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  1. #16
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: La psicologia morale e l'etica della psicoanalisi

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Caro Luigi, il tuoi interventi, come sempre, sono molto interessanti, per nulla pallosi. Potresti chiarire meglio il pensiero di Jung? Lui sostiene che l'etica è una modalità dell'esistenza collettiva, e poichè l'autenticità dell'esistenza dipende dalla capacità di individuarsi, cioè essere se stessi superando le norme collettive, sostiene che " la norma è superflua in un orientamento collettivo di vita, per cui la vera moralità va in rovina. Quanto più l'uomo è sottoposto a norme collettive, tanto maggiore è la sua immoralità individuale"
    Anche qui siamo di fronte alla 'paradossalità' dell'etica analitica?
    Grazie fra per l'apprezzamento!
    Tornando a Jung: è giusto quello che dici e la paradossalità che rilevi. D'altra parte, si comprende bene Jung quando si cala ogni sua riflessione in una sorta di meccanismo 'conflittuale', 'problematico', 'antinomico'. Cosa intende Jung con quella frase? Andiamo con ordine sennò non ci si capisce.

    1- Ripeto che per Jung l'aurorare della vita psichica è segnato da una lacerazione: l'uomo fuoriesce dall'inconscio e si costituisce come 'Io' che 'direziona' il proprio destino. Ma, non è che sia l'inconscio una dimensione post-egoica o post-rimozione giacchè per Jung l'inconscio è un dato (sconvolgente) che sta prima ed è matrice (simbolica) di ogni 'costituirsi' delle forme umane (egoiche). L'organizzazione psichica che converge nel referente 'Io' (si pensi a degli ipotetici primitivi barlumi di 'propriocezione'!...in fondo dice Jung che questo accade sempre nel bambino) è inizialmente affidata al caos, ad una possibilità sempre aperta che il nostro 'corpo' rimanga in uno stato di disaggregazione 'psicotica'.

    2- Abbiamo visto che l'inconscio è la possibilità stessa del costituirsi. L'inconscio è causa ed agisce perennemente come una organizzazione primitiva (simbolica) che si affida poi al referente Io per una 'traduzione' segnica e quindi 'comunicabile' dell'esperienza psichica. Se poniamo che nell'inconscio (ambivalente, significante dei significanti), per Jung, non permane nessuna regola (nè logica, nè linguistica) capiamo perchè ''la norma è superflua in un orientamento collettivo di vita'' la dove ''collettivo'' sta appunto per ''inconscio'' che procede nella sua attività esattamente come procedeva all'inizio della storia umana: staccato da ogni ''codice'' umano. La cifra ''collettiva'' dell'inconscio non rimanda ad altro se non alla sua natura ''pre-storica'', ''pre-testuale'', ''pre-umana''.

    3- ''Quanto più l'uomo è sottoposto a norme collettive, tanto maggiore è la sua immoralità individuale''...è ovvio a questo punto! Equivoci a parte, Jung ebbe a cuore anche il destino dell'Io che lo considerava come l'unica possibilità di accogliere l'altro (l'inconscio) e quindi anche l'Io va 'sostenuto' nella sua opera di 'differenziazione' dal 'collettivo' (inconscio). Ma questo avviene solo se l'Io, dis-locato, ha prima accesso a quella dimensione ombrosa e collettiva e riconosce la sua insufficienza. Si instaura un movimento, grazie alla ''funzione trascendente'', dialettico, in cui si procede verso la differenziazione dal collettivo ma a seguito di un continuo ritorno ad esso, di un continuo ritorno all'ambivalenza, all'indifferenziato. Se ciò non avviene l'Io permane nella sua immoralità: nello schizofrenico perchè l'Io (in senso stretto) forse non si è mai costituito, nel nevrotico perchè questo Io ha deciso, un giorno, che sarebbe stato 'autosufficiente' (la faccio un pò breve)...''la vana fuga dagli dei'' la chiama Hillman; e Jung dal canto suo ''gli dei sono diventati malattie''.

