Beh, io dico solo che è meglio definire cosa sia
la libertà per l'analista e cosa sia
la libertà per il paziente e vedere se questi due concetti coincidono. E' questo che bisogna chiarire. Io voglio diventare
libero ma acquisendo più potere di controllo nei confronti di quella che chiamiamo realtà. Per me essere più liberi significa poter soddisfare certe mie esigenze senza dover rinunciare ad altre mie esigenze. Più si riescono ad eliminare vincoli di rinuncia più si è liberi.
"Meno sacrifici per ottenere quel che si desidera = più libertà"
Questa è la mia idea di libertà

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Io nella perturbazione di un equilibrio non riesco a scorgere alcuna vera soluzione. Ad esempio adesso tutti noi potremmo dire che una organizzazione statale che non riesce a far rispettare la giustizia risulta difettosa, ora però questa consapevolezza non basta, serve anche qualche idea organizzativa alternativa rispetto a quel che si fa già e che funzioni davvero meglio senza andare a peggiorare le cose in altri settori.
Qualcuno delle idee che fanno funzionare le cose meglio realmente dovrà pur avercele e tirarle fuori, non è che perturbando qualcuno quest’ultimo diverrà per magia un genio e risolverà tutti i problemi. Una persona già è alle prese con la frustrazione di un'organizzazione che non funziona bene, che è difettosa sotto svariati aspetti e spera che ne esista una realmente migliore per soddisfare un po’ meglio tutte le proprie esigenze in gioco (nel mio caso ad esempio non chiedo affatto che mi si convinca a faticare come vorrebbe fare qualcuno alla Megiston, visto che una delle mie esigenze in gioco è proprio quella di faticare molto poco), poi arriva qualcun altro a fare nient’altro che il grillo parlante e a ripetere che le cose non funzionano
perturbando quella persona. Ma quella persona, dato che ha provato a rivolgersi a qualcuno, questo già lo sa... Tutto questo mi chiedo: a cosa serve?
Un analista o un qualsiasi individuo che voglia aiutare davvero qualcun altro deve per forza cercare attivamente di organizzare le cose meglio, ma meglio secondo le preferenze dell'altro, non può limitarsi né a perturbare, né a educare o rieducare le preferenze dell'altro come se avesse a che fare con un bambino.
Se l'altra persona s'è rivolta a qualcuno è proprio perché le sue esigenze non le riesce a soddisfare bene nell'insieme. Ora o questo “altro” si fa carico davvero di questi problemi organizzativi in più
al servizio del suo cliente, e cioè non diviene semplicemente un critico e si pone in maniera attiva e propositiva al servizio di queste esigenze se sa cosa fare, o è meglio che si faccia da parte, dire ed esclamare "Le cose non funzionano bene! Cerca un altro equilibrio!", o "Vi libereremo dal vostro equilibrio patogeno perturbandovi" secondo me non serve. A mio avviso quel che serve è avere delle idee che funzionino davvero meglio per affrontare i garbugli problematici di quella persona visto che questa non riesce a trovarne, non serve né ridefinire a trucco questi problemi (ignorando buona parte delle esigenze in gioco), né rieducare le preferenze e le esigenze di quella persona dissolvendo quindi i problemi. Per andare incontro davvero alla domanda di aiuto che viene posta, il garbuglio bisogna provare a scioglierlo se si hanno buone idee per scioglierlo. Se si vuol sciogliere il nodo problematico posto e non tagliarlo con le forbici oppure cercare di convincere l’altro che la soluzione è tagliarlo con le forbici visto che non lo si riesce a sciogliere.
Io ho osservato che quando si arriva a discutere di questo però anche qui poi si svicola in discorsi del genere "I problemi è il paziente stesso che deve assumersi la responsabilità di risolverli", e si sposta così tutta l'attenzione semplicemente sul fatto che l'altro non si assume la responsabilità di risolvere i suoi problemi (= “bisogna destituire il soggetto supposto sapere”) supponendo che tutte le difficoltà consistano in questo, senza preoccuparsi però poi di come poterli risolvere effettivamente questi problemi costituiti da una serie di vincoli rappresentati da una serie di esigenze che l’altro si lamenta di non riuscire a soddisfare.
Ma da un analista mi sapete dire cosa ci è venuta a fare quella persona?

Per sentirsi dire in sostanza "Le cose non funzionano… Fai qualcosa! Io però non ti dico cosa potresti fare per farle funzionare, in primo luogo perché non lo so, in secondo luogo perché sei tu che devi assumerti la responsabilità della soluzione dei tuoi problemi"... Tanto valeva destituirlo subito questo "soggetto supposto sapere" e continuare a fare tutto per conto proprio come si è sempre fatto anche prima, con la frustrazione dell’irrisolto, la rabbia e tutto il resto. A me questo atteggiamento un po' mi irrita e non riesco a capire perché queste manovre risultino così produttive ed utili (per soddisfare i propri interessi ovviamente). Tu Giulietta dici che io non ho capito bene, ma il mio errore di comprensione sostanzialmente dov’è situato? A me sembra di aver capito piuttosto bene.
Voi forse cercavate un genitore che si comportasse un po' da grillo parlante per responsabilizzarvi e così andando da qualcuno che assume questo ruolo nella relazione avete risolto i vostri problemi (quelli insomma che ritenete tali), ma mica è detto che per tutti sia così.
Saluti