Caro Luigi,
veramente, ogni volta che mi è capitato di parlare con te ti ho sempre visto col naso storto, tanto è vero che ormai pensavo che tu avessi il naso proprio così

, mi fa piacere comunque sapere che non si tratta di un difetto congenito

.
Qualcuno ha cercato di individuare nell’opera di Freud un “soggetto” dell’inconscio (visto che l’Io non ha alcuna caratteristica soggettiva, tuttalpiù potrebbe essere un buon vigile urbano che cerca di far defluire al meglio gli incrementi energetici, seguendo accuratamente un “codice della strada” che lui non ha scritto, ma che applica soltanto).
Se ti interessa la mia opinione in proposito, in Freud non esiste traccia di soggetto nemmeno nell’inconscio, Freud è stato l’ultimo e il più sofisticato epigone dei grandi costruttori di “mitologie del cervello” o della “mente” che lo hanno preceduto (Fechner, Bachofen, Janet, von Helmoltz, Du Bois-Reymond, Ludwig, Benedikt, Von Müller, Brücke, Exner, von Fleischl-Marxow, Meynert, ...) ha cercato di creare un “apparato psichico” a spiegazione delle sue e delle altrui osservazioni cliniche.
Qualcosa che funzionasse per inerzia spinto da oscure pulsioni interne e ostacolato da limiti esterni. E questo non perché, come dice qualcuno, i suoi tempi erano quelli, ricordo a tutti che Husserl era soltanto di pochi anni più giovane di Freud, eppure la sua fenomenologia è una delle migliori teorie filosofiche del soggetto, e anche che lo stesso Freud, così come Husserl, aveva seguito a più riprese le lezioni viennesi di Franz Brentano sull’intenzionalità della coscienza soggettiva.
Un grande estimatore sia di Brentano sia di Husserl era Binswanger, che di Freud era amico; Binswanger era consapevole che la “patologia” non poteva riguardare solo i “contenuti” psichici, ma progressivamente anche il “contenitore”, cioè il “soggetto”.
L’ipotesi di un soggetto ben delineato nella psicoanalisi arriva però solo con Lacan, sulla scia delle riflessioni di Nietzsche, di Husserl, di Heideggher, ma soprattutto degli esistenzialisti francesi, in primo luogo Maurice Merleau-Ponty.
Lacan, da accorto diplomatico cerca in uno dei suoi seminari (Jacques Lacan, (1978),
Il seminario. Libro II. L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi 1954-1955, Einaudi, Torino, 2006) di sviluppare il suo pensiero sul soggetto a partire da Freud, consapevole che non si può dire nulla se non “in nome del padre”, ma questo non gli risparmierà l’espulsione (qualche anno più tardi) dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale.
Il soggetto è quello che Lacan chiama
ça, che però è costitutivamente diviso ed esautorato dalle sue funzioni soggettive dal desiderio, come altro da sè (
de-siderium= che concerne le stelle), che parla a sua insaputa (
ça parle) e il linguaggio, che gli preesiste, determinandolo attraverso i significanti.
Non era alieno dal pensiero di questo grande psicoanalista francese l’idea che il soggetto dovesse, al termine di una analisi ben riuscita, andare ad abitare l’ordine del discorso (la sua famosa interpretazione del "wo es war ..." freudiano), la casa dei significanti, il
discours courant (discorso corrente) che spesso (col gioco di parole con cui deliziava i suoi seguaci nei seminari) faceva diventare
disque courant (disco corrente).
Successivamente, intersoggettivi e relazionali hanno cercato solo di cogliere questo soggetto in rapporto con l’altro e l’Infant Research ne delinea il suo strutturarsi a partire da una relazione primaria e significativa.
Mi stupisce, comunque, il tuo stupirti che si parli di “soggetto”, mi pare che insieme a “relazione” ultimamente sia uno dei termini più usati nei congressi (anche in quelli della SPI) e di cui trovi una letteratura praticamente sterminata negli
abstracts.
D’altronde, se una psicologia (o a maggior ragione una psicoanalisi) non si occupassero del soggetto, di che altro dovrebbero occuparsi, di barbabietole???



Un saluto.