    Quindi, per concludere, qui siamo di fronte alla 'paradossalità' del percorso analitico che si fa problematico, non può essere anticipato, è dialettico.

    Saluti,
    Luigi
    Ultima modifica di luigi '84 : 26-01-2010 alle ore 12.50.39

  2. #17
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: La psicologia morale e l'etica della psicoanalisi

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Quindi, per concludere, qui siamo di fronte alla 'paradossalità' del percorso analitico che si fa problematico, non può essere anticipato, è dialettico.
    Non fa una piega.

  3. #18
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: La psicologia morale e l'etica della psicoanalisi

    Caro Lalangue,
    la questione di una “scoperta freudiana” i cui contenuti scabrosi (Freud li definisce inconciliabili, unverträglich, e sarei curioso di comprendere: inconciliabili con cosa? Chi decide l’inconciliabilità: l’apparato psichico, l’Io, il Super Io? O si tratta solo dell’evacuazione di un surplus energetico di per sé pericoloso per un’apparato che tende a mantenere costante il livello interno di energia?) tendono ad essere rimossi dall’individuo e dalla società, mi pare difficilmente sostenibile ancora oggi.
    Primo, perché si tratterebbe di un dogma il cui unico giudice è l’analista stesso o la casta psicoanalitica (mi ricorda il freudiano: “testa perdi tu, croce vinco io”); e secondo perché si fa coincidere il disagio psichico con una patologia dei contenuti (senza far intervenire il contenitore), l’inconscio con un magazzino e ci si illude di poter discutere di psiche escludendo il soggetto (a onore del vero, Lacan è il primo analista che lo introduce, al posto del logoro e misero Io freudiano; però, nell’atto stesso in cui lo introduce, influenzato dall’esistenzialismo francese, in particolare da Merleau Ponty, lo introduce”barrato”, anche per la necessità di mantenere una dialettica intra-soggettiva).
    Non è tanto, a mio parere, l’Edipo (i contenuti sessuali) ad essere inconciliabile per il soggetto; è il soggetto stesso ad aver subito un ostracismo senza precedenti. Il positivismo l’ha estromesso dall’ambito scientifico, tanto che se ne occupavano ormai soltanto i filosofi; ad esempio se ne occupava Franz Brentano (di cui Freud è stato uditore durante i suoi corsi universitari a Vienna) e se ne occupava ancora di più Edmund Husserl, che di Freud è quasi coetaneo.
    Mentre gli esponenti del positivismo, i cosiddetti creatori delle ottocentesche “mitologie della mente”, di cui Freud è stato l’ultimo e il più sublime epigono, strutturavano teorie meccanomorfe e deterministiche dell’uomo, in cui ogni atto peculiare del soggetto veniva bandito e tutto veniva ridotto a reazioni chimiche e fisiche del cervello.
    Il soggetto non ha subito l’esclusione per chissà quale terribilità intrinseca, non era insomma il “bu-bu-settete” che pretende di essere certa psicoanalisi con la sua “verità”, ma perché l’introduzione di un soggetto complica enormemente le cose e gli scienziati della psiche sono costretti ad abbandonare molta della loro saccenza e devono rimettersi ad ascoltare i loro pazienti costruendo insieme a loro teorie e strumenti di intervento, come Freud aveva iniziato a fare prima di dirsi sicuro di aver scoperto il “caput nili” della neuropatologia (e del funzionamento globale della psiche).
    Oggi siamo al duale, all’interazione cioè di due soggetti che creano fra di loro una relazione che modifica entrambi (e badate bene che non si tratta solo della relazione analitica, l’amore, l’amicizia e ogni rapporto significativo è destinato a cambiare significativamente e reciprocamente i soggetti coinvolti). Il duale complica ancora di più le cose di un soggetto individuale ed è un dispositivo di comprensione e di intervento clinico, che ha il pregio di cogliere ogni gesto, sentimento, percezione in funzione di una relazione, e di utilizzare le potenzialità congiunte del terapeuta e del paziente all’interno del percorso terapeutico).
    Non è più tanto condivisa l’idea che la patologia sia da far coincidere con “contenuti patologici” inconciliabili che hanno bisogno di essere svelati dal terapeuta (che sa già dove si andrà a parare: nell’Edipo) al paziente (che da parte sua non sa, perché ha rimosso questi contenuti, ma può indirizzare il terapeuta attraverso una catena più o meno lunga di simboli, dal più neutro al più carico emotivamente perché legato alla rappresentazione rimossa).
    In opposizione a questa spiegazione “contenutistica” della psicopatologia, che Freud mantenne anche quando iniziò ad occuparsi della “nevrosi narcisistica” con Schreber (ed era davvero difficile spiegare la psicosi a partire dai contenuti), alcuni autori fin da subito hanno intrapreso la strada “strutturale”, è il caso di Binswanger, amico di Freud, vicino alla psicoanalisi, ma intransigente circa il coinvolgimento strutturale (soggettivo) nella patologia.
