• Opsonline.it
  • Facebook
  • twitter
  • youtube
  • linkedin
Pagina 12 di 13 PrimoPrimo ... 210111213 UltimoUltimo
Visualizzazione risultati 166 fino 180 di 195
  1. #166
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
    Data registrazione
    04-03-2006
    Residenza
    Roma
    Messaggi
    626
    Blog Entries
    8

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da massimomassimo Visualizza messaggio
    Riporto alcuni abstract di articoli che mi hanno imprssionato molto su questo argomento. Se non sbaglio la questione non è tanto l'obiettivo terapeutico quanto il ruolo della terapia personale.


    Una domanda a neuromancer:
    nel tuo modello, quando si fa supervisione, si è maggiormente centrati sul terapeuta o sul paziente?


    Gold, Stephanie H.
    Hilsenroth, Mark J.
    Riassunto:
    This study investigates the effects of clinician personal therapy on therapeutic alliance early in treatment. Therapists who had received personal therapy assessed 30 outpatients, and therapists who had not undergone personal therapy assessed 30 outpatients. These groups of patients were matched on key demographic, diagnostic and psychiatric severity data. Results demonstrated no significant group differences on patient-rated alliance. Significant differences were observed for the therapist-rated alliance variables of therapist confidence, goal and task agreement, as well as overall alliance, with higher scores from those therapists who had received personal therapy. In addition, significant differences were found in the number of therapy sessions attended, with the treatments of those therapists who had received personal therapy being twice as long. The impact of personal therapy in relation to structured training and a therapeutic model of assessment on graduate clinicians' ability to form positive collaborative relationships with their patients is discussed. Copyright © 2009 John Wiley & Sons, Ltd. [ABSTRACT FROM AUTHOR]

    Rake, Caroline
    Paley, Graham
    Fonte:
    Psychodynamic Practice; Aug2009, Vol. 15 Issue 3, p275-294, 20p

    Riassunto:
    Personal therapy is frequently promoted as an important experience for practising psychotherapists and is often a requirement for training to be a psychotherapist. Studies suggest that large numbers of therapists undergo personal therapy and that it is reported to be beneficial. Few studies have identified how personal therapy has an impact on professional development and practice. This qualitative study investigated how the experience of personal therapy for therapists is seen to influence subsequent therapeutic practice. Semi-structured interviews were carried out with eight practising therapists. Interpretative phenomenological analysis (IPA), was used as an in-depth method to analyse the interview transcripts, and identified three master themes: I learnt how to do therapy; I know myself much better; and a very dissolving process. It was concluded that participants view their personal therapy as a valuable and powerful experience with a long-term personal impact and ongoing influence on therapeutic practice. Illustrative interview quotes are included in the presentation of results. The findings are discussed and the implications for therapists and their practice are considered. [ABSTRACT FROM AUTHOR]




    Bellows, Karen F.
    Fonte:
    Bulletin of the Menninger Clinic; Summer2007, Vol. 71 Issue 3, p204-226, 23p

    Riassunto:
    This study explored psychotherapists' perceptions of how personal therapy has influenced their clinical practice. Semistructured interviews with 20 experienced psychoanalytically oriented therapists probed areas of the perceived benefits and risks of personal therapy, as well as its influence on (1) their clinical practice and (2) how they perceived the interpersonal relationship with their former therapist. Participants whose personal therapy most influenced their clinical practice were more likely to view their treatment as promoting psychological change, to value their former therapist as a professional role model, and to think about their former treater when they were unsure about what to do in a clinical situation. This group of clinicians was more likely to believe that psychotherapy should focus on the working relationship between patient and therapist. Study findings support the hypothesis that the extent to which the former treater is seen as a positive role model is associated with the degree to which participants thought that addressing problems between themselves and their patients is central to their therapeutic activity. [ABSTRACT FROM AUTHOR]
    In supervisione si è centrati su entrambi, dipende da caso a caso. Comunque tendenzialmente si lavora molto sul terapeuta.
    Ho letto gli abstract, a parte il mio inglese arrugginito, mi pare che si tratti di interviste e ricerche qualitative sugli stessi psicoanalisti. Insomma all'interno di un ben preciso quadro teorico psicopatologico.
    Cionondimeno, resta valida l'utilità di una terapia personale, almeno per se stessi!

    ciaz.

