
Originalmente inviato da
luigi '84
Si. Capisco bene. In ogni caso, sull'originario fantasmatico bisognerebbe chiarirsi un pò. Non condivido il sospetto di un apriori teorico, di un ''sapere'' supposto all'esperienza (filogenesi) ma solo a patto di rileggere questi spunti sempre ''simbolicamente''. Riporto un pezzo recente che si accorda mi pare alle tue riflessioni su Bion:
La psiche, seguendo le riflessioni di Paulo Barone, potremmo dire che si dà ''nel mezzo'', in un ''fra'' che è cifra di ogni fatto psichico che si storicizza, da un lato, e dall'altro porta con sè l'inconfondibile marchio di un ''passato'' mai del tutto esplicabile. L'analista, a ben vedere, ha tra le mani niente più che un ''presente simbolico'', il ''fra'' instancabile attraverso cui la psiche del paziente, persa nelle sue narrazioni e associazioni, si produce con tutte le sue ''eccedenze''; eccedenze mai del tutto esauribili, ma sempre ''contese'' tra campo della coscienza e campo dell'inconscio. Qui il principio logico ''tertium non datur'' non ha nessuna validità giacchè ciò che l'analisi produce è propriamente un ''terzo'', una possibilità sconosciuta.
Nelle citazioni di gieko (e non solo) Freud fa un travaso junghiano: questa lettura è però effettivamente riduttiva; diciamo che 'placa gli animi', produce sapere nel senso di ''dimore per significati condivisi'' (stando a Barone produce ''lettere'', segni, che sono poi la morte del simbolo) una volta per tutte. Jung oscilla e talvolta si perde, su questo punto. C'è da dire però che le letture junghiane classiche non hanno affatto colto il punto essenziale della faccenda che già nel 1912 (Wandlungen...) Jung propone e che ribadisce nel saggio ''teoria della psicoanalisi'' del 1913: non esiste nulla che non sia ancorato alla legge simbolica. Per cui, non esiste ''un'' momento simbiotico, non esiste ''un'' incesto, ''una'' castrazione: nulla di contingente, nulla di reale (il reale è inabitabile). Si, è possibile che un giorno sia accaduto qualcosa, ma è del tutto inutile tentare di prendere l'inafferrabile. Ecco in cosa consiste il cosiddetto ''inconscio collettivo'': nell'impossibilità di uscire dal simbolico, cioè da una legge che, per quanto insondabile ''temporalmente'', ricopre la storia dell'uomo, da sempre. Se la ''cosa'' sia stata mai tale, in effetti, non è dato saperlo. Da qui lo statuto dell'immagine: l'immagine è all'inizio e alla fine, è annodata al mondo ma lo oscura. L'operazione non è di poco conto nemmeno dal punto di vista ''pratico'' giacchè sempre Jung si accorge di come il ''racconto'' del paziente (sia nell'ambito della prima teoria del trauma, sia nell'ambito evolutivo di una ricerca nel passato ''biografico'') può essere estremamente fuorviante: per cui non c'è nessuna ''causa segreta'' (l'immaginario del paziente ne crea in quantità) ma solo un prodursi ''presente'' della psiche in una apertura che Jung definisce 'funzione simbolica'; ed è lì che si gioca l'essenziale sia per quanto riguarda la questione della ripetizione nel transfert sia per quanto riguarda lo svincolamento del paziente, il suo dislocamento, la sua individuazione. Individuarsi potrebbe significare una ''centratura del tutto nuova'': nè da una parte nè dall'altra...insomma, ancora un centro inesistente ma che pure produce i suoi effetti proprio nell'indicazione di una ''possibilità'', di un terzo ''sconosciuto'' che, nel suo fare enigma, dispone al cammino.
Saluti,
Luigi