    Come la “scuola di Zurigo”, Bleuler e Jung soprattutto, che al di la dei ridimensionamenti dell’esclusività sessuale, aggiungono (e come avrebbero potuto non farlo vista la loro esperienza con patologie molto gravi al Burghölzli) una compromissione strutturale.
    Per Jung, per quel poco che ricordo, la psiche è una totalità conscia e inconscia al contempo; conscio e inconscio non sono strutture ma dimensioni integrabili, come anche antinomiche, generatrici del conflitto energetico basale della psiche.
    L'Io è per Jung un complesso di rappresentazioni, il centro stesso della coscienza e una struttura che presiede a mantenere la continuità e l’identità soggettiva; mentre il “complesso” è un’entità psichica che si pone come antitesi dialettica alla coscienza, e vivacizzano l’attività psichica che altrimenti tenderebbe ad una stasi letale.
    A ben guardare anche Freud, nelle sue escursioni teoriche teoriche estemporanee descrive fin dal 1924 in Il problema economico del masochismo una deformazione dell’Io che si presenta come intermedia fra l’esplosione psicotica e il conflitto nevrotico (per non doversi scindere l’Io si deforma), e nei suoi ultimi lavori (1932; 1938) riconosce l’esistenza di un tipo libidico “narcisistico”, in cui la struttura superegoica è appena delineata.
    La struttura dunque, ma poi non va oltre, non ne trae e conseguenze; cosa dovrebbe deformarsi in fin dei conti nel suo impianto teorico? Non certo l’ “apparato” descritto nel VII° capitolo de L’interpretazione dei sogni, né tantomeno l’Io de L’Io e l’Es, che è un’istanza e non un soggetto. Fa un po’ meglio Hartmann, che almeno per quanto riguarda il narcisismo sente l’esigenza di introdurre il Sé, non era infatti pensabile che la libido, unificata in un’unica pulsione a partire dalle pulsioni parziali, investisse un’istanza psichica e non una soggettività globale (ma Hartmann fa un errore teorico che verrà ripreso da altri analisti dopo di lui: Kernberg e Kohut per tutti, che fanno di una funzione, Sé, un soggetto, il Sè).
    Dunque, la patologia come deformazione strutturale, soggettiva; un sé che si deforma fino a perdere gradualmente il senso dell’egodistonia e la capacità di mantenere la privatezza del sintomo, attraversando un senso di incertezza sulla propria identità, di espropriazione e dissonanza riguardo agli affetti, fino al delirio sempre più destrutturato e alla completa catastrofe della frammentazione schizofrenica (c’è chi ritiene la schizofrenia come la minaccia incombente della frammentazione soggettiva “come se finisse il mondo” e c’è, invece, chi ritiene che la frammentazione sia già avvenuta”).
    Infine, da qualche decennio a questa parte, messa in secondo piano la tematica strutturale, che ipostatizzava troppo la patologia psichica cristallizzandola in strutture ormai definite su cui era difficile intervenire (difficile destrutturare una struttura stratificata dal tempo e rinforzata dall'esperienza), che inevitabilmente creavano contenuti (la struttura vista come contenitore) consoni al loro sviluppo, e che non teneva conto della varietà e del mutamento fenomenologici del sintomo (che se espressione di una struttura di un certo tipo, dovrebbe essere fedele alla conformazione di questa), si comincia a parlare di “processi” o schemi relazionali.
    Si tratta di modelli di relazione (come la famosa “matrice relazionale” di Mitchell), sostanzialmente un modo di funzionare soggettivo all’interno della relazione, che mette in scena di volta in volta i pensieri, le emozioni, le percezioni, i timori, le aspettative, i desideri del momento, tenendo conto dell’altro reale (e non solo transferale).
    Questo spiega la variabilità delle modalità relazionali nel singolo individuo e salvaguarda il concetto freudiano di una continuità sostanziale fra normalità e patologia, una progressione quantitativa di gravità e di intensità nell’uso di alcuni meccanismi di difesa, piuttosto che un salto qualitativo.
    La patologia è imputabile, in questo caso, all’irrigidimento di alcuni processi di funzionamento psicologico e relazionale del tutto “normali”, ma che diventano patologici perché non elastici e perché diventano sempre più esclusivi e generali.
    Proviamo a pensare ad un delirio paranoico, è patologico in quanto a contenuto che ”non sta né in cielo né in terra” (in questo caso vi stupireste sulla qualità e sulla strutturazione di alcuni deliri paranoici, alcuni dei quali sono serviti come fondamento per carriere scientifiche e universitarie e sono venerati ancora oggi come grandi scoperte scientifiche), oppure per il fatto che diventa intoccabile, perché è diventato di fatto il “cemento” che tiene in piedi (in maniera estremamente rigida) il soggetto in questione?
    Ops, devo aver superato tutti i record di lunghezza in fatto di commenti , giuro che da oggi in poi farò un corso di stenografia presso lo sportello telegrammi dell'ufficio postale del mio quartiere
    Un saluto.
    Ultima modifica di Megiston Matema : 26-01-2010 alle ore 16.02.45

