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  1. #421
    Partecipante Esperto L'avatar di irenesotgia
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Citazione Originalmente inviato da MEMOLEMEMOLE Visualizza messaggio
    ragazze..piccolo consiglio da chi ha già dato l'eds....Non è importante azzeccare la diagnosi ma argomentare il procedimento diagnostico..cioè scrivere tutto ciòche state dicendo ora: dubbi, sintomi che vi portano ad una ipotesi diagnsotica...eventuali ipotesi diverse e necessità di informazioni ulteriori!.....è questo che farà del vostro compito..un BUOn compito..non il fatto di aver azzeccato la diagnosi..ve lo dice una che alla terza prova la diagnosi..L'Ha SBAGLIATA!..e pure..eccomi qui abilitata!
    grazie per i preziosi consigli...
    mi chiedevo.. per il caso da inventare dobbiamo scegliere un disturbo e metterlo "addosso" a un paziente? mi sembra complicatissimo..
    iri

  2. #422
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di Distillers
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    S sì, ma infatti io mi sto esercitando svolgendo diversi casi clinici e ho già in mente lo "schema" da seguire più o meno. Mi sto solo esercitando maggiormente nell'ipotesi differenziali, perché spesso tendo a dimenticare alcuni sintomi importanti da approfondire
    «O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza.»
    Ernesto Guevara de la Sierna


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  3. #423
    Partecipante Assiduo
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Andrea Rossi (nome di fantasia) è un consulente finanziario di 35 anni, che su consiglio del medico curante si rivolge allo psicologo per meglio comprendere e possibilmente risolvere un disagio che sta limitando la sua vita personale e professionale. Da circa due mesi alcuni sintomi fisiologici, come palpitazioni, lievi attacchi di panico, sensazione di soffocamento, senso di instabilità, disturbi dell’attenzione provocano una sensazione di intenso disagio, smarrimento e fantasie di morte. Questo quadro limita fortemente le attività di Andrea nella sua vita lavorativa e non. In alcune occasioni l’intensità dei sintomi lo hanno costretto a rivolgersi al Pronto Soccorso.
    Da allora, per i viaggi in auto chiede l’accompagnamento di un collega o, se non è possibile, ricerca sempre nuovi motivi per mantenere dei contatti telefonici durante i tragitti. Appena terminati gli studi ha voluto una sua indipendenza abitativa ed economica, con una vita sociale allargata e vivace, I suoi legami con la famiglia di origine -padre e madre, Andrea è figlio unico- sono apparentemente buoni ma ultimamente ha la netta percezione di incontrare chiusure e rifiuti a fronte anche di richieste di tipo materiale. I genitori gli hanno rifiutato un piccolo prestito con la motivazione dell’ormai matura età del figlio nel dover provvedere da solo alle sue esigenze, Il rapporto con le ragazze è sempre stato frenato dalla paura che la sua storia personale possa confermare la spirale di ulteriori rifiuti e delusioni affettive nella quale gli sembra di esser caduto.

    Potrei chiedervi di commentare questo caso come se, più o meno, fossimo all'esame?

  4. #424
    Partecipante Assiduo
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Andrea Rossi (nome di fantasia) è un consulente finanziario di 35 anni, che su consiglio del medico curante si rivolge allo psicologo per meglio comprendere e possibilmente risolvere un disagio che sta limitando la sua vita personale e professionale. Da circa due mesi alcuni sintomi fisiologici, come palpitazioni, lievi attacchi di panico, sensazione di soffocamento, senso di instabilità, disturbi dell’attenzione provocano una sensazione di intenso disagio, smarrimento e fantasie di morte. Questo quadro limita fortemente le attività di Andrea nella sua vita lavorativa e non. In alcune occasioni l’intensità dei sintomi lo hanno costretto a rivolgersi al Pronto Soccorso.
    Da allora, per i viaggi in auto chiede l’accompagnamento di un collega o, se non è possibile, ricerca sempre nuovi motivi per mantenere dei contatti telefonici durante i tragitti. Appena terminati gli studi ha voluto una sua indipendenza abitativa ed economica, con una vita sociale allargata e vivace, I suoi legami con la famiglia di origine -padre e madre, Andrea è figlio unico- sono apparentemente buoni ma ultimamente ha la netta percezione di incontrare chiusure e rifiuti a fronte anche di richieste di tipo materiale. I genitori gli hanno rifiutato un piccolo prestito con la motivazione dell’ormai matura età del figlio nel dover provvedere da solo alle sue esigenze, Il rapporto con le ragazze è sempre stato frenato dalla paura che la sua storia personale possa confermare la spirale di ulteriori rifiuti e delusioni affettive nella quale gli sembra di esser caduto.

    Potrei chiedervi di commentare questo caso come se, più o meno, fossimo all'esame?

  5. #425
    Partecipante Assiduo L'avatar di ntegnomo
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Scusate ragazzi qualcuno può aiutarmi a capire la differenza tra un setting di tipo supportivo o espressivo..le prescrizioni in generale..perchè a volte le chiedono e sto incontrando difficoltà..!!