  2. #167
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
    Data registrazione
    04-03-2006
    Residenza
    Roma
    Messaggi
    626
    Blog Entries
    8

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da massimomassimo Visualizza messaggio
    Cito da gieko
    Ma per inquadrare i problemi qualsiasi orientamento ha la propria teoria psicopatologica, senza la quale sarebbe impossibile muoversi

    Ho avuto modo di confrontarmi con costruttivisti che non ritengono la propria teoria psicopatologica centrale per muoversi in terapia, prediligendo sempre le associazioni del paziente e cercando il più possibile di non fornirne di proprie, sotto alcuna forma, evitando dunque ogni forma interpretativa e precisando al paziente quando loro stavano facendo delle associazioni per limitarne l'influenza. Lasciando che il paziente si fornisca le proprie interpretazioni, da solo.
    Tu cosa ne pensi?
    Questo tuo passaggio si riaggancia con il mio orientamento che d'altra parte è post razionalista costruttivista. La flessibilità, la generatività, astrazione, integrazione sono i principali criteri attraverso cui si procede nella esplorazione. Questo lavoro è strettamente connesso con il raccontarsi del paziente e delle sue modalità di ordinare la sua esperienza. Quindi il terapeuta interviene il meno possibile e cercando di fornire al paziente delle domande strategiche perturbative (fallibili e falsificabili dal paziente) per rileggersi i pezzi. Tuttavia voglio sottolineare che non è contemplata alcuna tecnica riguardante le libere associazioni. Piuttosto si lavora sul doppio binario del racconto emotivo e dei significati che il paziente inserisce come spiegazioni di quanto esperisce.

    ciaz.

  3. #168
    Partecipante Esperto
    Data registrazione
    25-06-2005
    Residenza
    campi bisenzio
    Messaggi
    338

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Grazie per le risposte precise ed esaurienti. Il riferimento alle libere associazioni è di gieko, che probabilmente ha tradotto in termini personali i riferimenti generici che avevo fornito. Ma di associazioni parlavo, anche se non intese psicoanaliticamente. Lo stesso vale per "interpretazione congiunta"; sono scettico sul fatto che si trattasse di interpretazione congiunta ciò a cui mi riferivo (sembrava più una costruzione della paziente con minime perturbazioni da parte del terapeuta, dettate più da esigenza che da prassi clinica) , ma non mi dispiacerebbe ricevere maggiori lumi su questo dato che le differenze che state illustrando mi interessano molto.

    Una domanda per neuromancer:
    non credi che la terapia personale possa fare luce su questioni che altrimenti verrebbero fuori in supervisione? ritornando al caso clinico ideato ad esempio, il bisogno strutturale del terapeuta di essere sempre presente (gieko) che io traduco invece come bisogno di essere sempre utile (ma qui le sfumature mi sembrano superflue) potrebbe essere stato trattato in terapia personale,alché il terapeuta saprebbe cimentarsi meglio con questo, riconoscendolo ed evitando la collusione coi bisogni del paziente. In questo senso la questione potrebbe non essere risolta, in supervisione probabilmente un richiamo a questi aspetti riemergerebbe, oppure il terapeuta riconoscerebbe di dover tenere sotto controllo questo aspetto, ma saprebbe farlo con maggiori strumenti (migliori strumenti?) rispetto a un terapeuta che non ha affrontato la questione in terapia personale.
    Tu cosa ne pensi?