  4. #19
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: La psicologia morale e l'etica della psicoanalisi

    Così si perde il filo del 3d(almeno per me non esperta!)
    L'argomento si presta a stimolare sofisticate teorizzazzioni, ma sarebbe più interessante riportarlo al setting.
    Perchè non orientare l'attenzione alla possibilità per il paziente, di poter confessare tutti i suoi "peccati" in un contesto di fiducia in cui qualunque fragiltà può essere manifestata senza timore di rifiuto o giudizio da parte dell'analista? Chi non può dichiararsi esente da intimi segreti incoffessabili? Quando ciò avviene nel setting analitico, il contenuto nascosto, condiziona sia il campo analitico che la nostra vita.. Jung dice: "ogni segreto personale opera come peccato e colpa" e poi dice: "liberati e ti sarà dato!"". Ecco che si profila la soluzione dei conflitti, lo stadio in cui si comicia a percepire la propria Ombra che è una componente fondamentale della psiche inconscia. Alla luce di tutto questo, si capisce come molte scelte che sembrano non etiche, hanno invece un loro senso come voce 'altra' che guida la coscienza. L' errore, è un transito obbligatorio, una tappa per raggingere la propria evoluzione psicologica.
    Ciao.
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  5. #20
    Partecipante Super Esperto L'avatar di lalangue
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    @Megiston Mathema:

