Era bello anche "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno".![]()
Era bello anche "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno".![]()
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Sì, come spiegare..del tipo: lei in questo momento (facendo o dicendo così), vuole questo e quest'altro da me, ecc, per cui insomma, ti fermi in silenzio per forza di cose.
Che fai, gli dici che non è vero?
Le cose son due: o gli dài del visionario, e allora che ci vai a fare, o accetti quel che dice, o ti riservi di pensarci in seguito, o inventi una replica lì per lì.
Il vuoto mentale che cos'é, boh?
In realtà forse non esiste, visto che senza pensare non si resta mai.
Ultima modifica di complicata : 15-05-2010 alle ore 20.37.48
O magari vai da un altro analista per analizzare anche l'analisi numero uno, come stai facendo qui con noi... E così via... Una persona non ne esce più fuoriOriginalmente inviato da complicata
.
Io alla fine penso che si va da un analista perché si è raggiunta una certa insofferenza nei confronti dell'esistenza (una volta magari si andava a pregare in chiesa o dallo stregone, oggi si va in analisi).
Probabilmente per molti, forse anche per me, è stato un passatempo per distrarsi un po' come ce ne sono tanti (come questo forum), in ogni caso è più divertente di altri passatempi ed è interessante per certi motivi, adesso provo a spiegarmi meglio.
C'è un signore dietro una scrivania seduto in poltrona che per sedare la disperazione o l'inquietudine di chi gli sta di fronte, ogni tanto usa termini pressappoco incomprensibili per spiegare quel che avviene, un paziente annuisce e dice magari di aver capito tutto, o in altri casi capisce comunque tutto quel che gli vien detto ma non afferra in che modo quel che gli viene detto possa risolvere alcunché. In sostanza dietro una certa calma apparente il paziente all'analista lo manderebbe a quel paese molto volentieri: io stesso, giulietta, benedetta e complicata per esempio adesso abbiamo tutt'ora questo atteggiamento.
Perché un paziente allora non manda analista e analisi al diavolo e puntualmente ci torna la settimana dopo? Perché queste ripetute schermaglie senza convincersi e risolversi ad abbandonare tutto?
Perché secondo me in un certo qual modo chi va in analisi è disperato e soltanto quella persona, l'analista, gli ha promesso, o gli ha fatto capire, che il suo intervento migliorerà la situazione, migliorare in che senso la situazione e come non si sa e non si riesce mai a capire, poi far parlare un analista e ottenere informazioni del genere in modo comprensibile e chiaro è impossibile (adesso più o meno ho capito perché), perciò ci sono anche questi altri motivi in più per continuare ad andarci
.
In fin dei conti ci si aggrappa a qualcosa, anche se inconsistente, pur di aggrapparsi a qualcosa, perché è l'unico appiglio che c'è in giro, nemmeno i preti promettono cose del genere, la vita eterna spesso può non interessare ai più, si è interessati a campare bene qui sulla terra.
L'analista in ogni caso, di fronte anche alle aggressioni verbali più minacciose mantiene la calma, e magari con un sorriso dice di continuare e proseguire con l'analisi perché tutto sarà chiaro poi, e invece seduta dopo seduta tutto diviene sempre più fumoso e nero come la pece ed è chiaro solo che è tutto fumoso.
Qualcuno poi per difendersi dall'idea di essere un completo imbecille nel portare avanti tutto questo, (pagando spesso anche profumatamente le sedute), dovrà pur raccontarsi che gli è stato utile in qualche modo, che ha scoperto qualcosa di illuminante, e così ci sono tutte queste testimonianze di persone entusiaste nei confronti della sua efficacia.
Poi però diverse altre persone si chiedono: ma perché questo continua ad andarci in analisi visto che, se è vero quel che dice, ormai dovrebbe essere soddisfatto ed aver risolto i problemi che lo hanno spinto ad andarci?![]()
Spesso si pensa di non essere riusciti a capire di che si tratta, ma erroneamente perché si tratta proprio di quello che ho descritto, un gioco fatto di parole di cui prima o poi ci si stanca per noia (e non se ne avrà quindi più bisogno) oppure perché nel frattempo i problemi che c'erano un tempo che ci motivavano ad andarci o li si è riusciti a risolvere in qualche modo o non si ha nemmeno più intenzione di risolverli più... Si è invecchiati un bel po' dopo svariati anni.
L'unica cosa che si scopre davvero alla fine è di essere degli imbecilli, perché quel che sorregge questa tendenza a chiedere aiuto e rivolgersi a qualcuno è il fatto che ci si trova di fronte a situazioni irrimediabili rispetto alle quali si vorrebbe disporre di un rimedio.
Si ha bisogno di una "stampella impossibile" e l'analista riesce ad inserirsi là dove c'è questo bisogno umano (al posto del prete o di altre figure che operavano un tempo in quest'ambito).
