
Originalmente inviato da
giulietta.o
Scusate se riporto per un attimo la discussione tra profani, ma nelle pagine precedenti del forum mi era sembrata interessante anche l’interazione tra pazienti, aspiranti analisti ed esperti.
Sono in analisi da circa un anno, provo a ragionare da paziente sul rapporto tra analista e paziente e ad aggiungere la mia testimonianza, e lo faccio da incompetente totale: come paziente mi importa poco giocare al piccolo psicologo, faccio un altro mestiere che mi appassiona e che mi assorbe molto. Premetto anche che il mio analista è junghiano, perlomeno facente parte di un’associazione di categoria tale – poi va a sapere se sia un ortodosso o meno, o se con la sottoscritta usi un metodo piuttosto che un altro, francamente mi interessa assai poco - il setting è a vis-a-vis, non saprei neanche dirvi se è un setting rigido o meno: ci si stringe la mano, ci si chiede come va’, a volte si scambiano battute di spirito, a volte capita ci si facciano anche grasse risate, siamo entrambi dotati di senso dell’umorismo e ironia e questo non ha mai tolto nulla alla serietà del lavoro fatto insieme.
Non ho mai visto nel mio analista un padre o una madre; non lo vivo come un guru, un soggetto supposto sapere, un maestro, un salvatore, un prete al quale confessarmi, un amante da conquistare, un amico, un capro espiatorio, un bidone della della mia spazzatura, una sanguisuga dei miei sudati risparmi, un vate o qualcuno di superiore ( o inferiore) a me. E’ un signore con il quale - e attraverso il quale - cerco di capire me stessa, con il quale sto’ imparando ad ascoltare il mio inconscio e ad integrarne o accettarne i contenuti a seconda dei casi – operazione faticosa e che può generare molta sofferenza – e a capire il senso e l’origine di alcuni nodi soprattutto nelle relazioni con gli altri, con tutto lo scavare anche nel passato che questo comporta. So’ bene di avere delle resistenze, di alcune mi rendo conto da sola e non è mai piacevole comunque affrontarle.
Non lo idealizzo, nella sua vita non ho la più pallida idea di come possa essere, magari un nevrotico tanto quanto me, e non gli ho mai fatto domande sulla sua vita personale perchè non me ne importa sostanzialmente un’acca. Lo sento coinvolto umanamente, penso che altrimenti non farebbe un mestiere come questo. Sarà per questo che non mi sento tarlupinata quando devo compilare l’assegno a fine mese, anzi, penso che il pagarlo renda la relazione libera per entrambi, paradossalmente la renda disinteressata, quindi davvero autentica e sentita umanamente.
Io insegno all’università e sono coinvolta anche umanamente dai miei studenti, e non perchè ci vada a bere un caffè (cosa che non ho mai fatto); ciò non toglie che la relazione sia molto intensa e profonda, sicuramente più di quanto loro pensino e immaginino. Subentrano non solo le preoccupazioni relative all’insegnamento di una disciplina – con tutte le menate mentali di istruire lasciando però sempre aperta la strada al personale sentire, alla possibilità del talento dove c’è di esprimersi ed evolversi, di allevare il dubbio, di toglierli il più possibile dalle sgrinfe di un orotodossia che spesso nelle aule universitarie impera più per pigrizia dei docenti che per convinzione degli stessi: è incredibilmente comodo per noi adagiarci in un sapere cristallizzato e allevare schiere di replicanti dei replicanti dei replicanti dei maestri... – ma è indubbio che subentrino anche componenti umane significative: la relazione con generazioni più giovani e dunque portatrici di valori, contesti e istanze diverse dalle tue, fino all’esercizio di una sorta di “genitorialità” che devi sapere tenere a bada nei suoi aspetti più retorici, ma della quale servirti per esempio per saper accogliere meglio. Sorvolo sulla deriva narcisista – sempre in agguato – dell’insegnamento, una bestia nera con la quale devi combattere quotidianamente.
Dico questo perchè, dopo il quadretto analitico idilliaco che ho tratteggiato, la relazione con l’analista è fortissima, i sentimenti che smuove estremamente coinvolgenti. Sul transfert, aspetto sul quale credo tutti i pazienti si facciano domande, mi sono fatta l’idea che non necessariamente sia la riedizione di una qualche relazione passata. Da subito, ho avuto proprio l’impressione che sia una specie di simulazione di ciò che potrebbero essere le mie relazioni in futuro fuori dalla stanza.
Non ho mai fatto un associazione libera in un anno, si rimane sempre attinenti al tema, sia esso un sogno o qualsiasi altra cosa; discutiamo dei lapsus quando avvengono, a volte le interpretazioni dell’analista le sento subito convincenti e puntalmente succede che da queste scaturiscano e si aprano nuovi filoni da analizzare, o materiale da ricollocare entro quella visione; altre invece non sono convicenti affatto, magari lo sento subito, magari dopo una settimana, magari arriva un sogno che dice che dobbiamo aggiustare il tiro e anche di brutto. Lo sento saldo il mio analista, questo sì, questa è la ragione che mi fa’ dire che sia un bravo analista, e come avrebbero potuto esserlo molti altri del resto. Saldo anche quando sbaglia, nel senso che non ha problemi ad ammetterlo e a spiegarti allora cosa c’era forse di sbagliato, questo è molto utile per il paziente, sgombra il campo da ciò che non deve ingombrarlo. Non è uno specchio riflettente, questo è sicuro, e non è neutrale: prende posizione e anche con decisione. I suoi sentimenti di coinvolgimento con la mia persona e con i conflitti e i disagi che le mie nevrosi comportano sono assolutamente espliciti e manifesti. E se così non fosse stato non sarebbe il mio analista. Se mi avesse comunicato in un qualche modo di aver paura dei suoi sentimenti nei miei confronti, o ancora peggio di non averne, o peggio che mai di non doverli esprimere, non lo avrei certo sentito saldo nel suo mestiere.
Giulietta O.