    Un paziente di Freud che credeva fortemente nel tuo concetto di terapia duale, tanto che si è battuto per varie modifiche della tecnica psicoanalitica, ha sempre rinfacciato al suo terapeuta di averlo piantato in asso proprio nel momento in cui avrebbero dovuto lavorare sul transfert. Noti qualche residuo della polemica in questo suo scritto?
    Citazione Originalmente inviato da complicata Visualizza messaggio
    Ma per caso la reincarnazione di Freud è Tinto Brass?
    La descrizione calzerebbe a pennello, manca solo il cubano..
    Sorella Psicoanalisi e Il Piccolo Mondo Antico

  6. #21
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Citazione Originalmente inviato da lalangue Visualizza messaggio
    @Megiston Mathema:

    Un paziente di Freud che credeva fortemente nel tuo concetto di terapia duale, tanto che si è battuto per varie modifiche della tecnica psicoanalitica, ha sempre rinfacciato al suo terapeuta di averlo piantato in asso proprio nel momento in cui avrebbero dovuto lavorare sul transfert. Noti qualche residuo della polemica in questo suo scritto?
    Perchè ti piace essere tanto ermetico ?
    FRANCESCA

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  7. #22
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    Riferimento: La psicologia morale e l'etica della psicoanalisi

    Citazione Originalmente inviato da lalangue
    E allora cosa deve guidare l'opera di disvelamento? In che maniera la psicoanalisi "cura"?
    Il paradosso e la parte scabrosa di tutto questo discorso è che il misconosciuto deve venire a galla. Per farne che? Per essere ricompreso.
    La questione non è tra il giusto e lo sbagliato, ma è tra il conosciuto e lo sconosciuto. La realtà, la civiltà, l'esterno, ha già i suoi princìpi morali da imporre. La fatica di un'analisi sta nel riportare alla consapevolezza del paziente dei conflitti a cui è già stata data una risposta interna, nei termini giusto/sbagliato, si può/non si può, prima di vagliare il responso della realtà stessa.
    Ma perché la realtà mica contiene le categorie giusto/sbagliato?
    Il bene ed il male sono categorie soggettive, non si estendono agli oggetti, data una pietra, questa non ha appioppato oggettivamente un valore che più o meno tutti possono misurare o al limite scorgere. La stessa pietra per una persona può valere molto e per un'altra nulla. La realtà non può dirci nulla riguardo al valore delle cose e della vita, se non diamo noi valore positivo o all'opposto valore negativo e deletereo a certe cose ed a certe situazioni queste non lo assumono da sé. Non c'è da attendere un responso della realtà, alcuni giudizi di valore sono nostri e nostri rimangono. La realtà può darci dei responsi nei confronti di certe strategie, può dirci se risultano efficaci o no, può farci conoscere la falsità di una credenza errata, ma non può dirci cosa desideriamo e cosa detestiamo.

    Comunque lasciando da parte questo preambolo si può dire che è vero che si può sbagliare nel giudicare due situazioni come conflittuali, in questo il responso della realtà potrebbe far crollare anche il principio di non contraddizione qualora dovessimo riuscire a scorgere un oggetto che ha e non ha una certa proprietà (senza ombra di dubbio) . In questo caso sì che potremmo dire di esserci sbagliati di grosso, di aver supposto che qualcosa fosse conflittuale nella realtà che ci siamo costruiti noi ma non nella realtà vera e propria, quella che possiamo osservare .
    Se la si mette su questo piano, cioé se si riescono a scovare questi errori di giudizio, generalizzazioni indebite e così via (errori possibili che spesso abbiamo dovuto anche correggere) che alimentano certi conflitti che ci fanno star male ma che esistono sono nella nostra immaginazione, non nella realtà, credo che siamo tutti d'accordo.
    C'è una persona che crede erroneamente che realizzare un certo qualcosa sia impossibile o magari improbabile ed invece le cose non stanno affatto così. Secondo me però non basta far leva solo sulla costruzione di questa credenza, bisogna riuscire a far leva anche sulla sua infandatezza attuale, sul suo non corrispondere ai fatti. Su di me farebbe più effetto una controprova in cui mi viene mostrato come la credenza non può reggere invece che farmi capire perché credo (dal punto di vista costruttivo) che le cose stiano così.
    Cercare di smuovere i circoli viziosi che alimentano certi problemi lo trovo utile nel caso ce ne siano: credi qualcosa di falso a causa di una serie di esperienze verificatesi casualmente a catena e questa credenza ti induce ad alimentare la produzione di altre esperienze che corroborano la credenza falsa, e dal circolo non ne riesci più ad uscire (L'idea non è certo mia, proviene da un libro che mi ha consigliato di leggere Neuromancer ). Le credenze su di sé influenzano l'emotività, l'emotività il tipo di azioni che si riescono a svolgere, le performance infine, nuovamente le credenze su si sé... Ed il circolo si chiude.