Sapete qual è la cosa paradossale? Che l'analisi in un certo senso è inutile perché una "stampella impossibile" non può esistere e quindi non può sorreggere alcunché in modo efficace, ma in un altro senso risulta utile perché risponde ad un bisogno umano estremamente radicato: quello di poter disporre di un qualcosa che magicamente in qualche modo possa aggiustare certe cose.
Saluti e Buonanotte
Ultima modifica di Char_Lie : 16-05-2010 alle ore 00.40.28
poter disporre di un qualcosa che magicamente in qualche modo possa aggiustare certe cose .
del paziente
Forse un problema é proprio questo: riporre -da parte del paziente - nell'analisi e nell'analista delle aspettative magiche che appartenenendo al mondo dell'onnipotenza infantile che non si riesce a -o ci si rifiuta ostinatamente di - superare, non potranno che essere deluse. In questi casi, probabilmente anche le aspettative di efficacia, verranno meno così come la pazienza dello stesso paziente che non comprende talvolta, che potrebbe essere questo il primo ostacolo a certe sue difficoltà.
Esiste la possibilità che le aspettative di efficacia vengano meno anche in modi più fruttuosi.
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Che dura crescere Charlie, eh?
Rosa, dal mio punto di vista, ha trovato le parole giuste al tuo intervento.
Aggiungo che capita di riuscire anche di vedere un analista per quello che è: un uomo (o donna) che, in primo luogo, dei suoi limiti, delle sue fragilità, delle sue debolezze, della sua frammentazione, della sua inadeguatezza, delle sue ferite e delle sue incomprensioni del mondo ne ha fatto un “mestiere” di aiuto agli altri.
C’è chi, di ciò, ne ha consapevolezza ancora prima di sedersi là, sulla poltrona; chi, viceversa, ci metterà un po’; e chi, forse, non ci riuscirà mai.
Nel primo caso, l’unico del quale io possa parlare, l’analisi può essere utile ed efficace perchè aver già riconosciuto ciò di cui dicevo sopra negli altri - e quindi anche nell’analista, ancora prima di entrare in quello studio - non necessariamente significa averlo accettato per se stessi. E allora, si cercherà di capire il perchè, e quindi di fare in modo che avvenga.
In questi casi, non si avverte mai la necessità di mandare a quel paese un analista, tantomeno di impegnarsi in schermaglie o giochi di parole, in battaglie o bracci di ferro, in vincitori e vinti.
Si fa un viaggio dentro se stessi e con il supporto di qualcuno che l’ha fatto prima di te. Il che, di per sé, non è garanzia di nulla, sia ben chiaro.
Ma tant’è Charlie, ci si prova: perchè l’alternativa - rimanere cioè in quello stato di non accettazione - da un certo punto in poi può diventare insopportabile, ti risucchia fino all’ultima energia, ti fa morire di una morte lenta e dolorosa: ti impedisce cioè di vivere l’imperfezione della vita e del mondo e che - ti suonerà strano, lo so - oltre ai suoi aspetti disperanti contiene anche quelli che disperanti non sono.
G.
Si, Gaia, riesco a seguire ciò che dici, però non so quanto si possa considerare un “problema” e non un dato di fatto, dal momento che il paziente è portatore di una sofferenza talmente grande che non può non pensare che la terapia possa essere la “soluzione magica”.
Se riuscisse a trovar posto alla sua sofferenza, stai pur certa che si risparmierebbe tempo e fatica di sedute di interminabile durata e costo.
E se riuscisse a riorganizzarsi, fugando le aspettative magiche, dovrei pensare che non esiste la possibilità di cambiamento strutturale per una persona che riesca, da sola, a “gestire” le fantasie di onnipotenza infantili. Forse in questo caso il soggetto potrebbe rivolgersi più proficuamente a terapie cognitivo-comportamentali, in cui è chiaro il ruolo del terapeuta, in cui non c’è necessità di gestire il transfert ed in cui l’intervento può essere mirato alla sola estinzione del sintomo, che poi, si…molto probabilmente si trasformerà in qualcos’altro, ma è coerente con la propria capacità di riorganizzazione.
Diversamente, in analisi, a mio avviso, non si può prescindere dalle “aspettative magiche” del paziente, che a quel punto, non diventano un “suo” problema, quanto dell’analista che dovrebbe, mediante gli strumenti analitici, emanciparlo anche nei suoi stessi desideri.
Qual è il paziente più emancipato? Quello che segue ogni singola parola del proprio analista a prescindere dalla propria partecipazione attiva, oppure quello che vuole ricordargli la sua presenza in quella stanza?
Quello che lascia “terreno” o quello che richiede coerenza?
Io penso che la terapia psicoanalitica si sostanzi in un incontro (ricordo un bel post di ikaro in questo thread al riguardo). E pertanto molto difficile da avverarsi e da mantenersi, come tutti gli incontri che “si sentono”.