    Riguardo gli articoli uno studio paragona chi ha ricevuto una terpia (non specifica l'orientamento) e chi non l'ha ricevuta (non possono essere psicanalisti). Interessante notare per me come chi l'ha ricevuta riesce ad instaurare una allenaza terapeutica migliore ed un maggiore accordo sugli obiettivi, però il trattamento per questi raddoppia in numero di sedute. Le speculazioni credo che si moltiplichino ma credo sia interessante come risultato. La mia fantasia è andata su una maggiore comprensione empatica con i pazienti (per l'alleanza terapeutica e gli obiettivi) ma ho idee contrastanti sul perchè le terapie siano più lunghe se il terapeuta ha fatto una terapia personale. Si presta maggiore attenzione ad aspetti al di fuori della richiesta esplicita del cliente? perchè? perchè riguardano la nostra terapia personale o perchè si colgono sfumature altrimenti poco rilevanti? si pretende un cambiamento più profondo della richiesta fatta dal cliente? potrei continuare per ore. Voi, che idee avete? non vorrei portarvi fuori, ma mi sembrava centrale per la discussione che avete imbastito.
    giustimassimo

  4. #169
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
    Data registrazione
    04-03-2006
    Residenza
    Roma
    Messaggi
    626
    Blog Entries
    8

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da massimomassimo Visualizza messaggio
    non credi che la terapia personale possa fare luce su questioni che altrimenti verrebbero fuori in supervisione?
    Sì, perchè in supervisione emergono i temi personali del paziente ma che saranno trattati con modalità e tempistiche diverse. Certo che il lavoro in supervisione e quanto viene trattato diventa estremamente operativo per la conduzione esplorativa della terapia.


    Citazione Originalmente inviato da massimomassimo Visualizza messaggio
    ritornando al caso clinico ideato ad esempio, il bisogno strutturale del terapeuta di essere sempre presente (gieko) che io traduco invece come bisogno di essere sempre utile (ma qui le sfumature mi sembrano superflue) potrebbe essere stato trattato in terapia personale,alché il terapeuta saprebbe cimentarsi meglio con questo, riconoscendolo ed evitando la collusione coi bisogni del paziente.

    Guarda, vorrei farti notare un presupposto di tipo quasi tecnico per la rilevanza che può avere nell'ottica clinica, vale a dire che quando si presume che abbiamo bisogno di andare in terapia affinchè risolviamo un nodo strutturale (chiamiamolo così) che ci permetta di cimentarci meglio, ritorniamo sulla questione che la realtà mia sia speculare alla realtà tua auspicabilmente congruenti ad una realtà oggettiva (perchè inevitabilmente poi si va a parare qui ). Quindi si finisce per credere che esiste un quadro normale oggettivo ed esterno, misurabile e privilegiato, a partire dal quale si cerca di far corrispondere gli scopi psicologici del paziente (e del terapeuta). A mio parere questa situazione a cui si incorre tecnicamente è strettamente connessa con la metafora "colludere coi bisogni del paziente". Come se il paziente sia una persona infaffidabile che può manipolare o distorcere la neutralità o la capacità di controllo del terapeuta verso i propri interessi di paziente (da qui ne deriva tutta una disquisizione sulle famose resistenze che per me sono fuorvianti se non contradditorie a livello epistemologico). Perchè non dovrebbe il paziente organizzare i propri temi in base alla sua storia?
    Il guaio sorge in uno scompenso clinico quando l'organizzazione personale non riesce a reggere perturbazioni che fin lì era riuscita sapientemente a non selezionare, ad evitare. Perchè si torna poi sempre su questo discorso, che apre una profonda controversia con Gieko, ovvero che il sitema può cambiare terapeuticamente o nel suo ciclo di vita struttura ma non organizzazione (autopoieticamente chiusa). E' come il volto di una persona la cui configurazione per decenni rimane più o meno la stessa eccetto pochi elementi che sfumano e modulano e che solo in moviola puoi osservare, soprattutto e specialmente con la collaborazione dell'altro.

    Citazione Originalmente inviato da massimomassimo Visualizza messaggio
    In questo senso la questione potrebbe non essere risolta, in supervisione probabilmente un richiamo a questi aspetti riemergerebbe, oppure il terapeuta riconoscerebbe di dover tenere sotto controllo questo aspetto, ma saprebbe farlo con maggiori strumenti (migliori strumenti?) rispetto a un terapeuta che non ha affrontato la questione in terapia personale.
    Tu cosa ne pensi?
    In questo caso i due trattamenti, personale o supervisione, si presuppongono nei loro scopi tecnici e clinici interscambiabili fino ad un certo punto, ma sarebbe melgio aprlare di interdipendenza che possono assumere in ottemperanza del servizio per l'utente.

