Ah, il mai sopito desiderio di eliminare l'ostacolo principale alle magnifiche sorti, e progressive, del counselling come "professione"...
L'Ordine è sicuramente "inutile e dannoso", ma soprattutto per i counsellor non psicologi che - mi si dice - cercano di scavare una nicchia di mercato all'interno dell'area di pertinenza di una professione esistente e regolamentata, come quella degli Psicologi.
AssoCounselling non è che sia proprio la più nota: mi si dice che sia recentissima, e solo una delle tante esistenti; sarebbe parte delle iniziative di una nota sigla di settore per provare a costruire una rete di servizi a pagamento, proponendo formazione e servizi ad aspiranti "terapeuti" (che magari non hanno voglia/capacità/tempo di laurearsi), nella speranza di ottenere prima o poi dei presunti "riconoscimenti di legge" che, guarda caso, tardano ad arrivare.
Gli elenchi puntati mi sembrano un tantinello faziosi
Proviamo a correggerli così.
Il professionista iscritto all'Ordine deve:
[*] Avere un diploma di scuola superiore (molti corsi di counselling non lo richiedono).
[*] Avere studiato Psicologia in un'Università pubblica o privata riconosciuta dal MIUR, con docenti universitari e strutture relative, per tre anni.
[*] Avere conseguito 180 crediti formativi universitari in una vasta serie di discipline teorico-metodologiche di base, nei diversi settori scientifico-disciplinari della Psicologia, e di diverse discipline limitrofe, superando una trentina di verifiche indipendenti con standard qualitativi pubblici.
[*] Avere completato e discusso una tesi di laurea triennale, sotto la guida di un relatore.
[*] Avere frequentato un tirocinio ufficiale presso strutture pubbliche o private riconosciute, con certificazione dei tutor (psicologi abilitati).
[*] Avere conseguito una Laurea Specialistica in in un'Università pubblica o privata riconosciuta dal MIUR, con docenti universitari e strutture relative, per altri due anni.
[*] Avere conseguito 120 crediti formativi universitari di laurea specialistica in una serie di discipline teorico-metodologiche ed applicative, nei diversi settori scientifico-disciplinari della Psicologia, e di diverse discipline limitrofe, superando una dozzina di verifiche indipendenti con standard qualitativi pubblici.
[*] Avere completato e discusso una tesi di laurea specialistica, sotto la guida di un relatore; tesi spesso sperimentale o di ricerca empirica di livello universitario.
[*] Avere frequentato un tirocinio ufficiale post-lauream presso strutture pubbliche o private riconosciute, con certificazione dei tutor (psicologi abilitati), in media per circa un anno con frequenze quotidiane e verificate.
[*] Avere superato un Esame di Stato pubblico, su quattro prove (tre scritte ed una orale), relative ad aspetti teorici, applicativi, progettuali e deontologici della professione, abilitandosi ai sensi di Legge all'esercizio di una Professione regolamentata e riconosciuta.
[*] Essersi iscritto ad un'Ordine professionale, che riverifica indipendentemente la documentazione relativa.
[*] Essere sorvegliato permanentemente dal proprio Ordine in merito al rispetto della Deontologia e delle buone prassi professionali; Deontologia che in questo caso è cogente per legge, e non per "buona volontà soggettiva" (differenza non da poco rispetto alle professioni non regolamentate), a garanzia dell'utenza.
Per esercitare poi il ruolo di Psicoterapeuta, si aggiungano i cinque anni di Scuola di Specializzazione - pubblica o privata riconosciuta -, con relativi insegnamenti con valutazione, tirocini pluriennali e tesi, e conseguente iscrizione all'elenco presso l'Ordine. Totale, 11-12 anni di formazione universitaria e post-universitaria, teorica e professionale, riconosciuta, stabilita dalla Legge, verificata e verificabile.
Se operi nel pubblico, anche in convenzione, hai poi l'ulteriore obbligo di ECM, certificati e annuali.
Dall'altra parte: per fare il "counsellor" ("professione" inesistente), mi si dice che è spesso sufficiente fare un corso privato non riconosciuto a pagamento di breve durata, senza particolari pre-requisiti, e magari presso la stessa "rete" di enti privati non riconosciuti che poi ti "iscrivono" direttamente (a pagamento) ad un "albo" privatistico non riconosciuto... i cui criteri di ammissione sono costruiti apposta per essere (casualmente) equivalenti a quelle dei corsi che prima ti hanno proposto a pagamento. E per questo non solo non serve una laurea; ma a volte nemmeno un diploma di scuola superiore (così si dice...). Gli stessi enti/associazioni/istituti privati poi (immagino sempre a pagamento) "verificheranno" i tuoi requisiti annuali, ti forniranno la "supervisione" che poi ti chiederanno di "certificare", ti "aggiorneranno", e così via. Tutto in maniera privatistica, non pubblicamente riconosciuta, e "in-house".
E, sempre mi si dice, il counsellor non psicologo sarebbe, spesso, una persona cui si vende l'illusione di esercitare una non-professione, non riconosciuta e non regolamentata, e che cerca di darsi una patina di "autoregolamentazione" su base eminentemente privatistiche ed autoreferenziali, visto che il Legislatore non intende ovviamente riconoscere una "professione" basata sull'assenza di qualunque criterio pubblico e riconosciuto di formazione, verifica, accesso.
La cosa più buffa (ma in realtà è vecchia, ed un pò insidiosa, tecnica comunicativa), è il considerare implicitamente in tutto il ragionamento il counselling come se fosse già una professione, alla pari della psicologia. Così, sottilmente, si fa già passare metacomunicativamente l'idea che counselling e psicologia siano da porre sullo stesso piano "dialettico-argomentativo", con pari dignità professionale.
Cosa che, ovviamente, non è: il counselling non è una professione riconosciuta. Il CNEL, nei suoi report, li considera "professione non regolamentata", categorizzandoli allo stesso livello delle associazioni di astrologi, operatori dell'esoterismo, stenotipisti, pranoterapeuti e dialoghisti. Insomma, dal punto di vista di tutela del titolo e di riconoscimento pubblico ufficiale, ha la stessa valenza di legge del pizzaiolo d'asporto; con la differenza che il pizzaiolo è tenuto al rispetto di maggiori certificazioni formali ed obblighi di verifica pubblica del counsellor. Il counsellor non psicologo, come professione in quanto tale, semplicemente non esiste. E quindi non può avere criteri pubblici di riconoscimento. In compenso, mi si dice, esistono molti corsi a pagamento che vendono formazione su qualcosa che non è riconosciuto dalla legge. E quindi, volendo, sul counselling si può guadagnare: basta vendere formazione, e iscrizioni a pagamento ad elenchi di carta che non hanno alcun valore formale, legale o professionale.
Ma sono certo che nessuno faccia queste cose, in Italia.
Intendiamoci: è comprensibile e legittimo che ciascuno porti acqua al proprio mulino; gli psicologi agli psicologi, i pizzaioli ai pizzaioli, i cosiddetti counsellor ai cosiddetti counsellor.
Evitiamo però di scivolare (immagino involontariamente) in codeste "azioni di marketing e di PR", sfruttando magari il disagio o disillusione dei giovani psicologi rispetto a università/EdS/Ordine, per cercare di convincerli che, tutto sommato, il counselling non-professionale non sia un problema, ma anzi, una cosa utile e buona. Soprattutto per loro. Suvvia










).
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