Secondo me non si può partire dal presupposto che il terapeuta abbia un reale interesse affettivo per i propri pazienti.
E dove è dimostrato questo assioma?
Chi ce lo dice?
Ci potrà avere dieci pazienti per cui ha un reale interesse affettivo, e altri dieci per i quali non c'è nulla da "sublimare".
Questa è proprio fede.
I rapporti di fiducia e di stima tra le persone si dipanano quando reciprocamente ci dimostriamo qualcosa, a parole, a gesti, in molti modi, non a priori, e non unilateralmente.
In caso contrario, ci si stufa presto, è umano.
I terapeuti sono fatti di ghiaccio, a volte, statue di sale piazzate lì.
E questo gelo si diffonde nel mondo del paziente e anche nelle sue relazioni con gli altri.
Io credo che in seduta si sperimentino molte cose, anche questo.
Potremmo pensare a una dimostrazione per assurdo, dove ad andare a mangiare la pizza con altri, che è meglio, te lo insegna l'omino di neve a suon di legnate.
Inoltre il paziente non è una tabula rasa, e porta in seduta anche il proprio bagaglio di relazioni positive, di affetto, di amore, di amicizia e quant'altro.
Non ha bisogno che gli si insegni ad andare in pizzeria.








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