Cara Complicata,
non puoi chiedere a un lacaniano come Ikaro di essere più comprensibile, sarebbe come chiedergli di andare contro natura. Un lacaniano parla con “lalangue” (cioè la lingua tutta attaccata, come carta moschicida o come quella del camaleonte), al contrario di noi tutti; è difficile vederlo tutto intero, perché è un “soggetto-barrato”; e anche la sua donna è “non-tutta” (come i quadri di Picasso); se dice qualche cazzata non è mica colpa sua, è il “discorso dell’Altro”; la mattina non si fa la barba, attraversa solo lo “stadio dello specchio”; più tardi va a raccogliere i ravanelli per l’insalata nel “campo dei significanti”, e i ravanelli si sa, sono come le ciliege, uno tira l’altro, così in breve abbiamo la “catena dei significanti”; quando parla bisogna stare attenti, perché se sei un ottimista noterai la sua “parola piena”, mentre se sei pessimista, troverai la sua “parola vuota”; in chiesa comincia sempre a farsi il segno della croce a partire dal “significante fondamentale del nome del padre”, poi per evitare la psicosi, fa attenzione che “il Nome - del – Padre, verworfen, precluso, cioè mai giunto al posto dell’Altro, vi sia chiamato in opposizione simbolica al soggetto” (J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, in Scritti, Einaudi, Torino, 1974, 2 vol., p. 554). Se malauguratamente dovesse accadere questa disgrazia, si ha lo “scatenamento” di un tipo generalmente pacifico, bonario, quasi “stordito” (etourdit); non bisogna farsi influenzare da quell’aria saccente che talvolta assume, da “soggetto supposto sapere”, generalmente è ben consapevole della sua “mancanza a-essere” e questo è motivo per lui di “béance”.
E’ un tipo soggetto ad automatismi, in particolar modo a quello di de Clérambault; pensa sempre al “godimento” e al “fallo”, ma anche qui non è colpa sua ... è il “godimento dell’Altro”; ha idee bizzarre, come quella di accoppiare il filosofo Immanuel Kant col marchese Donatien-Alphonse-François de Sade e ritrovarsi così “tra-due-morti”.
Invece di recitare il rosario, sgranando le singole perline, lui recita in continuazione il “Wo es war ...”. In genere i lacaniani non sono esseri solitari, vivono in branchi denominati “cartels” (come quelli colombiani); mentre tutti gli altri animali si spulciano fra di loro, i lacaniani fanno la “passe” (passe e spasse sutta stu balcone ....), un gioco di società dove un “passant” ha bisogno di almeno due “passeurs” a cui raccontare la sua esperienza analitica per rendersi conto di aver fatto un’analisi.
Anche quando vanno a comprare il pane sono sempre indecisi fra Urteilskraft e Einbildungskraft, il panettiere che ormai li conosce gli da sempre la solita baguette (quella preferita da Lacan).
Se vanno a Milano, appena avvistato un ghisa sono li a chiedergli: “Eschiusmi, Je n’en veux rien savuar ... - o era - noio vulevam savuar l’inderiss ....”. Sulla marcia indietro della loro auto hanno scritto nachtrag”.
Vanno in estasi, con godimenti multipli, di fronte ad un geroglifico, al codice di Hammurabi scritto in akkadico, ai bugiardini dei farmaci e agli scritti di Lacan scritti in lacaniano, non degnano di alcuna considerazione tutto il resto.
Sembra che i loro pazienti facciano spesso uso di un interprete dal lacaniano all’italiano e viceversa, per poter dialogare col loro analista.
In parole brevi, mia cara, se vuoi davvero comprendere un lacaniano hai bisogno di Roberto Calderoli a fianco, in qualità di ministro per la semplificazione.
Buona domenica.
P.S. Cari amici lacaniani, perdonatemi ... si celia.







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... Poi vabbè, vedi tu cosa fartene dei suoi scritti, io lo trovo a suo modo divertente!




