Interessante. Ma un pò parziale a mio modesto avviso. Nel senso che bisogna considerare il livello dell'angoscia (dimensione che distrugge ogni prospettiva) e quanto il mondo complessuale del paziente (un mondo coatto) lasci spazio ad uno svolgersi autonomo della creatività. Un tipo di paziente così non ha bisogno certo di consigli e insegnamenti ma ha bisogno di ''apprendere'', per così dire, che 'si può' essere poietici: ha bisogno cioè di creare ex novo uno ''spazio specifico'' che da contenitore 'sterile' per l'angoscia diventi il punto di inizio dell'autopoiesi (che io intendo come nuova centratura del discorso psichico sulla base dell'avvenuto dialogo tra le 'parti'). Ora, questo ''spazio specifico'' in molte persone, a mio parere, non sempre c'è (soprattutto in casi di scompenso profondo): come fare? L'analista in questi casi ''deve'' sapere come fare (non sono d'accordo con te sul fatto che l'analisi sia solo un luogo per ''pensare'' dato che, ab immemorabili, noi siamo ''gettati'' nell'agire e lo è anche l'analista...la sua Persona ''agisce'' sempre nel setting); nel senso che, anche se totalmente ignaro del paziente, può 'partecipare' alla sua vicenda analitica in modi che possano 'comunicare' al paziente che, in fondo, qualche passo avanti lo si sta facendo...che in fondo, nel dramma, c'è stato un ''incontro'' (come dicevo prima). Queste cose le ritengo di vitale importanza perchè ''l'incontro'' (nella sofferenza estrema) è il punto iniziale per costruire quello ''spazio specifico'' che il paziente scompensato non ha affatto. Per il nevrotico medio-piccolo

il dis-corso cambia un pò: dato che lui questo spazio già c'è l'ha, bisogna solo indicargli a quali figure conduce il transfert, a quali complessi vuole rimanere legato, a che tipo di ripetizione sarà destinato...se non si da una mossa!!

Scherzo ovviamente..ma solo in parte: tanti analisti quanti sono i frammenti (clinici).
Saluti,
Luigi