
Originalmente inviato da
missfreedom
Come dicevo, lungi da me citare il lato positivista di Freud, non penso che questo possa evincersi da quel che ho scritto. Temo che affermiamo la stessa cosa quando parli di riportare in luce la realtà del desiderio e non era mia intenzione risolvere ogni tipo di residuo arcaico; mi domando piuttosto in che modo ti sia fantasticato che io volessi avanzare la pretesa di mettere in moto un meccanismo simile (mi pare che non sia contemplato in alcun posto). Infatti la prima parte del tuo intervento mi pare lontana dalle risposte che cercavo o dalle domande che mi ponevo. Quanto alla seconda parte, sono ancora daccordo quando parli di nevrosi di transfert, esattamente come lo ero prima. Tuttavia la differenza che volevo mettere in evidenza non era riducibile ad elementi inconsci, né alle loro generali caratteristiche; non era una questione "topica" quella che mi ponevo, proprio in virtù del fatto che pare non basti semplicemente trasferire i contenuti dell'inconscio nella coscienza, mi pare che i due registri siano differenti, cosa che implicherebbe una certa traduzione (e temo che questo rimandi alla distinzione tra rappresentazione di cosa e di parola); sicché è proprio improbabile che un'ipotesi di quel tipo possa avanzarsi, a prescindere dalla questione, per così dire, "temporale": l'inconscio se ne sbatte anche del modo in cui comunichiamo, se proprio vogliamo essere precisi.
Procediamo con cautela. Suppongo che le caratteristiche dell'inconscio - che non erano in discussione - siano ben distinguibili dalle modalità di relazionarsi del paziente. Ma anche questo è un concetto fraintendibile, quindi provo a spiegarmi meglio: con questo voglio dire che normalmente l'inconscio è sopito e tende ad emergere solo a seguito del lavoro dell'analista che allenta le resistenze. La modalità relazionale del paziente, invece - buona o cattiva che essa sia - esiste a prescindere dal lavoro analitico. Tenuto presente questo, non credo che il paziente possa essere preda di un "transfert perpetuo", sicché, nel momento in cui si presenta uno "stallo transferale" in cui il paziente riesce ad essere se stesso nella misura in cui lo sarebbe fuori dal setting, quello che mi domandavo è se l'analista riesca a distinguere questa sua propria modalità per ciò che effettivamente è, o se non possa, talvolta, confonderla con l'emergere di materiale inconscio. E dunque, erroneamente attribuirlo ad altro.
Credo sia in questi termini che Laplanche e Pontalis volessero porsi la questione quando parlano di transfert e "di realtà della situazione analitica, al fine di valutare se un certo fenomeno comparso nella cura sia adattato o meno a tale realtà, sia transferale o meno". Lascio perdere il resto perché pare sia già complicata una comprensione in pillole.