    Citazione Originalmente inviato da massimomassimo Visualizza messaggio
    Si presta maggiore attenzione ad aspetti al di fuori della richiesta esplicita del cliente? perchè? perchè riguardano la nostra terapia personale o perchè si colgono sfumature altrimenti poco rilevanti? si pretende un cambiamento più profondo della richiesta fatta dal cliente? potrei continuare per ore. Voi, che idee avete? non vorrei portarvi fuori, ma mi sembrava centrale per la discussione che avete imbastito.
    Non posso risponderti con precisione perchè non sono molto preparato su questo argomento, sulla letteratura che studia il lagame causale tra terapia personale e durata delle terapie professionali. Azzardo delle risposte:
    Certo che talvolta andiamo oltre la richiesta esplicita del paziente, bisogna vedere sino a che punto e da quale quadro psicopatologico deriviamo le nostre ipotesi in tal proposito.
    Si coglierano sfumature o meno secondo me non in base alla propria terapia personale, che lavora sempre sulle proprie tematiche non superandole o sostituendole o eliminandole, ma arricchendole di nuovi significati emotivi emergenti. Si colgieranno perchè osserviamo il paziente e l'ascoltiamo in base al nostro bagaglio epistemologico, di conoscenza e di esperienza emotiva. E' inevitabile e aggiungerei fortunatamente, giacché fa parte della capacità dei nostri strumenti di metterci nei panni dell'altro, di relazionarci, operazione ricorsiva che ci permette comunque di mantenere stabile e continuativo il nostro senso del sè (identità).
    Per ogni terapeuta ci sono diversi motivi che possono spingerlo a chiedere di approfondire un pezzo piuttosto che un altro e fino in fondo. Troppe variabili per cui il criterio strategico è quello di capire quali possano essere presumibilmente le risorse cognitive e sociali del paziente che gli permettano di affrontare un certo lavoro.

    belle e difficili domande.

    ciaz.

  5. #170
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Guarda, vorrei farti notare un presupposto di tipo quasi tecnico per la rilevanza che può avere nell'ottica clinica, vale a dire che quando si presume che abbiamo bisogno di andare in terapia affinchè risolviamo un nodo strutturale (chiamiamolo così) che ci permetta di cimentarci meglio, ritorniamo sulla questione che la realtà mia sia speculare alla realtà tua auspicabilmente congruenti ad una realtà oggettiva (perchè inevitabilmente poi si va a parare qui ).
    Sinceramente non riesco a cogliere il nesso logico che stai cercando di stabilire. Capisco che leggi necessariamente questo problema attraverso il tuo modello, e che questo non sembra considerare aspetti funzionali comuni, piuttosto che contenuti. Per questo motivo ti attesti sul solo livello emotivo-narrativo, mentre io mi riferisco a modalità di funzionamento (le proprietà di organizzazione cui fai cenno più sotto?).

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Quindi si finisce per credere che esiste un quadro normale oggettivo ed esterno, misurabile e privilegiato, a partire dal quale si cerca di far corrispondere gli scopi psicologici del paziente (e del terapeuta). A mio parere questa situazione a cui si incorre tecnicamente è strettamente connessa con la metafora "colludere coi bisogni del paziente". Come se il paziente sia una persona infaffidabile che può manipolare o distorcere la neutralità o la capacità di controllo del terapeuta verso i propri interessi di paziente (da qui ne deriva tutta una disquisizione sulle famose resistenze che per me sono fuorvianti se non contradditorie a livello epistemologico). Perchè non dovrebbe il paziente organizzare i propri temi in base alla sua storia?
    Questa poi... Colludere significa semplicemente "giocare" al gioco del paziente, senza poterlo cogliere. Nulla ha a che vedere con distorsioni della capacità di controllo o accuse di inaffidabilità. Resistenza significa invece che il soggetto tende a mantenere la propria coerenza, anche se fonte di sofferenza. Nulla di contraddittorio a livello epistemologico, anzi... Al terapeuta il compito di permettere un passaggio, verso quale direzione lo deciderà invece il paziente.