  6. #426
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di Distillers
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    la terapia supportiva è indicata nei casi limite quando non c'è un buon contatto con la realtà (ad esempio disturbi dell'umore, disturbo borderline, disturbo paranoide, etc) e mira alla ricostruzione, ristrutturazione e rafforzamento dell'Io. In pratica tu la usi per evitare uno scivolamento sempre maggiore verso una condizione psicopatologica più grave.
    Quella espressiva, invece, è indicata nel caso in cui il soggetto abbia un buon esame di realtà, consapevolezza della sofferenza e sia in grado di lavorare con le interpretazioni. Ad esempio un disturbo d'ansia può essere trattato con tale terapia.
    L'indicazione della terapia, però, deve essere accompagnata dal tipo di intervento psicoterapeutico (cognitivo-comportamentale, psicodinamico, sistemico) indicandone i motivi. Spero di averti aiutata
    «O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza.»
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  7. #427
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di Distillers
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Vi riporto il caso clinico a cui mi sono dedicata oggi:

    C. di 56 anni si rivolge ad uno psicologo clinico su indicazione del medico di medicina generale, al quale si è rivolto in un momento di profonda crisi personale, che gli ha prescritto una terapia farmacologica con dosaggio minimo.
    Nel corso del colloquio dice di non farcela più, di aver paura di tutto, di non uscire di casa da alcuni mesi, di non riuscire più a guidare per il timore di far del male a se stesso o agli altri, e di sentire che il mondo gli crolla addosso. Recentemente, ha dovuto chiudere la sua attività lavorativa di artigiano, sia per aver maturato la pensione minima che per problemi di salute, in seguito ad alcuni interventi chirurgici per peritonite prima e un cancro alla pelle dopo. Della stessa forma tumorale era morto il padre, 25 anni fa, uno zio paterno e la nonna paterna. Dopo la repentina morte del padre, la madre è caduta in uno stato di sconforto da cui non si è più ripresa e C. è terrorizzato di fare la stessa fine del padre o della madre.
    Racconta di essersi sposato nel 1985 con A., già incinta, e di essere rimasto a vivere con lei nella stessa casa con la madre, dato che la sorella si era sposata alcuni anni prima. Per vent'anni circa la madre ha avuto bisogno di assistenza continua finché è stato costretto ad inserirla in una casa di riposo, con notevoli sensi di colpa. La figlia V. ora ha 22 anni, lavora ed è fidanzata e si prospetta una sua uscita di casa.
    Durante tutto il colloquio non riesce a stare seduto, cammina per la stanza, battendo lievemente la testa sulla scrivania e riferisce che il giorno prima si era recato al Pronto Soccorso in preda ad idee suicidarie.


    io l'ho svolto così (sarebbero gradite critiche e/o osservazioni )