    Saluti
    Ultima modifica di Char_Lie : 28-01-2010 alle ore 02.53.49

  8. #23
    Partecipante Super Esperto L'avatar di lalangue
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    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Perchè ti piace essere tanto ermetico ?
    Per lasciare un po' di spazio agli altri e vedere come leggono quello che scrivo.
    Trovo che il modo migliore per far passare un concetto sia di farci lavorare il lettore. Se spiego tutto chiaro, il lavoro lo faccio io. Se invece utilizzo uno stile più asciutto, mi viene da dire "insaturo", il lettore ci si deve sforzare e deve aggiungerci del suo. Così mi sembra di ottenere più partecipazione.
    Citazione Originalmente inviato da complicata Visualizza messaggio
    Ma per caso la reincarnazione di Freud è Tinto Brass?
    La descrizione calzerebbe a pennello, manca solo il cubano..
    Sorella Psicoanalisi e Il Piccolo Mondo Antico

  9. #24
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Citazione Originalmente inviato da lalangue Visualizza messaggio
    Per lasciare un po' di spazio agli altri e vedere come leggono quello che scrivo.
    Trovo che il modo migliore per far passare un concetto sia di farci lavorare il lettore. Se spiego tutto chiaro, il lavoro lo faccio io. Se invece utilizzo uno stile più asciutto, mi viene da dire "insaturo", il lettore ci si deve sforzare e deve aggiungerci del suo. Così mi sembra di ottenere più partecipazione.
    Scambi il forum per il setting! Fai quello che fa il mio analista in seduta per farmi ragionare da sola attorno alle sue interpretazioni spesso "asciutte" e "insature"...
    Ma qui, si discute di teoria, per cui da voi esperti, preferirei sentire concetti lineari, espiciti e comprensibili, "nei limiti del possibile".
    La partecipazione ti assicuro, per quanto mi riguarda, sarà maggiore.
    Buona giornata.
    FRANCESCA

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  10. #25
    Partecipante Super Esperto L'avatar di lalangue
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    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Scambi il forum per il setting! Fai quello che fa il mio analista in seduta per farmi ragionare da sola attorno alle sue interpretazioni spesso "asciutte" e "insature"...
    Ma qui, si discute di teoria, per cui da voi esperti, preferirei sentire concetti lineari, espiciti e comprensibili, "nei limiti del possibile".
    La partecipazione ti assicuro, per quanto mi riguarda, sarà maggiore.
    Buona giornata.
    Il problema, e se n'è accorto Bion, ma già era nell'aria da tempo, è quello di far passare, oltre ai concetti e alle parole, qualcosa in più. Tocca apprendere dall'esperienza. Tocca inventarsi un linguaggio della psicoanalisi, per non ricadere nei soliti concetti ormai diventati inutili scatole vuote. Tutto contenitore e niente contenuto.
    Citazione Originalmente inviato da complicata Visualizza messaggio
    Ma per caso la reincarnazione di Freud è Tinto Brass?
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  11. #26
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Citazione Originalmente inviato da lalangue Visualizza messaggio
    Il problema, e se n'è accorto Bion, ma già era nell'aria da tempo, è quello di far passare, oltre ai concetti e alle parole, qualcosa in più. Tocca apprendere dall'esperienza. Tocca inventarsi un linguaggio della psicoanalisi, per non ricadere nei soliti concetti ormai diventati inutili scatole vuote. Tutto contenitore e niente contenuto.
    Se scrivi e pubblichi un libro o un articolo su una rivista scientifica, usi lo stesso stile impenetrabile, che a volte non non fa centrare il contenuto, o cerchi di essere più chiaro e offrire anche 'quel qualcosa di più' che il lettore si aspetta?
    FRANCESCA

