In effetti, Rosa, mi riferisco proprio ad un bambino che non ha avuto modo di sviluppare un sano attaccamento per assenza della figura materna. Tuttavia non la chiamerei propriamente sosta, poiché penso che se sostasse nell'assenza prima o poi ne scaturirebbe assuefazione e dunque un'abitudine che sarebbe volta a placare il suo dolore: cosa che non credo voglia. Quello che attira la mia attenzione è invece il lato terrifico di questa esperienza; e cioè la pena che si infligge nell'allontanarsi. Dunque non credo vi sia sopportazione nel dolore, ma una ricerca dello stesso, per così dire: a perdifiato. E in questo percepisco una possibilità di auto-mutilazione; un progetto di dura solitudine e in qualche modo, un ritorno all'inorganico in virtù di quel culto di morte che in questo caso prenderebbe vita dall'aridità emotiva di questo scenario (?). Proprio in funzione del principio secondo cui, se il bambino non è degno dell'amore materno, di cui viene privato, forse non sarà degno di alcunché. Sicché penso che l'unica certezza insita in quel dolore è che lui sia colpevole. Probabilmente, quando la modalità d'interazione risulta così dura, il bambino crescerà secondo questo criterio sperimentando poi lo stesso vissuto - da adulto - in termini trasferenziali [attaccandosi all'analista e abbandonandolo, ripetutamente]. Mi piacerebbe sapere cosa potrebbe apportare, invece, in un rapporto terapeutico... l'interruzione di tale modalità, l'instaurarsi di una modalità sana e il superamento di tale coazione [mi rendo conto che questa è una domanda troppo grande].
Mi domando se quell'altalena non sia forse un modo per rendersi più sensibile al dolore;
e in qualche modo: per assicurarselo.
Dunque la coazione a ripetere diventerebbe - secondo me - non una mera sosta nel dolore, ma piuttosto
una sosta dal dolore [per poi riviverlo più intensamente e rinnovato]. Dunque mi incuriosisce l'importanza che credo abbia l'aspetto masochistico in questa situazione: è esattamente un dolore insopportabile come dici, perché non riconosciuto dalla madre, tuttavia è tanto più caro quanto più intollerabile e ignorato; quasi come se l'enormità di quel dolore rendesse più veloce l'espiazione della pena; ma credo che quest'ultimo aspetto sia illusorio proprio perché la coazione potrebbe andare avanti all'infinito (e in questo, di veloce, non c'è veramente nulla). Dunque è proprio la modalità in cui si reagisce alla colpa dei periodi più precoci della vita a creare la disposizione alla malattia mentale, all'instabilità o anche alla realizzazione delle proprie aspirazioni e desideri; ma da
cosa è determinata questa colpa, artefice di tutto? Chiaramente - ma non troppo - questo indurrebbe una riflessione circa il rapporto tra senso di colpa e conflitto edipico; ciò che però è interessante capire, è in che modo emerga; a detta di Freud, pare che uno si senta colpevole quando ha commesso qualcosa che ritiene cattivo, o quando sente dentro di se anche soltanto il desiderio di poterlo fare. Riguardo a quest'ultimo aspetto, da sempre si sostiene che la colpa risiede nell'intenzione, ossia nella fantasia inconscia; il crimine reale non sarebbe la causa della colpa ma piuttosto il risultato (e questo è rintracciabile in Freud, "Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicoanalitico. I delinquenti per senso di colpa", in Opere, vol VIII Boringhieri, Torino 1976, pp.651-2). Freud osserva che il senso di colpa è anteriore al delitto, che ne è in realtà la conseguenza. Aggiunge che la ricerca analitica ha permesso di accertare che gli atti delittuosi sono commessi anzitutto perché sono proibiti e perché la loro esecuzione arreca un sollievo psichico all'autore. Una cosa interessante è che questo concetto di colpa preesistente è riscontrabile anche in altre menti; e vi riporto frammenti di un brano che mi piace molto e che si intitola "Del pallido delinquente";
"Ma una cosa è il pensiero, un'altra è l'azione e un'altra ancora è l'immagine dell'azione. La ruota del motivo non passa tra loro. Un'immagine ha fatto impallidire questo pallido uomo. Egli era all'altezza della sua azione, quando la commise: ma non ne sopportò l'immagine, quando era stata commessa. [...] è ora è la sua colpa che grava su di lui come il piombo, e la sua povera ragione è di nuovo così anchilosata, così paralitica, così pesante. [...] Chi oggi è malato viene assalito da ciò che oggi è male: egli vuol far male con ciò che fa male a lui. Ma vi furono altri tempi e un altro male e un altro bene. Un tempo era male il dubbio e la volontà di avere un Sé." (Nietzsche F. "Così parlò Zarathustra", Adelphi 1978 pp 39-41).
Chiaramente il discorso di Zaratustra sul criminale pallido allude alla preesistenza del senso di colpa. Ora, per quanto mi venga da accomunare i bambini a piccoli delinquenti, forse, per comprendere le ragioni di tale colpa nel bambino che sviluppa quella specifica modalità di attaccamento - e nell'adulto che manifesta quel tipo di transfert - bisognerebbe fare qualche passo indietro... [se volete lo facciamo insieme, come proponeva anche Alej, mi pare].
Un saluto