    C. ha 56 anni e si rivolge allo psicologo su indicazione del medico generico presso cui si era recato in un momento di profonda crisi personale e che gli ha prescritto una terapia farmacologica con dosaggio minimo. C. riferisce di non farcela più, di aver paura di tutto e di non uscire di casa oramai da alcuni mesi, di non riuscire a guidare per il timore di fare del male a se stesso o agli altri e di sentire che il mondo gli crolla addosso. Aveva un’attività lavorativa di artigiano che, però, ha dovuto chiudere sia per aver maturato la pensione minima, sia per problemi di salute (peritonite operata e cancro alla pelle). Venticinque anni fa ha perso il padre per la stessa forma tumorale che ha colpito lui, oltre che lo zio paterno e la nonna paterna. Con la morte del padre, la madre è caduta in uno stato di sconforto da cui non si è più ripresa e C. ha paura di fare “la stessa fine” dei genitori.
    Nel 1985 si è sposato con A., che era già incinta, ed ha vissuto con lei e la madre, visto che la sorella si è sposata alcuni anni prima. Per circa vent’anni ha dovuto assistere la madre finché è stato costretto ad inserirla in una casa di riposo, e ciò lo ha portato a provare sensi di colpa. Ora la figlia, V., ha 22 anni, lavora, è fidanzata e dovrebbe lasciare a breve la casa in cui vive con lui.
    Durante tutto il colloquio C. non riesce a stare seduto, cammina per la stanza, battendo lievemente la testa sulla scrivania, e riferisce che il giorno prima si era recato al Pronto Soccorso in preda ad idee suicidiarie.
    Nel protocollo mancano alcune informazioni essenziale per poter comprendere meglio la condizione psicologica di C. e che quindi andrebbero approfondite mediante un colloquio in cui, inoltre, possano essere osservati altri aspetti altrettanto importanti (abbigliamento, cura di sé, comportamento non verbale, eloquio). Innanzitutto è fondamentale un’analisi della domanda che indaghi il motivo per cui C. si è rivolto allo psicologo: dal protocollo emerge che sia venuto su indicazione del medico generico, per cui potrebbe non è venuto di sua iniziativa. È importante, altresì, capire cosa si aspetta da un possibile percorso terapeutico. Queste informazioni sono essenziali per una comprensione del grado di motivazione ad intraprendere un percorso autoconoscitivo e di cambiamento, fondamentale per l’instaurazione di un’alleanza terapeutica produttiva e costruttiva.
    Sarà necessario conoscere da quanto tempo C. lamenta la sintomatologia riportata, se fosse presente già da prima o se, invece, sia insorta di recente e in concomitanza con quali eventi particolari, come la vive e che impatto ritiene che abbia sulla sua vita quotidiana. Ciò è importante per comprendere la gravità effettiva dei sintomi, la compromissione che comportano a livello del funzionamento globale e, quindi, per una possibile ipotesi diagnostica. È, altresì, importante sapere se continua ad assumere i farmaci indicatigli dal medico e la loro tipologia.
    Bisogna approfondire la natura delle sue relazioni significative, quindi le relazioni intrafamiliari, con i genitori e la sorella, con la moglie e con la figlia e, infine, con il fidanzato della figlia. Anche l’approfondimento delle relazioni extrafamiliari è importante. Queste informazioni ci danno un’idea del modo in cui C. si relaziona agli altri, essenziale per avere un quadro più completo del suo funzionamento globale.
    Dal protocollo emerge che C. abbia avuto problemi di salute alquanto seri e rilevanti, ma non vi è accenno al modo in cui li ha affrontati: vanno, dunque, approfondite tali informazioni, che impatto la malattia abbia avuto sull’immagine di Sé e sulla sua vita personale, lavorativa e relazionale e se persiste tuttora. Il cancro della pelle può essere, infatti, una condizione medica assolutamente rilevante, perché la sua eventuale persistenza potrebbe incidere pesantemente sui suoi vissuti emotivi, senza considerare l’impatto che possono avere le cure necessario per affrontarlo.
    È da approfondire anche il suo vissuto rispetto al fatto che l’unica figlia sta per lasciare la famiglia d’origine. Potrebbe essere l’ennesima perdita da affrontare che va a sommarsi agli altri lutti eventualmente irrisolti.
    C. riferisce che negli ultimi mesi non esce più, ma non dice il perché: sarà, dunque, necessario approfondire questo punto, per capire se ciò sia dovuto ad eventuale senso di inferiorità, inadeguatezza, mancato interesse, paura di uscire da solo.
    Sulla base dei dati a nostra disposizione non è possibile formulare una diagnosi certa, dal momento che mancano i presupposti essenziali ed essendo necessarie maggiori informazioni, come abbiamo finora indicato. Tuttavia, si potrebbero formulare delle ipotesi che andrebbero comunque approfondite attraverso colloqui ed eventualmente strumenti psicodiagnostici che potrebbero aggiungere maggiori informazioni o dare ulteriori suggerimenti. Nel fare ciò facciamo riferimento al Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-IV). La sintomatologia lamentata (“non ce la fa più”, non esce di casa, sensazione che il mondo gli stia per crollare addosso, ideazioni sucidi arie, paura di tutto, timore di fare del male a se stesso e agli altri) potrebbero far pensare ad un Disturbo d’Ansia Non Altrimenti Specificato. Anche gli aspetti comportamentali osservati durante il colloquio sembrano rimandare a stati di ansia. Tuttavia, si potrebbe pensare ad un Disturbo dell’Umore con marcata ansia come diagnosi differenziale.
    Saranno necessario ulteriori colloqui con C. che mirino all’approfondimento della sintomatologia per rilevarne durata e gravità, che possano giustificare o confutare le ipotesi appena formulate, nonché la somministrazione di test psicodiagnostici di approfondimento, in particolare l’MMPI-2 (per valutare i tratti psicopatologici), la SCID-1(intervista strutturata per i disturbi di asse I) e il TAT (per ottenere informazioni sulle emozioni, gli atteggiamenti e i processi cognitivi in modo da avere un’analisi globale dell’intera persona).
    Se l’ipotesi diagnostica di disturbo ansioso NAS dovesse trovare conferma proporrei una terapia espressiva a carattere psicodinamico che miri ad una rielaborazione dei termini del conflitto, alla consapevolizzazione e a favorire la canalizzazione degli impulsi.
    Se, invece, dovesse rivelarsi indicata l’ipotesi di Disturbo dell’Umore con ansia marcata, proporrei una terapia inizialmente supportiva, che ricostruisca e favorisca un’integrazione dell’Io del paziente e abbassi le quote d’angoscia, e poi espressiva, per favorire la rielaborazione del disagio psichico. Anche in questo caso l’intervento sarebbe ad orientamento psicodinamico, per gli stessi motivi sopra riportati.
    «O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza.»
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  8. #428
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Citazione Originalmente inviato da Distillers Visualizza messaggio
    Vi riporto il caso clinico a cui mi sono dedicata oggi:

    C. di 56 anni si rivolge ad uno psicologo clinico su indicazione del medico di medicina generale, al quale si è rivolto in un momento di profonda crisi personale, che gli ha prescritto una terapia farmacologica con dosaggio minimo.
    Nel corso del colloquio dice di non farcela più, di aver paura di tutto, di non uscire di casa da alcuni mesi, di non riuscire più a guidare per il timore di far del male a se stesso o agli altri, e di sentire che il mondo gli crolla addosso. Recentemente, ha dovuto chiudere la sua attività lavorativa di artigiano, sia per aver maturato la pensione minima che per problemi di salute, in seguito ad alcuni interventi chirurgici per peritonite prima e un cancro alla pelle dopo. Della stessa forma tumorale era morto il padre, 25 anni fa, uno zio paterno e la nonna paterna. Dopo la repentina morte del padre, la madre è caduta in uno stato di sconforto da cui non si è più ripresa e C. è terrorizzato di fare la stessa fine del padre o della madre.
    Racconta di essersi sposato nel 1985 con A., già incinta, e di essere rimasto a vivere con lei nella stessa casa con la madre, dato che la sorella si era sposata alcuni anni prima. Per vent'anni circa la madre ha avuto bisogno di assistenza continua finché è stato costretto ad inserirla in una casa di riposo, con notevoli sensi di colpa. La figlia V. ora ha 22 anni, lavora ed è fidanzata e si prospetta una sua uscita di casa.
    Durante tutto il colloquio non riesce a stare seduto, cammina per la stanza, battendo lievemente la testa sulla scrivania e riferisce che il giorno prima si era recato al Pronto Soccorso in preda ad idee suicidarie.