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  12. #27
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Riferimento: La psicologia morale e l'etica della psicoanalisi

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Se scrivi e pubblichi un libro o un articolo su una rivista scientifica, usi lo stesso stile impenetrabile, che a volte non non fa centrare il contenuto, o cerchi di essere più chiaro e offrire anche 'quel qualcosa di più' che il lettore si aspetta?
    Forse é proprio questo il suo obiettivo ed é lui/lei che vuole vedersi offrire quel "qualcosa di più", quel pensiero che ha bisogno di un apparato per essere pensato

    Cmq, un linguaggio più semplice ed accessibile a tutti, sarebbe più auspicabile.
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  13. #28
    Partecipante Super Esperto L'avatar di lalangue
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    Riferimento: La psicologia morale e l'etica della psicoanalisi

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio

    [...]

    Cercare di smuovere i circoli viziosi che alimentano certi problemi lo trovo utile nel caso ce ne siano: credi qualcosa di falso a causa di una serie di esperienze verificatesi casualmente a catena e questa credenza ti induce ad alimentare la produzione di altre esperienze che corroborano la credenza falsa, e dal circolo non ne riesci più ad uscire (L'idea non è certo mia, proviene da un libro che mi ha consigliato di leggere Neuromancer ). Le credenze su di sé influenzano l'emotività, l'emotività il tipo di azioni che si riescono a svolgere, le performance infine, nuovamente le credenze su si sé... Ed il circolo si chiude.

    Saluti
    Infatti, credo che il libro che ti ha fornito Neuromancer, proprio per come ragioni, sarà un'ottima guida e ti porterà a gestire meglio alcune vicende della tua esistenza. Anche il meglio è soggettivo e relativo. In questo caso io intendevo che riuscirai a gestire queste faccende in maniera ancor più rigorosa di quanto tu non facessi già prima, e questo è un bene. UN bene.
    Una quadratura del circolo più precisa di così è difficile da ottenere!
    Citazione Originalmente inviato da complicata Visualizza messaggio
    Ma per caso la reincarnazione di Freud è Tinto Brass?
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  14. #29
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    Riferimento: La psicologia morale e l'etica della psicoanalisi

    Citazione Originalmente inviato da lalangue Visualizza messaggio
    E allora cosa deve guidare l'opera di disvelamento? In che maniera la psicoanalisi "cura"? Il paradosso e la parte scabrosa di tutto questo discorso è che il misconosciuto deve venire a galla. Per farne che? Per essere ricompreso. La questione non è tra il giusto e lo sbagliato, ma è tra il conosciuto e lo sconosciuto. La realtà, la civiltà, l'esterno, ha già i suoi princìpi morali da imporre. La fatica di un'analisi sta nel riportare alla consapevolezza del paziente dei conflitti a cui è già stata data una risposta interna, nei termini giusto/sbagliato, si può/non si può, prima di vagliare il responso della realtà stessa. Vi ritrovate in questa visione?