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Il guaio sorge in uno scompenso clinico quando l'organizzazione personale non riesce a reggere perturbazioni che fin lì era riuscita sapientemente a non selezionare, ad evitare. Perchè si torna poi sempre su questo discorso, che apre una profonda controversia con Gieko, ovvero che il sitema può cambiare terapeuticamente o nel suo ciclo di vita struttura ma non organizzazione (autopoieticamente chiusa). E' come il volto di una persona la cui configurazione per decenni rimane più o meno la stessa eccetto pochi elementi che sfumano e modulano e che solo in moviola puoi osservare, soprattutto e specialmente con la collaborazione dell'altro.
    Sinceramente non trovo la metafora molto calzante. Perchè un sistema vivente può compiere dei veri cambiamenti ingenti, mantenendo l'organizzazione. Basta vedere come si comportano i sistemi caotici che, giungendo al confine del caos, possono compiere una transizione ad altre fasi.

    Saluti
    gieko

  6. #171
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
    Data registrazione
    04-03-2006
    Residenza
    Roma
    Messaggi
    626
    Blog Entries
    8

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio

    Sinceramente non trovo la metafora molto calzante. Perchè un sistema vivente può compiere dei veri cambiamenti ingenti, mantenendo l'organizzazione. Basta vedere come si comportano i sistemi caotici che, giungendo al confine del caos, possono compiere una transizione ad altre fasi.

    Saluti
    Fermo restando che le tue osservazioni sono pertinenti coerentemente al tuo impianto teorico (oltre che utili per quanto mi riguarda), paragonare il sistema umano ai sistemi complessi è una bella operazione, ma sconta un perdita di complessità (perdonami il gioco di parole) eclatante, il sistema complesso adattivo umano (da Gell-man Murrey) è caratterizzato dalla autocoscienza, cioè il suo rapporto col tempo e con le persone, riconoscendosi come autonomo e nella continuità della coscienza nel tempo (Gianni Liotti). Questo significa che non può che mantenere costanti e coerenti una serie di relazioni cognitive/emotive sistemiche lungo le stasi e catastrofi (in senso evoluzionistico) del ciclo di vita.

    ciaz.

  7. #172
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Questo significa che non può che mantenere costanti e coerenti una serie di relazioni cognitive/emotive sistemiche lungo le stasi e catastrofi (in senso evoluzionistico) del ciclo di vita.
    Certamente, ma a fianco alla coerenza può comparire anche la rottura con la stessa. La peculiarità dei sistemi viventi (incluso quello umano) è proprio la possibilità di evolvere verso una sempre maggiore dinamicità, conservando paradossalmente identità e cambiamento (Sander, Tronick). E qui l'autocoscienza c'entra solo come momento successivo, sia filogeneticamente che ontologicamente che processualmente (come si può osservare anche dal punto di vista neuroscientifico).

    Saluti
    gieko

  8. #173
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
    Data registrazione
    04-03-2006
    Residenza
    Roma
    Messaggi
    626
    Blog Entries
    8

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Certamente, ma a fianco alla coerenza può comparire anche la rottura con la stessa. La peculiarità dei sistemi viventi (incluso quello umano) è proprio la possibilità di evolvere verso una sempre maggiore dinamicità, conservando paradossalmente identità e cambiamento (Sander, Tronick). E qui l'autocoscienza c'entra solo come momento successivo, sia filogeneticamente che ontologicamente che processualmente (come si può osservare anche dal punto di vista neuroscientifico).

    Saluti
    Ma è una proprietà emergente di ordine superiore unica del sistema umano mantenere stabile e consistente la continuità della coscienza (organizzazione operazionalmente chiusa), proprietà di sistema in quanto autonomo al contrario di un sistema eteronomo aperto organizzativamente, come dimostra tutta la psicopatologia ovverossia la perdita della trama narrativa (continuità della coscienza) a partire dal sempkice attacco di panico alla psicosi schizofrenica.
    Ma concordiamo in ultima analisi sull'aspetto interdipendente di cambiamento e stabilità.

    ciaz.