    io l'ho svolto così (sarebbero gradite critiche e/o osservazioni )

    C. ha 56 anni e si rivolge allo psicologo su indicazione del medico generico presso cui si era recato in un momento di profonda crisi personale e che gli ha prescritto una terapia farmacologica con dosaggio minimo. C. riferisce di non farcela più, di aver paura di tutto e di non uscire di casa oramai da alcuni mesi, di non riuscire a guidare per il timore di fare del male a se stesso o agli altri e di sentire che il mondo gli crolla addosso. Aveva un’attività lavorativa di artigiano che, però, ha dovuto chiudere sia per aver maturato la pensione minima, sia per problemi di salute (peritonite operata e cancro alla pelle). Venticinque anni fa ha perso il padre per la stessa forma tumorale che ha colpito lui, oltre che lo zio paterno e la nonna paterna. Con la morte del padre, la madre è caduta in uno stato di sconforto da cui non si è più ripresa e C. ha paura di fare “la stessa fine” dei genitori.
    Nel 1985 si è sposato con A., che era già incinta, ed ha vissuto con lei e la madre, visto che la sorella si è sposata alcuni anni prima. Per circa vent’anni ha dovuto assistere la madre finché è stato costretto ad inserirla in una casa di riposo, e ciò lo ha portato a provare sensi di colpa. Ora la figlia, V., ha 22 anni, lavora, è fidanzata e dovrebbe lasciare a breve la casa in cui vive con lui.
    Durante tutto il colloquio C. non riesce a stare seduto, cammina per la stanza, battendo lievemente la testa sulla scrivania, e riferisce che il giorno prima si era recato al Pronto Soccorso in preda ad idee suicidiarie.
    Nel protocollo mancano alcune informazioni essenziale per poter comprendere meglio la condizione psicologica di C. e che quindi andrebbero approfondite mediante un colloquio in cui, inoltre, possano essere osservati altri aspetti altrettanto importanti (abbigliamento, cura di sé, comportamento non verbale, eloquio). Innanzitutto è fondamentale un’analisi della domanda che indaghi il motivo per cui C. si è rivolto allo psicologo: dal protocollo emerge che sia venuto su indicazione del medico generico, per cui potrebbe non è venuto di sua iniziativa. È importante, altresì, capire cosa si aspetta da un possibile percorso terapeutico. Queste informazioni sono essenziali per una comprensione del grado di motivazione ad intraprendere un percorso autoconoscitivo e di cambiamento, fondamentale per l’instaurazione di un’alleanza terapeutica produttiva e costruttiva.
    Sarà necessario conoscere da quanto tempo C. lamenta la sintomatologia riportata, se fosse presente già da prima o se, invece, sia insorta di recente e in concomitanza con quali eventi particolari, come la vive e che impatto ritiene che abbia sulla sua vita quotidiana. Ciò è importante per comprendere la gravità effettiva dei sintomi, la compromissione che comportano a livello del funzionamento globale e, quindi, per una possibile ipotesi diagnostica. È, altresì, importante sapere se continua ad assumere i farmaci indicatigli dal medico e la loro tipologia.
    Bisogna approfondire la natura delle sue relazioni significative, quindi le relazioni intrafamiliari, con i genitori e la sorella, con la moglie e con la figlia e, infine, con il fidanzato della figlia. Anche l’approfondimento delle relazioni extrafamiliari è importante. Queste informazioni ci danno un’idea del modo in cui C. si relaziona agli altri, essenziale per avere un quadro più completo del suo funzionamento globale.
    Dal protocollo emerge che C. abbia avuto problemi di salute alquanto seri e rilevanti, ma non vi è accenno al modo in cui li ha affrontati: vanno, dunque, approfondite tali informazioni, che impatto la malattia abbia avuto sull’immagine di Sé e sulla sua vita personale, lavorativa e relazionale e se persiste tuttora. Il cancro della pelle può essere, infatti, una condizione medica assolutamente rilevante, perché la sua eventuale persistenza potrebbe incidere pesantemente sui suoi vissuti emotivi, senza considerare l’impatto che possono avere le cure necessario per affrontarlo.
    È da approfondire anche il suo vissuto rispetto al fatto che l’unica figlia sta per lasciare la famiglia d’origine. Potrebbe essere l’ennesima perdita da affrontare che va a sommarsi agli altri lutti eventualmente irrisolti.
    C. riferisce che negli ultimi mesi non esce più, ma non dice il perché: sarà, dunque, necessario approfondire questo punto, per capire se ciò sia dovuto ad eventuale senso di inferiorità, inadeguatezza, mancato interesse, paura di uscire da solo.
    Sulla base dei dati a nostra disposizione non è possibile formulare una diagnosi certa, dal momento che mancano i presupposti essenziali ed essendo necessarie maggiori informazioni, come abbiamo finora indicato. Tuttavia, si potrebbero formulare delle ipotesi che andrebbero comunque approfondite attraverso colloqui ed eventualmente strumenti psicodiagnostici che potrebbero aggiungere maggiori informazioni o dare ulteriori suggerimenti. Nel fare ciò facciamo riferimento al Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-IV). La sintomatologia lamentata (“non ce la fa più”, non esce di casa, sensazione che il mondo gli stia per crollare addosso, ideazioni sucidi arie, paura di tutto, timore di fare del male a se stesso e agli altri) potrebbero far pensare ad un Disturbo d’Ansia Non Altrimenti Specificato. Anche gli aspetti comportamentali osservati durante il colloquio sembrano rimandare a stati di ansia. Tuttavia, si potrebbe pensare ad un Disturbo dell’Umore con marcata ansia come diagnosi differenziale.
    Saranno necessario ulteriori colloqui con C. che mirino all’approfondimento della sintomatologia per rilevarne durata e gravità, che possano giustificare o confutare le ipotesi appena formulate, nonché la somministrazione di test psicodiagnostici di approfondimento, in particolare l’MMPI-2 (per valutare i tratti psicopatologici), la SCID-1(intervista strutturata per i disturbi di asse I) e il TAT (per ottenere informazioni sulle emozioni, gli atteggiamenti e i processi cognitivi in modo da avere un’analisi globale dell’intera persona).
    Se l’ipotesi diagnostica di disturbo ansioso NAS dovesse trovare conferma proporrei una terapia espressiva a carattere psicodinamico che miri ad una rielaborazione dei termini del conflitto, alla consapevolizzazione e a favorire la canalizzazione degli impulsi.
    Se, invece, dovesse rivelarsi indicata l’ipotesi di Disturbo dell’Umore con ansia marcata, proporrei una terapia inizialmente supportiva, che ricostruisca e favorisca un’integrazione dell’Io del paziente e abbassi le quote d’angoscia, e poi espressiva, per favorire la rielaborazione del disagio psichico. Anche in questo caso l’intervento sarebbe ad orientamento psicodinamico, per gli stessi motivi sopra riportati.
    secondo me benissimo..soprattutto la parte precedente la diagnosi con le tematiche da approfondire circa i lutti non elaborati e il prossimo matrimonio della figlia..ti ringrazio per la risposta sulla terapia ma non mi sono spiegata..chiedevo le differenze tra i tipi di setting cioè flessibile, strutturato etc..ad es. nel borderline deve essere strutturato..

