Grazie fra per l'apprezzamento!
Tornando a Jung: è giusto quello che dici e la paradossalità che rilevi. D'altra parte, si comprende bene Jung quando si cala ogni sua riflessione in una sorta di meccanismo 'conflittuale', 'problematico', 'antinomico'. Cosa intende Jung con quella frase? Andiamo con ordine sennò non ci si capisce.
1- Ripeto che per Jung l'aurorare della vita psichica è segnato da una lacerazione: l'uomo fuoriesce dall'inconscio e si costituisce come 'Io' che 'direziona' il proprio destino. Ma, non è che sia l'inconscio una dimensione post-egoica o post-rimozione giacchè per Jung l'inconscio è un dato (sconvolgente) che sta prima ed è matrice (simbolica) di ogni 'costituirsi' delle forme umane (egoiche). L'organizzazione psichica che converge nel referente 'Io' (si pensi a degli ipotetici primitivi barlumi di 'propriocezione'!...in fondo dice Jung che questo accade sempre nel bambino) è inizialmente affidata al caos, ad una possibilità sempre aperta che il nostro 'corpo' rimanga in uno stato di disaggregazione 'psicotica'.
2- Abbiamo visto che l'inconscio è la possibilità stessa del costituirsi. L'inconscio è causa ed agisce perennemente come una organizzazione primitiva (simbolica) che si affida poi al referente Io per una 'traduzione' segnica e quindi 'comunicabile' dell'esperienza psichica. Se poniamo che nell'inconscio (ambivalente, significante dei significanti), per Jung, non permane nessuna regola (nè logica, nè linguistica) capiamo perchè ''la norma è superflua in un orientamento collettivo di vita'' la dove ''collettivo'' sta appunto per ''inconscio'' che procede nella sua attività esattamente come procedeva all'inizio della storia umana: staccato da ogni ''codice'' umano. La cifra ''collettiva'' dell'inconscio non rimanda ad altro se non alla sua natura ''pre-storica'', ''pre-testuale'', ''pre-umana''.
3- ''Quanto più l'uomo è sottoposto a norme collettive, tanto maggiore è la sua immoralità individuale''...è ovvio a questo punto! Equivoci a parte, Jung ebbe a cuore anche il destino dell'Io che lo considerava come l'unica possibilità di accogliere l'altro (l'inconscio) e quindi anche l'Io va 'sostenuto' nella sua opera di 'differenziazione' dal 'collettivo' (inconscio). Ma questo avviene solo se l'Io, dis-locato, ha prima accesso a quella dimensione ombrosa e collettiva e riconosce la sua insufficienza. Si instaura un movimento, grazie alla ''funzione trascendente'', dialettico, in cui si procede verso la differenziazione dal collettivo ma a seguito di un continuo ritorno ad esso, di un continuo ritorno all'ambivalenza, all'indifferenziato. Se ciò non avviene l'Io permane nella sua immoralità: nello schizofrenico perchè l'Io (in senso stretto) forse non si è mai costituito, nel nevrotico perchè questo Io ha deciso, un giorno, che sarebbe stato 'autosufficiente' (la faccio un pò breve)...''la vana fuga dagli dei'' la chiama Hillman; e Jung dal canto suo ''gli dei sono diventati malattie''.
Quindi, per concludere, qui siamo di fronte alla 'paradossalità' del percorso analitico che si fa problematico, non può essere anticipato, è dialettico.
Saluti,
Luigi










Rispondi citando
, giuro che da oggi in poi farò un corso di stenografia presso lo sportello telegrammi dell'ufficio postale del mio quartiere 
(almeno per me non esperta!)
. In questo caso sì che potremmo dire di esserci sbagliati di grosso, di aver supposto che qualcosa fosse conflittuale nella realtà che ci siamo costruiti noi ma non nella realtà vera e propria, quella che possiamo osservare