  9. #174
    Banned
    Data registrazione
    21-03-2008
    Residenza
    Salerno
    Messaggi
    1,546

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da ”gieko”
    Questa poi... Colludere significa semplicemente "giocare" al gioco del paziente, senza poterlo cogliere. Nulla ha a che vedere con distorsioni della capacità di controllo o accuse di inaffidabilità. Resistenza significa invece che il soggetto tende a mantenere la propria coerenza, anche se fonte di sofferenza.
    Ma il gioco del paziente (che poi dovrebbe essere un tipo di comportamento che tiene) sei sicuro che sia qualcosa di nascosto al paziente stesso? Solo in questo caso notare di giocare a questo gioco potrebbe risultare utile, perché notandolo lo si può rendere noto all'altro e vedere che succede, ma nel momento in cui l'altro sta facendo quel che fa deliberatamente e consapevolmente a cosa serve farglielo notare?
    Poi tieni presente gieko che lasciare la definizione di resistenza così significherebbe anche affermare che un paziente che si sta difendendo da qualcuno che lo vuole uccidere sta resistendo ad un certo tipo di ristrutturazione che farebbe sparire la sua sofferenza di sicuro: se il paziente resta in vita quel tipo di struttura (l'organizzazione che lo tiene in vita) genera sofferenza, una volta morto e raggiunta la struttura inorganica, non ci sarà più sofferenza, la morte è una forma di ristruttuarzione da ritenersi terapeutica?
    Basterebbe scegliere psicoterapeuti ben piazzati e questo tipo di resistenze dei pazienti a restare in vita verrebbero sicuramente vinte . Mostrare che un cambiamento farà sparire una certa sofferenza non è sufficiente per poter affermare che sia auspicabile per un individuo raggiungerlo e che sia bene vincere certe resistenze dell’individuo rispetto a questo cambiamento, anzi secondo me non dovrebbero esserci proprio resistenze per mostrare che una forma di cambiamento che allevia la sofferenza di una persona è realmente terapeutico, perché può darsi che toglie certe sofferenze ma produce altri danni. Ad essere morti si eliminano certe sofferenze di sicuro perché si eliminano a monte i vincoli che le producevano e questi vincoli in ultima analisi li produce l’individuo stesso, visto che ognuno di noi può scegliere di suicidarsi e distruggere tutti i vincoli organizzativi che producono tutti i nostri problemi, ma i problemi si desidera in genere risolverli e non dissolverli; non hai da mangiare? Un morto non ha bisogno di mangiare, la morte dissolve il problema ma non lo risolve. In genere quel che si vorrebbe raggiungere è del cibo mantenendo una certa organizzazione che ci tiene in vita e che alimenta quindi il problema stesso, il fatto che vogliamo mangiare.
    Una certa coerenza organizzativa perciò il paziente tende a mantenerla, si può cambiare in tanti modi per eliminare un certo tipo di sofferenza, ed in fin dei conti la cosa complicata è individuare forme di cambiamento che contemporaneamente permettano ad una certa organizzazione (quella di quell’individuo) di continuare a funzionare eliminando quel tipo di sofferenza, se una modifica risulta soddisfacente lo può stabilire solo il paziente, non il terapeuta, se il paziente “resiste” vuol dire che in quel modo (che gli permetterebbe di star bene secondo il punto di vista dello psicoterapeuta) semplicemente non vuol cambiare (così come un individuo non vorrebbe passare da vivo a morto distruggendo certe forme di coerenza organizzativa per togliere certi mali, anche se potrebbe farlo) e bisogna provare qualcos'altro, se si dispone di qualcos’altro, altrimenti bisogna rassegnarsi al fatto che strumenti per far “star bene” quella persona non se ne possiedono.
    Andrebbe posto proprio il problema di cos'è che dà continuità a quell'individuo, ad esempio madre e figlio vengono distinti in base ad una certa continuità di organizzazione. Questa continuità di questa struttura base permette di far emergere altre e diverse strutture, ma quella base non la si può modificare credendo di poter mantenere integra l'unità individuale. Se viene distrutta una certa organizzazione e generata un'altra organizzazione improvvisamente probabilmente non si ha più a che fare con lo stesso individuo. E' importante anche quindi stabilire per quella particolare organizzazione come si possa passare da un punto all'altro senza spezzare certe forme di continuità ammissibili. Da A a B per mantenere integre certe organizzazioni si può passare solo in certi modi anche un cambiamento brusco potrebbe distruggere l'organizzazione base.