  9. #429
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Citazione Originalmente inviato da Giupeppe Visualizza messaggio
    Andrea Rossi (nome di fantasia) è un consulente finanziario di 35 anni, che su consiglio del medico curante si rivolge allo psicologo per meglio comprendere e possibilmente risolvere un disagio che sta limitando la sua vita personale e professionale. Da circa due mesi alcuni sintomi fisiologici, come palpitazioni, lievi attacchi di panico, sensazione di soffocamento, senso di instabilità, disturbi dell’attenzione provocano una sensazione di intenso disagio, smarrimento e fantasie di morte. Questo quadro limita fortemente le attività di Andrea nella sua vita lavorativa e non. In alcune occasioni l’intensità dei sintomi lo hanno costretto a rivolgersi al Pronto Soccorso.
    Da allora, per i viaggi in auto chiede l’accompagnamento di un collega o, se non è possibile, ricerca sempre nuovi motivi per mantenere dei contatti telefonici durante i tragitti. Appena terminati gli studi ha voluto una sua indipendenza abitativa ed economica, con una vita sociale allargata e vivace, I suoi legami con la famiglia di origine -padre e madre, Andrea è figlio unico- sono apparentemente buoni ma ultimamente ha la netta percezione di incontrare chiusure e rifiuti a fronte anche di richieste di tipo materiale. I genitori gli hanno rifiutato un piccolo prestito con la motivazione dell’ormai matura età del figlio nel dover provvedere da solo alle sue esigenze, Il rapporto con le ragazze è sempre stato frenato dalla paura che la sua storia personale possa confermare la spirale di ulteriori rifiuti e delusioni affettive nella quale gli sembra di esser caduto.

    Potrei chiedervi di commentare questo caso come se, più o meno, fossimo all'esame?
    Ai fini diagnostici richiesti dal caso qui presentato si farà riferimento al Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, edizione IV, Text Revised (DSM IV-TR).
    Andrea Rossi, 35 anni, consulente finanziario, indipendente economicamente ed abitativamente, figlio unico, apparenti buoni rapporti con i genitori (entrambi in vita), single. Da circa due mesi alcuni sintomi fisiologici, come palpitazioni, lievi attacchi di panico, sensazione di soffocamento, senso di instabilità, disturbi dell’attenzione gli provocano una sensazione di intenso disagio, smarrimento e fantasie di morte capaci di limitare fortemente la sua vita personale e professionale. A causa di simili sintomi Andrea, su consiglio del suo medico curante, si rivolge ad uno psicologo.
    Alla luce dei sintomi appena elencati si potrebbe diagnosticare, in via del tutto ipotetica e provvisoria, un disturbo d’ansia (diagnosi principale). Le palpitazioni, la sensazione di soffocamento, il senso di instabilità, disagio e smarrimento, le fantasie di morte, ma soprattutto i lievi attacchi di panico e le richieste di farsi accompagnare da un collega, o comunque di rimanere sempre in contatto telefonico, durante le trasferte per lavoro potrebbero far supporre un disturbo di panico con agorafobia.
    I sintomi riportati potrebbero inoltre far pensare ad altri disturbi d’ansia come la fobia sociale o la fobia specifica di tipo situazionale. Simili ipotesi potrebbero rientrare, quindi, in una eventuale diagnosi differenziale. La paura di eventuali rifiuti sentimentali da parte delle ragazze potrebbe infatti far pensare ad una fobia sociale. La paura di rimanere solo durante i viaggi in macchina, invece, potrebbe avvalorare una ipotesi di fobia specifica di tipo situazionale. Il timore riportato di delusioni affettive, così come la percezione di chiusura e di rifiuto a richieste, anche, materiali da parte dei genitori sembrerebbero condurre Andrea, sempre in linea del tutto ipotetica e provvisoria, ad un disturbo ansioso-depressivo. I sintomi presenti non sono comunque sufficienti per poter argomentare simili quadri clinici, nondimeno tali ipotesi andrebbero comunque tenute in considerazione, specie in conseguenza di approfondimenti diagnostici.
    Le ipotesi diagnostiche qui espresse non possono, comunque, che definirsi del tutto provvisorie, quantomeno fino a quando non si disporrà di ulteriori informazioni acquisibili per mezzo dei necessari strumenti diagnostici, test e naturalmente, ulteriori colloqui. Attraverso nuovi incontri si dovrebbe indagare in merito a numerosi contesti e dimensioni della vita del paziente: si dovrebbe indagare circa le motivazioni (estrinseche o intrinseche) che hanno portato il paziente al colloquio con lo psicologo, le aspettative nutrite nei confronti del trattamento, il perché si sia decisi di ricorrere ad una terapia in questo dato momento; si dovrebbe indagare circa la struttura e le funzioni dell’Io del paziente, circa eventuali compromissioni e il rapporto con la realtà; si dovrebbe indagare circa eventuali rapporti di dipendenza e indipendenza in chi sembrerebbe manifestare una agorafobia; si dovrebbe indagare circa il contesto familiare in cui il paziente è cresciuto (talvolta il paziente potrebbe farsi portavoce di eventuali nuclei problematici presenti nel’ambito domestico)
    Una volta espressa una diagnosi principale si potrebbe fare uso dello SCID-I, intervista semi strutturata impiegata nella diagnosi di disturbi di asse I, e del MMPI, test ampiamente impiegato nella valutazione delle principali caratteristiche di personalità.
    Infine si potrebbe consigliare un trattamento espressivo ad orientamento psicodinamico in modo da favorire la rielaborazione dei termini conflittuali e favorire l’introiezione di un oggetto buono al quale fare appello nei momenti di difficoltà.

