Infatti dovrebbe essere un uomo!
Un uomo? E se poi vorrai andare a berci un caffè perchè lo sentirai nel tuo cuore come fosse un amico?
Oddio, come sono cattiva...
Forse comunque hai ragione a voler continuare una terapia con qualcun'altro, ma se nella vita fuori dal setting senti che le cose funzionano meglio, mi domando se abbia un senso andare da un altro professionista perchè non sei riuscito a dimenticare il professionista precedente.
Non so eh, ma la butto lì.
Giulietta.O
io infatti l'ho scelta donna apposta,per evitare eventuali innamoramenti.Comunque a prescindere da questo,è dura lo stesso,quindi valuta bene.
@ Giulietta, andare a prenderci un caffè penso che sarebbe la meno, l'idealizzarlo come una persona di cui non puoi farne a meno mi riporterebbe al punto di partenza. Mi fido della decisione che lei ha preso, sono sicuro che lo ha fatto nel mio interesse, quindi stringo i denti!!
@ In origine io telefonai ad un uomo che essendosi trasferito mi consiglio' lei, d'altra parte era la prima volta che andavo in analisi e non potevo sapere in anticipo i possibili risvolti.
All'inizio il transfert e' una cosa bellissima anche se offusca la tua capacita' di giudizio, ma al momento del distacco e' molto dura!!!
@ Lalangue la mia psicoterapeuta mi ha detto in passato che non con tutti i pazienti si riesce a raggiungere il risultato sperato, e che alcuni arrivano ad odiarla, ma quello che dici tu mi giunge nuovo, cosa intendi dicendo che la psicoterapeuta può provare emozioni negative nei confronti del paziente?
Qualcosa che mi auguro tu non debba mai conoscere, io potrei scriverci un trattato - ahimé - ma ti lascio ben volentieri la risposta di Lalangue.
@Lalangue: Rispetto a questa frase "Mi chiedo se questa terapeuta abbia raccontato anche le emozioni negative che si provano nei confronti di alcuni pazienti in alcuni momenti della terapia."
Una domanda sorge spontanea; sulla base di quale criterio, qualora così fosse, un analista dovrebbe mettere al corrente un qualunque paziente dei suoi agiti controtransferali, d'odio? Mi appare una cosa complessa e anche rischiosa, nel senso che non tutti i pazienti saranno in grado di comprendere una cosa simile in termini controtransferali e potrebbero identificarla come qualcosa di estremamente reale; tant'è... io ne ho fatto esperienza - anni addietro - ma per altre vie. Temo non sia così semplice, né così scontato che lo si debba fare. Tuttavia non sono un analista dunque lascio la parola a voi; però mi incuriosisce.
Nota: se così fosse, in che modo è preferibile che avvenga?
Ultima modifica di missfreedom : 11-02-2010 alle ore 09.17.54
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero
beh ci saranno i sentimenti negativi sicuramente,pazienti con cui ti trovi meglio altri con cui ti trovi peggio.Ma penso che sia controproducente mostrarli,a meno che non si arriva all'esasperazione.Perchè capita che in una terapia lo psicologo si arrabbi con il paziente,a me è successo e come puo succedere l'opposto,questo è normale.Comunque sicuramente lo psicologo deve avere piu controllo su questo,perchè li dentro i piu deboli siamo noi.
Quoto ninina
Almeno dal punto di vista teorico occorre fare una differenza tra quello che io chiamo controtransfert, cioè le parti transferali del terapeuta verso il paziente, che il terapeuta stesso dovrebbe imparare a riconoscere (grazie alla sua analisi personale), e tutto il resto del materiale che dal paziente arriva al terapeuta. In questo materiale si possono riconoscere a vario titolo elementi di difese quali proiezione e identificazione proiettiva, oppure elementi inerenti al transfert. A livello tecnico sono cose che vanno trattate in maniera molto differente. A livello clinico si riesce ad ottenere una buona approssimazione, ma sono sempre concetti astratti (perciò non sempre si riesce a distinguere tra una cosa e l'altra).
Ovviamente il terapeuta prova anche delle emozioni negative nei confronti del paziente. Il primo passo è riconoscerle ed ammetterle a se stesso, perché in qualunque relazione ci sono dei sentimenti di questo tipo e perché il terapeuta non si deve ritenere "così perfetto" da non provare sentimenti di questo genere (rischierebbe di escludere una parte importante dell'analisi). La seconda parte è interrogarsi sul perché di questi vissuti.
Cosa fare di questo materiale? Diventa un agito controtransferale, ad esempio, nella misura in cui lo si ignora (si fa finta di niente, non lo si analizza e poi si finisce per agirlo nella terapia), oppure quando lo si affronta con un'interpretazione "evacuativa" (il terapeuta non riesce a tollerare questo vissuto e lo "butta in faccia" al paziente).
