
Originalmente inviato da
lalangue
No, aspetta, non è proprio così.
Innanzitutto non era in questione qui da dove potesse derivare l'idealizzazione. Il dato che mi si presenta è che il... "paziente" idealizza. Idealizza un oggetto d'amore che, secondo il terapeuta, non è all'altezza delle caratteristiche che il paziente gli conferisce con questo amore. Dico che il punto non è stabilire la discrepanza tra l'immagine "reale" di questo oggetto d'amore e l'immagine che se ne fa il paziente, ma al contrario stabilire se c'è una parte, nello psichismo del paziente, che idealizza, contrapposta ad un'altra che la pensa in un modo diverso. L'idealizzazione, in questo caso, potrebbe adempiere a varie funzioni, tra cui mantenere stabile e cristallizzato un conflitto, la cui traduzione più prosaica e impoverita è: una parte di me idealizza l'oggetto, definendomi non degno di cotanto amore; l'altra parte può stare tranquilla ed offrire "solo l'amore possibile per un poverino come me (detta in altri termini: il minimo indispensabile, senza sforzi)". Dovessero cambiare le cose, non farò altro che svalutare l'oggetto, per non dover andare a mettere mano su debolezze che in realtà potrebbero essere anche mie.
In un certo senso il desiderio c'è, ma è filtrato attraverso la lente del sintomo, che da un lato permette di stabilizzare il conflitto e dall'altro, però, non permette di godere interamente delle cose. La sofferenza, in questo ipotetico caso, verrà portata da un paziente che non capisce perché debba sempre essere deluso dalle donne che trova, pur essendo lui ben disposto. La sensazione sarà quella di ripetere un copione sempre identico, con l'impressione che sia il Destino a far accadere le cose (quando invece, al solito, è una parte di noi che funziona da Destino, da futuro già scritto ed immutabile).