  10. #430
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    Vi riporto il caso clinico a cui mi sono dedicata oggi:

    C. di 56 anni si rivolge ad uno psicologo clinico su indicazione del medico di medicina generale, al quale si è rivolto in un momento di profonda crisi personale, che gli ha prescritto una terapia farmacologica con dosaggio minimo.
    Nel corso del colloquio dice di non farcela più, di aver paura di tutto, di non uscire di casa da alcuni mesi, di non riuscire più a guidare per il timore di far del male a se stesso o agli altri, e di sentire che il mondo gli crolla addosso. Recentemente, ha dovuto chiudere la sua attività lavorativa di artigiano, sia per aver maturato la pensione minima che per problemi di salute, in seguito ad alcuni interventi chirurgici per peritonite prima e un cancro alla pelle dopo. Della stessa forma tumorale era morto il padre, 25 anni fa, uno zio paterno e la nonna paterna. Dopo la repentina morte del padre, la madre è caduta in uno stato di sconforto da cui non si è più ripresa e C. è terrorizzato di fare la stessa fine del padre o della madre.
    Racconta di essersi sposato nel 1985 con A., già incinta, e di essere rimasto a vivere con lei nella stessa casa con la madre, dato che la sorella si era sposata alcuni anni prima. Per vent'anni circa la madre ha avuto bisogno di assistenza continua finché è stato costretto ad inserirla in una casa di riposo, con notevoli sensi di colpa. La figlia V. ora ha 22 anni, lavora ed è fidanzata e si prospetta una sua uscita di casa.
    Durante tutto il colloquio non riesce a stare seduto, cammina per la stanza, battendo lievemente la testa sulla scrivania e riferisce che il giorno prima si era recato al Pronto Soccorso in preda ad idee suicidarie.


    io l'ho svolto così (sarebbero gradite critiche e/o osservazioni )