Come si declinano gli utilizzi di questo materiale? Occorre capire che paziente abbiamoo di fronte (struttura, conflitti) e con che funzione il paziente sta utilizzando il materiale (chiusura, provocazione, proiezione/evacuazione).
I pazienti genericamente borderline tendono a scindere la propria aggressività e a proiettarla sugli oggetti. Questa aggressività va compresa, rielaborata, "bonificata" e restituita al paziente.
I pazienti ossessivi hanno spesso la tendenza a rendere monotono e noioso il loro eloquio (isolamento degli affetti, razionalizzazione). Comprendendo la propria noia, si può restituire la sensazione al paziente, interpretandola: "ascoltandola ho l'impressione che utilizzi delle parole vuote per addormentare (me) il discorso e per tenere a bada le sue emozioni, in modo che non trapeli niente che possa sfuggire al suo controllo" (esempio un po' freddo e poco centrato sul paziente).
Alcuni pazienti possono risvegliare dei vissuti propriamente controtransferali del terapeuta, riattivando cioè dei conflitti interni al terapeuta stesso. Per evitare di rimandarli al paziente, occorre che il terapeuta se ne renda conto e li analizzi (con se stesso o, se necessario, con un supervisore).
Aluni pazienti depositano le loro difficoltà sul terapeuta in modo che questi le elabori e le restituisca (funzione di rêverie).
Il solo fatto di pensare che un analista non possa avere dei vissuti negativi nei confronti del paziente (ho detto avere, non esplicitare) è una idealizzazione (che comporta tutta una serie di scissioni nella relazione e nello psichismo del paziente). Esempio stupido e senza pretese: il terapeuta è buono e non sperimenta dentro di sé l'aggressività, perciò io sono cattivo perché quella volta mi sono proprio arrabbiato con lui (mentre non si dovrebbe). L'aggressività, in tutte le sue declinazioni, è materia difficile da maneggiare: per questo mi chiedevo se nel summenzionato diario della terapeuta ci fossero anche i lati più "impresentabili" della relazione con i pazienti.
In ultimo, il comprendere a livello mentale l'aggressività aiuta il terapeuta a trattarla analiticamente, evitando una idealizzazione di se stesso, delle proprie capacità/possibilità e della propria finta bontà.
@Lalangue:
Temo ci sia stato un errore da parte mia poiché quel che mi dici non mi è nuovo e lo condivido completamente. Infatti, andando a ritroso, ho trovato l'intoppo. Ho interpretato male l'intervento di complicata in cui afferma di aver "letto un diario, scritto da una psicoterapeuta", io invece, probabilmente nella fretta del mattino... ho attribuito il discorso "ad una terapeuta durante una seduta". In modo quasi automatico.
Come non detto, chiedo scusa.![]()
Siamo noi gli inabili che pure avendo a volte non diamo. R. Zero
complicata?
diario?
Ma vi riferite al libro di Alberto Schoen, forse " Vuol dire? Dal diario di uno psicoanalista" ?
E' l'unico "diario" che io abbia letto e rammentato in questo forum..
Però non parlava di emozioni "negative" tutt'altro.
E' molto bello, perchè tratteggia alcune figure di pazienti incontrate nella sua carriera, e ci dice cos'è stato per lui fare il terapeuta, in sostanza.
Piuttosto, pensavo, di solito, insomma siamo liberi entrambi, paziente e terapeuta, di interrompere in qualunque momento, ( e questa è la prima cosa che ti viene detta) ma..
insomma, certo andare a cercarsi un altro dopo che il proprio terapeuta ha usufruito del libero arbitrio non è cosa semplice.
Mah, io ci sono andata vicina tante volte, si naviga a vista, direi proprio...
Io spero che i terapeuti siano coscienti non solo del libero arbitrio ma anche delle loro responsabilità, una volta che hanno accettato in carico un paziente, l'ho già detto una volta e lo ripeto.
Non posso che essere completamente d'accordo!Io spero che i terapeuti siano coscienti non solo del libero arbitrio ma anche delle loro responsabilità, una volta che hanno accettato in carico un paziente, l'ho già detto una volta e lo ripeto.
Io credo che che il mio percorso terapeutico termini nel momento in cui riesco a non sentire più il bisogno della mia psicoterapeuta, e sono fermamente convinto di riuscirci da solo!! Probabilmente questo lei lo sapeva anche se non me lo ha mai detto. Comunque ringrazio tutti voi perché vedo che parlarne mi fa stare meglio.