    Sostanzialmente sono d'accordo con quanto dici e non vedo la risposta poi tanto lontana; tuttavia non la metterei tanto sul piano del porre bocca nelle faccende di un altro - questione che non ho ben compreso rispetto a quanto dicevi più sopra - quantomeno non credo che possa accadere all'interno di un setting: non in termini di fornire un giudizio, perché a mio avviso l'interpretazione è tutt'altro. Il punto sarebbe riuscire a mettere bocca sulle proprie faccende, piuttosto. Infatti mi pare che il merito di Freud è stato quello di riuscire ad identificare una causa della patologia nella paura di conosersi: in questo è evidente che il rapporto è tra l'individuo e se stesso, le proprie emozioni, i propri impulsi e memorie, potenzialità. Una cosa che mi pare inevitabile è che i problemi interni ed esterni tendono ad essere profondamente simili, oltre che relazionati tra loro, e in questo senso non credo si possa applicare una grande separazione tra la realtà e il misconosciuto. Chiaramente è soprattutto il timore circa la conoscenza di questi elementi, di certe corrispondenze, credo, che conduce poi ad una sorta di evasione da parte dell'individuo, per cui alla base vi è un meccanismo difensivo, nel senso che mi pare costituisca una sorta di protezione del nostro - reale o presunto - amore verso noi stessi. Sicché l'individuo, per un processo che pare essere naturale tenderebbe mediamente a temere qualunque tipo di conoscenza che possa consentire un senso di disprezzo verso se stesso: non a caso costruiamo tecniche e strategie al fine di evitare simili dispiaceri. Questo è chiaramente legato alla questione tra il giusto e lo sbagliato, proprio perché la realtà esterna ci ha fornito principi a cui la risposta è già stata data in termini che sembrano irrevocabili; ecco perché ancora una volta la realtà esterna va tenuta presente: perché è proprio attraverso di essa che, nel mondo interiore dell'individuo, va ad innescarsi il seme di quel conflitto.

    Bisognerebbe forse ricomprendere la realtà esterna e i suoi divieti prima di comprendere i nostri (come disvelati).
    Proprio perché non è soltanto il misconosciuto ad aver subito una distorsione.


    L'onestà prima di tutto è una cosa complessa, perché è soprattutto di questo che stiamo parlando; di quella verso se stessi. Ma siamo sicuri che proprio tutti ambiscano a questo tipo di onestà che, per così dire, è tipicamente psicoanalitica? Del resto provare a guardare realmente chi siamo implica prendere coscienza dei sentimenti di inadeguatezza, di debolezze e molto spesso questo conduce al suo esatto opposto, e cioè alla potenziale negazione di noi stessi, di una qualche creatività, e persino del nostro lato migliore fino a trasformarla - talvolta e nei casi più gravi - in una spietata guerra contro le nostre doti più grandi. Chiaramente il discorso sarebbe più lungo, ma credo che la trama della battaglia su cui incespichiamo continuamente sia quella tra paura e coraggio.

    Pilastri portanti di tutta la scena. Per me.
    Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero

  15. #30
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    Riferimento: La psicologia morale e l'etica della psicoanalisi

    Citazione Originalmente inviato da missfreedom Visualizza messaggio

    Bisognerebbe forse ricomprendere la realtà esterna e i suoi divieti prima di comprendere i nostri (come disvelati).
    Proprio perché non è soltanto il misconosciuto ad aver subito una distorsione.


    L'onestà prima di tutto è una cosa complessa, perché è soprattutto di questo che stiamo parlando; di quella verso se stessi. Ma siamo sicuri che proprio tutti ambiscano a questo tipo di onestà che, per così dire, è tipicamente psicoanalitica? Del resto provare a guardare realmente chi siamo implica prendere coscienza dei sentimenti di inadeguatezza, di debolezze e molto spesso questo conduce al suo esatto opposto, e cioè alla potenziale negazione di noi stessi, di una qualche creatività, e persino del nostro lato migliore fino a trasformarla - talvolta e nei casi più gravi - in una spietata guerra contro le nostre doti più grandi. Chiaramente il discorso sarebbe più lungo, ma credo che la trama della battaglia su cui incespichiamo continuamente sia quella tra paura e coraggio.
    Pilastri portanti di tutta la scena. Per me.
    Ed anche, credo, molto interessante nei suoi possibili diversi risvolti e retroscena (talvolta drammatici).
    Potresti chiarire un pò meglio questo punto, se ti é possibile?
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

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