    C. ha 56 anni e si rivolge allo psicologo su indicazione del medico generico presso cui si era recato in un momento di profonda crisi personale e che gli ha prescritto una terapia farmacologica con dosaggio minimo. C. riferisce di non farcela più, di aver paura di tutto e di non uscire di casa oramai da alcuni mesi, di non riuscire a guidare per il timore di fare del male a se stesso o agli altri e di sentire che il mondo gli crolla addosso. Aveva un’attività lavorativa di artigiano che, però, ha dovuto chiudere sia per aver maturato la pensione minima, sia per problemi di salute (peritonite operata e cancro alla pelle). Venticinque anni fa ha perso il padre per la stessa forma tumorale che ha colpito lui, oltre che lo zio paterno e la nonna paterna. Con la morte del padre, la madre è caduta in uno stato di sconforto da cui non si è più ripresa e C. ha paura di fare “la stessa fine” dei genitori.
    Nel 1985 si è sposato con A., che era già incinta, ed ha vissuto con lei e la madre, visto che la sorella si è sposata alcuni anni prima. Per circa vent’anni ha dovuto assistere la madre finché è stato costretto ad inserirla in una casa di riposo, e ciò lo ha portato a provare sensi di colpa. Ora la figlia, V., ha 22 anni, lavora, è fidanzata e dovrebbe lasciare a breve la casa in cui vive con lui.
    Durante tutto il colloquio C. non riesce a stare seduto, cammina per la stanza, battendo lievemente la testa sulla scrivania, e riferisce che il giorno prima si era recato al Pronto Soccorso in preda ad idee suicidiarie.
    Nel protocollo mancano alcune informazioni essenziale per poter comprendere meglio la condizione psicologica di C. e che quindi andrebbero approfondite mediante un colloquio in cui, inoltre, possano essere osservati altri aspetti altrettanto importanti (abbigliamento, cura di sé, comportamento non verbale, eloquio). Innanzitutto è fondamentale un’analisi della domanda che indaghi il motivo per cui C. si è rivolto allo psicologo: dal protocollo emerge che sia venuto su indicazione del medico generico, per cui potrebbe non è venuto di sua iniziativa. È importante, altresì, capire cosa si aspetta da un possibile percorso terapeutico. Queste informazioni sono essenziali per una comprensione del grado di motivazione ad intraprendere un percorso autoconoscitivo e di cambiamento, fondamentale per l’instaurazione di un’alleanza terapeutica produttiva e costruttiva.
    Sarà necessario conoscere da quanto tempo C. lamenta la sintomatologia riportata, se fosse presente già da prima o se, invece, sia insorta di recente e in concomitanza con quali eventi particolari, come la vive e che impatto ritiene che abbia sulla sua vita quotidiana. Ciò è importante per comprendere la gravità effettiva dei sintomi, la compromissione che comportano a livello del funzionamento globale e, quindi, per una possibile ipotesi diagnostica. È, altresì, importante sapere se continua ad assumere i farmaci indicatigli dal medico e la loro tipologia.
    Bisogna approfondire la natura delle sue relazioni significative, quindi le relazioni intrafamiliari, con i genitori e la sorella, con la moglie e con la figlia e, infine, con il fidanzato della figlia. Anche l’approfondimento delle relazioni extrafamiliari è importante. Queste informazioni ci danno un’idea del modo in cui C. si relaziona agli altri, essenziale per avere un quadro più completo del suo funzionamento globale.
    Dal protocollo emerge che C. abbia avuto problemi di salute alquanto seri e rilevanti, ma non vi è accenno al modo in cui li ha affrontati: vanno, dunque, approfondite tali informazioni, che impatto la malattia abbia avuto sull’immagine di Sé e sulla sua vita personale, lavorativa e relazionale e se persiste tuttora. Il cancro della pelle può essere, infatti, una condizione medica assolutamente rilevante, perché la sua eventuale persistenza potrebbe incidere pesantemente sui suoi vissuti emotivi, senza considerare l’impatto che possono avere le cure necessario per affrontarlo.
    È da approfondire anche il suo vissuto rispetto al fatto che l’unica figlia sta per lasciare la famiglia d’origine. Potrebbe essere l’ennesima perdita da affrontare che va a sommarsi agli altri lutti eventualmente irrisolti.
    C. riferisce che negli ultimi mesi non esce più, ma non dice il perché: sarà, dunque, necessario approfondire questo punto, per capire se ciò sia dovuto ad eventuale senso di inferiorità, inadeguatezza, mancato interesse, paura di uscire da solo.
    Sulla base dei dati a nostra disposizione non è possibile formulare una diagnosi certa, dal momento che mancano i presupposti essenziali ed essendo necessarie maggiori informazioni, come abbiamo finora indicato. Tuttavia, si potrebbero formulare delle ipotesi che andrebbero comunque approfondite attraverso colloqui ed eventualmente strumenti psicodiagnostici che potrebbero aggiungere maggiori informazioni o dare ulteriori suggerimenti. Nel fare ciò facciamo riferimento al Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-IV). La sintomatologia lamentata (“non ce la fa più”, non esce di casa, sensazione che il mondo gli stia per crollare addosso, ideazioni sucidi arie, paura di tutto, timore di fare del male a se stesso e agli altri) potrebbero far pensare ad un Disturbo d’Ansia Non Altrimenti Specificato. Anche gli aspetti comportamentali osservati durante il colloquio sembrano rimandare a stati di ansia. Tuttavia, si potrebbe pensare ad un Disturbo dell’Umore con marcata ansia come diagnosi differenziale.
    Saranno necessario ulteriori colloqui con C. che mirino all’approfondimento della sintomatologia per rilevarne durata e gravità, che possano giustificare o confutare le ipotesi appena formulate, nonché la somministrazione di test psicodiagnostici di approfondimento, in particolare l’MMPI-2 (per valutare i tratti psicopatologici), la SCID-1(intervista strutturata per i disturbi di asse I) e il TAT (per ottenere informazioni sulle emozioni, gli atteggiamenti e i processi cognitivi in modo da avere un’analisi globale dell’intera persona).
    Se l’ipotesi diagnostica di disturbo ansioso NAS dovesse trovare conferma proporrei una terapia espressiva a carattere psicodinamico che miri ad una rielaborazione dei termini del conflitto, alla consapevolizzazione e a favorire la canalizzazione degli impulsi.
    Se, invece, dovesse rivelarsi indicata l’ipotesi di Disturbo dell’Umore con ansia marcata, proporrei una terapia inizialmente supportiva, che ricostruisca e favorisca un’integrazione dell’Io del paziente e abbassi le quote d’angoscia, e poi espressiva, per favorire la rielaborazione del disagio psichico. Anche in questo caso l’intervento sarebbe ad orientamento psicodinamico, per gli stessi motivi sopra riportati.
    PRO-FES-SIO-NA-LIS-SI-MA complimenti

