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Non riesco ad individuare da dove possa provenire la citazione di Gabbard, però piuttosto che crearti un’idea di seconda mano di Mitchell, che ne diresti di leggere direttamente cosa dice lui? E’ certamente bello avere un fantasma a colazione e comprendo che potrebbe essere molto pericoloso per una aspirante “strega” leggere libri eretici, ma io ti consiglierei di leggere il capitolo 6 (Le intenzioni dell’analista) del libro di Mitchell I
nfluenza e autonomia in psicoanalisi, Boringhieri, 1999, 29.95€ (ma lo trovi anche nel finis Africae della tua biblioteca di psicologia, chiedi a
Berengario o a
Malachia).
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Io non ho la presunzione di spiegarti il pensieri di Mitchell e non vorrei privarti della sua lettura (scrive anche molto bene, dopo Freud non sono stati in tanti a farlo), che è certamente più gradevole di qualunque cosa io possa scrivere su questo forum (in ogni caso avresti ancora un’idea su Mitchell di seconda mano). Dopo, se vuoi potremmo discuterne.
Qui di seguito ti riporto un brano tratto dal capitolo che ti ho segnalato:
“Un bellissimo episodio raccontato da
Italo Calvino in
Palomar (1983) può servire come allegoria dei pericoli che corre l’analista quando cerca di essere neutrale. Il signor Palomar, un uomo concreto, scientifico, obiettivo, incontra sulla spiaggia una bagnante in topless e si sforza di trovare l’atteggiamento giusto verso di lei. A tutta prima guarda decisamente da un’altra parte, perché la donna non lo consideri invadente e molesto. Ma poi riflette che rifiutandosi di vedere ha creato «una specie di reggipetto mentale sospeso tra i miei occhi e quel petto» (p. 112) che implicitamente sanziona l’atteggiamento reazionario per il quale è sempre illecito guardare un seno. Così più tardi, tornando dal suo giretto, tiene lo sguardo rigidamente fisso davanti a sé, in uno studiato interesse-indifferenza verso tutti gli elementi presenti nel suo campo visivo, compreso il seno della donna. Spera così di essere «riuscito a far sì che il seno fosse assorbito completamente dal paesaggio» (ibid.). Ma a un’ulteriore riflessione si preoccupa di aver oggettivato questa donna con l’ «appiattire la persona umana al livello delle cose», esprimendo dunque un prevedibile attributo offensivo della superiorità maschile. Così ritorna sui suoi passi, questa volta permettendo al suo sguardo di posarsi, anche se molto brevemente, in un’occhiata obliqua, in modo da attribuire a questo frammento del suo paesaggio visivo il maggior valore che il suo significato umano richiede. Ma nemmeno questo è abbastanza corretto. Il signor Palomar è un uomo illuminato, e così vuole fare la sua parte nel togliere il seno femminile dalla «penombra in cui l’hanno tenuto secoli di pudibonderia sessuomaniaca e di concupiscenza come peccato» (p. 113). Lo guarda un’altra volta, esprimendo, con una lenta occhiata accompagnata da simpatia e gratitudine, la perfetta miscela di «incoraggiamento distaccato» (ibid.) che gli sembra appropriata. Tuttavia, come probabilmente avrete indovinato, intanto la bagnante si è coperta e se ne va tutta stizzita.
«Il peso morto d’una tradizione di malcostume impedisce d’apprezzare nel loro giusto merito le intenzioni più illuminate, conclude amaramente Palomar» (p. 114). È difficile non chiedersi quanti pazienti in analisi abbiano abbandonato in modo simile la scena, in reazione ai tentativi così faticosi del loro analista di fare esattamente la cosa corretta”. (
Stephen Mitchell,
Influenza e autonomia in psicoanalisi, Boringhieri, 1999, p. 166).
Ti pare che uno che scrive queste cose possa andare in seduta con la riga o con la squadra, come
Nemesi, per misurare in quale misura è dentro la matrice relazionale del paziente? O che possa pensare di rimanere fuori dal sistema del paziente e di non svolgervi alcun ruolo?
Un saluto e ... buona lettura
