Ultima modifica di Char_Lie : 14-12-2009 alle ore 15.19.19

  12. #162
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Ma che porta questo sintomo (inflessibilità del desiderio), che poi anche secondo il paziente andrebbe curato, lo stai decidendo tu. Il paziente porta sé stesso e verbalmente descrive certi suoi problemi.
    E' ovvio che il paziente porta i suoi problemi e li descrive secondo la propria prospettiva. Ma per inquadrare i problemi qualsiasi orientamento ha la propria teoria psicopatologica, senza la quale sarebbe impossibile muoversi. Non sostengo di certo che tutti debbano utilizzare le medesime coordinate di inquadramento, ognuno sceglie quelle che reputa più spiegative, si spera in base a criteri solidi e sostenibili.

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Il paziente in fin dei conti non puoi sapere a priori cosa sta chiedendo, se sta chiedendo di curare questo suo sintomo la tua terapia è efficace altrimenti non serve. Capisci che ci possono essere più possibilità, ad esempio il paziente può darsi che chieda soddisfazione per questa sua inflessibilità oppure può darsi che stia chiedento altro, e cioé magari di rendere flessibile, come suggerisci tu, questo suo desiderio, o magari chissà, i nodi problematici potrebbero essere ancora altri.
    Se non ci si trova nel caso da te delineato, si crea una vera e propria spaccatura tra il significato che dà la persona che si rivolge a te al problema che porta in terapia ed il problema come vorresti ridefinirlo tu, la cui ridefinizione per l'altro finirebbe con lo stravolgere certi vincoli base.
    Questa è un'ottima riflessione perchè ci troviamo nel cuore dell'inevitabili spaccatura tra clinica e teoria. Dal punto di vista teorico, infatti, è necessario muoversi con coerenza (cosa di cui già abbiamo discusso molte volte, e qui non ci tornerei per non andare fuori argomento), e quindi non possono coesistere due modelli opposti di spiegazione: se ci si orienta psicoanaliticamente, la fonte della sofferenza non può essere altro che l'organizzazione strutturale e l'assolutezza di desiderio che comporta. Poi ci sono le resistenze al lavoro su questo livello, cui giustamente fai accenno. Quindi ci sono pazienti più propensi a lavorare a questo livello ed altri meno, ma la matrice del problema è la medesima. Sta al terapeuta valutare se le resistenze sono talmente importanti da reggere l'edificio intero della personalità, portando a scartare un intervento strutturale quindi; se sarà necessario svolgere un lavoro preliminare per giungere insieme al paziente ad iniziare il lavoro analitico; o, infine, se il paziente è già sufficientemente disposto al lavoro strutturale.
    Non sono necessarie forzature da nessuna delle due parti: così come il paziente ha pieno diritto di scegliere approcci che contemplino modalità di lavoro differenti, così il terapeuta può fare le sue valutazioni per il bene del paziente.

    Un saluto
    gieko

  13. #163
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Riporto alcuni abstract di articoli che mi hanno imprssionato molto su questo argomento. Se non sbaglio la questione non è tanto l'obiettivo terapeutico quanto il ruolo della terapia personale.


    Una domanda a neuromancer:
    nel tuo modello, quando si fa supervisione, si è maggiormente centrati sul terapeuta o sul paziente?


    Gold, Stephanie H.
    Hilsenroth, Mark J.
    Riassunto:
    This study investigates the effects of clinician personal therapy on therapeutic alliance early in treatment. Therapists who had received personal therapy assessed 30 outpatients, and therapists who had not undergone personal therapy assessed 30 outpatients. These groups of patients were matched on key demographic, diagnostic and psychiatric severity data. Results demonstrated no significant group differences on patient-rated alliance. Significant differences were observed for the therapist-rated alliance variables of therapist confidence, goal and task agreement, as well as overall alliance, with higher scores from those therapists who had received personal therapy. In addition, significant differences were found in the number of therapy sessions attended, with the treatments of those therapists who had received personal therapy being twice as long. The impact of personal therapy in relation to structured training and a therapeutic model of assessment on graduate clinicians' ability to form positive collaborative relationships with their patients is discussed. Copyright © 2009 John Wiley & Sons, Ltd. [ABSTRACT FROM AUTHOR]