  11. #431
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    x ntegnomo: perdonami ho capito male. In questo caso non so aiutarti allora

    x Giupeppe: ti ringrazio, sei troppo buono ^_^ Purtroppo ora non ho il tempo di leggere il caso che hai svolto tu, ma appena posso mi ci dedico e ci confrontiamo. Sono contenta di aver trovato voi con cui confrontare pareri e dubbi (io lo sto facendo a Caserta l'eds, ma nella stanza lì sono morti tutti ). A presto!!!
    «O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza.»
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  12. #432
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Citazione Originalmente inviato da Giupeppe Visualizza messaggio
    Ai fini diagnostici richiesti dal caso qui presentato si farà riferimento al Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, edizione IV, Text Revised (DSM IV-TR).
    Andrea Rossi, 35 anni, consulente finanziario, indipendente economicamente ed abitativamente, figlio unico, apparenti buoni rapporti con i genitori (entrambi in vita), single. Da circa due mesi alcuni sintomi fisiologici, come palpitazioni, lievi attacchi di panico, sensazione di soffocamento, senso di instabilità, disturbi dell’attenzione gli provocano una sensazione di intenso disagio, smarrimento e fantasie di morte capaci di limitare fortemente la sua vita personale e professionale. A causa di simili sintomi Andrea, su consiglio del suo medico curante, si rivolge ad uno psicologo.
    Alla luce dei sintomi appena elencati si potrebbe diagnosticare, in via del tutto ipotetica e provvisoria, un disturbo d’ansia (diagnosi principale). Le palpitazioni, la sensazione di soffocamento, il senso di instabilità, disagio e smarrimento, le fantasie di morte, ma soprattutto i lievi attacchi di panico e le richieste di farsi accompagnare da un collega, o comunque di rimanere sempre in contatto telefonico, durante le trasferte per lavoro potrebbero far supporre un disturbo di panico con agorafobia.
    I sintomi riportati potrebbero inoltre far pensare ad altri disturbi d’ansia come la fobia sociale o la fobia specifica di tipo situazionale. Simili ipotesi potrebbero rientrare, quindi, in una eventuale diagnosi differenziale. La paura di eventuali rifiuti sentimentali da parte delle ragazze potrebbe infatti far pensare ad una fobia sociale. La paura di rimanere solo durante i viaggi in macchina, invece, potrebbe avvalorare una ipotesi di fobia specifica di tipo situazionale. Il timore riportato di delusioni affettive, così come la percezione di chiusura e di rifiuto a richieste, anche, materiali da parte dei genitori sembrerebbero condurre Andrea, sempre in linea del tutto ipotetica e provvisoria, ad un disturbo ansioso-depressivo. I sintomi presenti non sono comunque sufficienti per poter argomentare simili quadri clinici, nondimeno tali ipotesi andrebbero comunque tenute in considerazione, specie in conseguenza di approfondimenti diagnostici.
    Le ipotesi diagnostiche qui espresse non possono, comunque, che definirsi del tutto provvisorie, quantomeno fino a quando non si disporrà di ulteriori informazioni acquisibili per mezzo dei necessari strumenti diagnostici, test e naturalmente, ulteriori colloqui. Attraverso nuovi incontri si dovrebbe indagare in merito a numerosi contesti e dimensioni della vita del paziente: si dovrebbe indagare circa le motivazioni (estrinseche o intrinseche) che hanno portato il paziente al colloquio con lo psicologo, le aspettative nutrite nei confronti del trattamento, il perché si sia decisi di ricorrere ad una terapia in questo dato momento; si dovrebbe indagare circa la struttura e le funzioni dell’Io del paziente, circa eventuali compromissioni e il rapporto con la realtà; si dovrebbe indagare circa eventuali rapporti di dipendenza e indipendenza in chi sembrerebbe manifestare una agorafobia; si dovrebbe indagare circa il contesto familiare in cui il paziente è cresciuto (talvolta il paziente potrebbe farsi portavoce di eventuali nuclei problematici presenti nel’ambito domestico)
    Una volta espressa una diagnosi principale si potrebbe fare uso dello SCID-I, intervista semi strutturata impiegata nella diagnosi di disturbi di asse I, e del MMPI, test ampiamente impiegato nella valutazione delle principali caratteristiche di personalità.
    Infine si potrebbe consigliare un trattamento espressivo ad orientamento psicodinamico in modo da favorire la rielaborazione dei termini conflittuali e favorire l’introiezione di un oggetto buono al quale fare appello nei momenti di difficoltà.
    sono d'accordo con la diagnosi principale di disturbo di panico con agorafobia e con la fobia sociale però consiglierei una cognitivo-comportamentale per correggere soprattutto i pensieri e le credenze riguardanti il rifiuto fermo restando che le tue indicazioni terapeutiche secondo me vanno benissimo!

  13. #433
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    ragazzi io ho sentito dire che x il caso clinico in sede d'esame bisognerebbe scrivere 2 approcci terapeutici ma è vara questa cosa?

  14. #434
    Partecipante Assiduo L'avatar di ntegnomo
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Citazione Originalmente inviato da elisa tonini Visualizza messaggio
    ragazzi io ho sentito dire che x il caso clinico in sede d'esame bisognerebbe scrivere 2 approcci terapeutici ma è vara questa cosa?
    dipende dalla traccia a volte si chiede un solo approccio a volte uno o più approcci..due non l'ho mai visto scritto personalmente..

  15. #435
    Partecipante Esperto L'avatar di irenesotgia
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    Riferimento: caso clinico adulto 3 prova

    Buongiorno.. di nuovo sui libri!!!
    il mio dilemma di oggi riguarda i test da utilizzare per i vari disturbi..
    qualcuno potrebbe postare una scaletta? grazie..
    iri

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