    Saluti
    Ultima modifica di Char_Lie : 15-12-2009 alle ore 10.51.50

  10. #175
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da neuromancer Visualizza messaggio
    Ma è una proprietà emergente di ordine superiore unica del sistema umano mantenere stabile e consistente la continuità della coscienza (organizzazione operazionalmente chiusa), proprietà di sistema in quanto autonomo al contrario di un sistema eteronomo aperto organizzativamente, come dimostra tutta la psicopatologia ovverossia la perdita della trama narrativa (continuità della coscienza) a partire dal sempkice attacco di panico alla psicosi schizofrenica.
    Ricondurre tutta la psicopatologia alla perdita di trama narrativa, sebbene capisca che sia in rapporto logico con la centralità data a questo livello, mi pare però difficile da sostenere perchè può rappresentare un aspetto del problema, al livello narrativo appunto. Ma ribadisco che è necessario considerare altri livelli organizzativi che non hanno a che vedere con le opere della coscienza, bensì con ciò che viene prima, ovvero con la struttura del soggetto (che poi il soggetto stesso si racconta in modo più o meno continuo, per l'appunto).
    Insomma, basta pensare che anche gli animali, pur non essendo dotati di autocoscienza, presentano un funzionamento psichico patologico (si pensi ai cani maltrattati), e quindi forme embrionali di strutturazione del soggetto.
    Che l'autocoscienza rappresenti una forma di complessificazione con enormi pregi e difetti, quindi, è più che condivisibile. Che sia fattore determinante della psicopatologia, invece proprio no.

    Saluti
    gieko

  11. #176
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Ma il gioco del paziente (che poi dovrebbe essere un tipo di comportamento che tiene) sei sicuro che sia qualcosa di nascosto al paziente stesso? Solo in questo caso notare di giocare a questo gioco potrebbe risultare utile, perché notandolo lo si può rendere noto all'altro e vedere che succede, ma nel momento in cui l'altro sta facendo quel che fa deliberatamente e consapevolmente a cosa serve farglielo notare?
    Non è tanto una questione di conoscerla o meno (e ovviamente il funzionamento è in massima parte inconsapevole), ma di poter "sentire", "vivere" (non ho altri termini adatti per tradurre i termini inglesi "sense", "feel", "experience"...) la propria modalità di funzionamento. Per questo è necessario il transfert ed una persona che abbia fatto "esperienza" dell'operare a livello strutturale.

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Una certa coerenza organizzativa perciò il paziente tende a mantenerla, si può cambiare in tanti modi per eliminare un certo tipo di sofferenza, ed in fin dei conti la cosa complicata è individuare forme di cambiamento che contemporaneamente permettano ad una certa organizzazione (quella di quell’individuo) di continuare a funzionare eliminando quel tipo di sofferenza, se una modifica risulta soddisfacente lo può stabilire solo il paziente, non il terapeuta, se il paziente “resiste” vuol dire che in quel modo (che gli permetterebbe di star bene secondo il punto di vista dello psicoterapeuta) semplicemente non vuol cambiare (così come un individuo non vorrebbe passare da vivo a morto distruggendo certe forme di coerenza organizzativa per togliere certi mali, anche se potrebbe farlo) e bisogna provare qualcos'altro, se si dispone di qualcos’altro, altrimenti bisogna rassegnarsi al fatto che strumenti per far “star bene” quella persona non se ne possiedono.
    Sono d'accordo, ma spesso il lavoro sulla resistenza (interpretazione della stessa) permette proprio il passaggio ad un cambiamento sostenibile. La maggior parte delle resistenze non sono per niente invalicabili, tanto è vero che il paziente stesso ne accantona molte autonomamente.