Sono più che convinta che esista una comunicazione tra esseri umani che perturbi e riesca ad arrivare all’anima, alla mente e al corpo; una comunicazione tanto potente quanto estremamente fragile quando si scontra con la paura.
Quando fa paura la disponibilità (es. paziente per analista, analista per paziente) perché ci scopre, si frappongono “paroloni”, teorie, resistenze dimentichiamo di essere uomini e ci “vestiamo” di professione, di ruolo, di vittima e non c’è Freud che tenga che possa far superare quest’empasse…ci possono essere solo due uomini che lo vogliono.
Saluti
Le "gli aspettative magiche" sono uno degli aspetti su cui lavorare in una psicoterapia analitica ed in psicoterapia in generale, seppure con modalità differenti, nei modi e nei tempi che si sentiranno più adeguati. In esse, con il desiderio, c'é anche aggressività, quindi la paura si raddoppia. "Nella stanza d'analisi ci sono due persone molto spaventate"; W.R. Bion. "Se non lo fossero, dovremmo chiederci cosa ci stanno a fare lì " (dato che probabilmente, ritengono di aver già scoperto tutto ciò che c'era da scoprire quindi, non si capisce quale sia il problema).
Non mi sembra di aver detto che le "fantasie onnipotenti e le aspettative magiche" vadano "abbandonate/lasciate alla completa gestione" del paziente; mi riferivo ad un altro aspetto che é il riconoscerne l'esistenza aspetto già difficile. La loro elaborazione fa parte di un processo che meglio di me potrà sinteticamente, se lo riterrà opportuno, illustrarti gieko (e Megiston).
Gaia
Tessera n° 15 Club del Giallo
Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4
Poche volte ho letto parole più belle e ho sentito tanta sensibilità e delicatezza nell'accostarsi a questioni come questa. Non ho niente da aggiungere tranne che è un piacere stare a leggervi!
Buona domenica.
P.S. Vi avrei dato reputazione a tutte e quattro se solo Ops lo avesse permesso![]()
Non so, gli aspetti brutti per me adesso hanno la meglio su quelli belli, e per me non si tratta semplicemente di modificare un racconto (dirsi che il mondo e la mia esistenza tutto sommato sono belli così come sono), ma di amplificare materialmente quelli belli. Certo che se ogni volta per migliorare qualcosa in meglio, devo peggiorare altro, la situazione nell'insieme va sempre poi a scatafascio.Originalmente inviato da giulietta.o
Guarda questo breve cortometraggio animato. Sono pupazzetti di plastilina, non esser troppo prevenuta: sai molti adulti dicono sempre "ah ma sono pupazzi, è un cartone animato! Roba per bambini"... Che poi 'sti bambini, dicendo così, si fa capire che li si tratta davvero come a dei deficienti. Ti assicuro che è ben realizzato, riesce ad esprimere bene quel che provo.
Saluti
Ultima modifica di Char_Lie : 17-05-2010 alle ore 15.17.23
Caro Charlie: ti capisco. Ok?
Però attento, qui non si tratta di modificare un racconto. “Raccontarsela” non serve assolutamente a nulla, ed è talmente scontato che non vorrei neanche perderci del tempo se non ti spiace.
L’analisi non fa questo. E neanch’io stavo facendo questo.
Sono di corsa oggi, ma prova intanto a riflettere sul fatto che amplificare gli aspetti belli per neutralizzare quelli brutti sia di fatto la stessa cosa, cioè un raccontarsela su.
Sarebbe solo un’altra forma di negazione di ciò che di brutto ci appartiene o ci capita.
L’inconscio martella mio caro, protesta, punta i piedi, ci boicotta. Puoi coprirti d’oro come Paperon de Paperoni e trombare tanto quanto Rocco Siffredi, cambiare domicilio o identità, rifarti i connotati o chiuderti in convento, ma se quello ha deciso di farsi sentire non ci sono finti sordi che tengano.
Tantovale ascoltarlo. E da soli non si può.
Ne riparliamo, sono di corsa, dopo guardo il video, ciao
G.
E' un inconscio sconcScio?
Nel senso che non ha un minimo di pudore?
Almeno quando esce dalla doccia, un accappatoino se lo potrebbe anche mettere, èvero?![]()
Caro Charlie,
l’ho visto il video, ed è tristissimo.
Ma allora mi domando, e a maggior ragione, quali possano essere i tuoi dubbi rispetto alla necessità di andare a fondo, dato che l’omino alla fine - “ottenuto” quel che pensava che ottendendo gli avrebbe cambiato la vita - non sta affatto meglio di prima.
G.
Cara Complicata,
non so il tuo di inconscio, ma il mio sa essere sconcissimo...
Altro che accapatoio, magari fosse solo questione di coprire le pubenda, quello proprio non me le manda a dire, porcaccia d'una miseria...