    Rake, Caroline
    Paley, Graham
    Fonte:
    Psychodynamic Practice; Aug2009, Vol. 15 Issue 3, p275-294, 20p

    Riassunto:
    Personal therapy is frequently promoted as an important experience for practising psychotherapists and is often a requirement for training to be a psychotherapist. Studies suggest that large numbers of therapists undergo personal therapy and that it is reported to be beneficial. Few studies have identified how personal therapy has an impact on professional development and practice. This qualitative study investigated how the experience of personal therapy for therapists is seen to influence subsequent therapeutic practice. Semi-structured interviews were carried out with eight practising therapists. Interpretative phenomenological analysis (IPA), was used as an in-depth method to analyse the interview transcripts, and identified three master themes: I learnt how to do therapy; I know myself much better; and a very dissolving process. It was concluded that participants view their personal therapy as a valuable and powerful experience with a long-term personal impact and ongoing influence on therapeutic practice. Illustrative interview quotes are included in the presentation of results. The findings are discussed and the implications for therapists and their practice are considered. [ABSTRACT FROM AUTHOR]




    Bellows, Karen F.
    Fonte:
    Bulletin of the Menninger Clinic; Summer2007, Vol. 71 Issue 3, p204-226, 23p

    Riassunto:
    This study explored psychotherapists' perceptions of how personal therapy has influenced their clinical practice. Semistructured interviews with 20 experienced psychoanalytically oriented therapists probed areas of the perceived benefits and risks of personal therapy, as well as its influence on (1) their clinical practice and (2) how they perceived the interpersonal relationship with their former therapist. Participants whose personal therapy most influenced their clinical practice were more likely to view their treatment as promoting psychological change, to value their former therapist as a professional role model, and to think about their former treater when they were unsure about what to do in a clinical situation. This group of clinicians was more likely to believe that psychotherapy should focus on the working relationship between patient and therapist. Study findings support the hypothesis that the extent to which the former treater is seen as a positive role model is associated with the degree to which participants thought that addressing problems between themselves and their patients is central to their therapeutic activity. [ABSTRACT FROM AUTHOR]
    giustimassimo

  14. #164
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Cito da gieko
    Ma per inquadrare i problemi qualsiasi orientamento ha la propria teoria psicopatologica, senza la quale sarebbe impossibile muoversi

    Ho avuto modo di confrontarmi con costruttivisti che non ritengono la propria teoria psicopatologica centrale per muoversi in terapia, prediligendo sempre le associazioni del paziente e cercando il più possibile di non fornirne di proprie, sotto alcuna forma, evitando dunque ogni forma interpretativa e precisando al paziente quando loro stavano facendo delle associazioni per limitarne l'influenza. Lasciando che il paziente si fornisca le proprie interpretazioni, da solo.
    Tu cosa ne pensi?
    giustimassimo

  15. #165
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    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da massimomassimo Visualizza messaggio
    Ho avuto modo di confrontarmi con costruttivisti che non ritengono la propria teoria psicopatologica centrale per muoversi in terapia, prediligendo sempre le associazioni del paziente e cercando il più possibile di non fornirne di proprie, sotto alcuna forma, evitando dunque ogni forma interpretativa e precisando al paziente quando loro stavano facendo delle associazioni per limitarne l'influenza. Lasciando che il paziente si fornisca le proprie interpretazioni, da solo.
    Tu cosa ne pensi?
    Ciao massimo, penso che tu stia descrivendo un'operazione che si colloca a livello di metododologia tecnica. In questo senso le libere associazioni così come la costruzione congiunta dell'interpretazione psicoanalitica possono andare in questa direzione.
    Sono sicuro però che, per quanto costruttivista, questo orientamento ha qualche coordinata teorica in base a cui muoversi, pena una lacuna con conseguenze sull'agire clinico non indifferenti.

    Saluti
    gieko

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