    Saluti
    gieko

  12. #177
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da massimomassimo Visualizza messaggio
    Una domanda per neuromancer:
    non credi che la terapia personale possa fare luce su questioni che altrimenti verrebbero fuori in supervisione? ritornando al caso clinico ideato ad esempio, il bisogno strutturale del terapeuta di essere sempre presente (gieko) che io traduco invece come bisogno di essere sempre utile (ma qui le sfumature mi sembrano superflue) potrebbe essere stato trattato in terapia personale,alché il terapeuta saprebbe cimentarsi meglio con questo, riconoscendolo ed evitando la collusione coi bisogni del paziente. In questo senso la questione potrebbe non essere risolta, in supervisione probabilmente un richiamo a questi aspetti riemergerebbe, oppure il terapeuta riconoscerebbe di dover tenere sotto controllo questo aspetto, ma saprebbe farlo con maggiori strumenti (migliori strumenti?) rispetto a un terapeuta che non ha affrontato la questione in terapia personale.
    Tu cosa ne pensi?
    Aggiungo:
    Se i temi propri si intrecciano inevitabilmente con quelli del paziente, la loro osservazione in supervisione come può prescindere da una conoscenza approfondita del terapeuta? Mi sembra che alla fine la supervisione non si debba limitare ad un controllo di merito della diagnosi e cura del caso preso in esame, ma che prenda in considerazione anche alcuni aspetti personali del terapeuta, per riuscire a discernere quanto c'è di se stesso e quanto del paziente. Ma come si fa a capire ciò in una supervisione se è il terapeuta stesso a riportare quanto è avvenuto in seduta?
    Nel caso clinico che avete simulato, il supervisore come fa a rendersi conto di una collusione se il terapeuta non riporta certe dinamiche che si sono inconsapevolmente instaurate con la paziente?
    Per poter intuire un caso del genere il supervisore dovrebbe avere una conoscenza approfondita del terapeuta, ma come fa ad averla se lo conosce solo per i tratti che emergono dai casi che prendono in esame e non perché ha fatto un percorso personale?

    Saluti.

  13. #178
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
    Data registrazione
    04-03-2006
    Residenza
    Roma
    Messaggi
    626
    Blog Entries
    8

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Che sia fattore determinante della psicopatologia, invece proprio no.

    Saluti
    Questa è la differenza sostanziale tra i nostri due approcci. La coscienza narrativainterconnessa con i processi taciti è fattore decisivo nella psicopatologia. Si lavora su entrambi i livelli e a parità di valore ontologico fondante il senso di sè della persona.

    ciaz.
    Ultima modifica di neuromancer : 15-12-2009 alle ore 11.49.54

  14. #179
    Partecipante Super Esperto L'avatar di neuromancer
    Data registrazione
    04-03-2006
    Residenza
    Roma
    Messaggi
    626
    Blog Entries
    8

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    Citazione Originalmente inviato da benedetta14 Visualizza messaggio
    Nel caso clinico che avete simulato, il supervisore come fa a rendersi conto di una collusione se il terapeuta non riporta certe dinamiche che si sono inconsapevolmente instaurate con la paziente?
    Il supervisore parte dalla premessa che vi sia una relazione emotiva di base tra terapeuta e paziente. Mica la deve superare o la considera in se stessa un ostacolo, perchè sa che fa parte delle relazioni umane. bisogna capire come si stabilizza la relaizone e intorno a che punto di osservazione che tenga conto delle richieste del paziente.
    Per capire che tipo di relazioni sono in gioco fa una cosa molto smeplice: lo chiede, fa domande. Molto semplice, è questa la supervisione, non è mica un soliloquio del terapeuta.
    Ma non è attraverso la terapia personale del terapeuta che puoi capire cosa stia chiedendo e succedendo al paziente che puoi muoverti nel lavoro esplorativo professionale.
    Non è attraverso una migliore conoscenza di se stessi che conosco meglio l'altro. Ritornando al paradosso e al mito.

    ciaz.

  15. #180
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: La terapia personale dello psicoterapeuta: paradossi e miti

    No no, non dico che conosci meglio l'altro attraverso la conoscenza di te stesso, dico che isoli i tratti del paziente dai tuoi.
    Che ci sia una relazione emotiva di base tra terapeuta e paziente mi torna, ma come si instaura non è così schematico da farlo emergere con domande standard. Se le domande sono più approfondite e personalizzatte allora mi ricordano tanto quelle che ci si può porre in un'analisi....

Pagina 12 di 13 PrimoPrimo ... 210111213 UltimoUltimo

Privacy Policy