Caro Char_lie,
domanda fenomenale, perché permette di esplicitare l’obiettivo che ci poniamo in analisi. Freud e molti dopo di lui sono convinti che il contenuto di una corretta interpretazione (l’interpretazione è “corretta” solo in relazione ai contenuti, in relazione alla tempistica con cui viene fornita si parla piuttosto di opportunità) debba indirizzare il paziente da un insieme di comportamenti, di associazioni di manifestazioni psichiche manifeste, verso un significato (o un insieme di significati) latente.
Non è difficile individuare nelle principali teorie psicoanalitiche una struttura teorica di significati simbolici che rappresentano i copioni psichici attraverso cui si snoda l’esperienza psichica individuale e gli elementi ermeneutici per interpretare tale esperienza in modo da risultare non soltanto significativa per il soggetto, ma anche terapeutica, fornendogli l’elemento chiarificatore, che gli mancava.
Tutto ciò presuppone che la teoria abbia colto l’elemento strutturante l’esperienza umana, il “caput nili” (sono parole di Freud quando credeva di aver individuato nella “teoria della seduzione” l’eziopatogenesi delle nevrosi difensive) attraverso cui si decide se lo sviluppo individuale sarà “normale” o”patologico”.
Pensare di poter svelare al paziente la sua “verità” presuppone che l’analista, attraverso la sua teoria prima e la sua analisi poi, sappia già qual’è la verità del paziente, che è anche necessariamente una verità universale, attraverso cui poi si dipana l’esperienza peculiare di ogni singolo soggetto (basti pensare a cos’è diventato l’ “Edipo” nelle mani di Freud).
Diversamente, possiamo immaginare un analista che abbia si la sua teoria specifica, che abbia fatto la sua bella e brava analisi (risolvendo non pochi dei suoi problemi), ma che non pensi in partenza di possedere la “verità” del paziente.
Questo analista non sarà modello "vecchio cinese" che attende pazientemente che il cadavere del suo nemico gli galleggi davanti agli occhi sullo Huang He, o fiume giallo; ma sarà più simile al modello Tarzan, capace di servirsi di una liana teorica per attraversare parte della jungla e di abbandonarla per un'altra liana teorica se non vuole tornare indietro in oscillazione.
La sua teoria sarà, allora, necessariamente aperta, un punto di inizio e non un punto di arrivo, ogni proposizione che egli formula e ogni suo gesto saranno allora degli elementi insaturi, che attendono di essere riempiti dal contributo del paziente, in una co-costruzione necessaria dare un senso all’esperienza analitica e dare al paziente una nuova abitazione più confortevole della precedente, mentre lo stesso terapeuta ne trae molte migliorie per l’abitazione costruita nel corso della sua personale analisi.
In definitiva, esperienza, teoria, sensibilità e quant’altro il terapeuta può mettere in campo nel corso di una analisi, sono soltanto una delle polarità dialettiche dell’analisi stessa, l’altra polarità è auspicabile sia fornita dal paziente, altrimenti tutto si ridurrebbe a mero indottrinamento.
Quando guardiamo alle grandi e suggestive teorie psicoanalitiche del passato (ancora presente), possiamo scorgere grandi intuizioni teoriche e cliniche individuali, che hanno risolto nodi personali dell’autore che così le ha formulate, ma che sono state indebitamente generalizzate “urbi et orbi” grazie al carisma e all’intelligenza personale del teorico in questione.
Sarà necessario, per approfondire questo punto, aprire un thread apposito sull’interpretazione.