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  1. #16
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di lovingpsico
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Infatti, nemmeno io parlavo di disturbi d'ansia nel senso clinico del termine.

    Forse è per questo che nn è cosi facile trovare manuali che diano indicazioni per consulenze psicologiche rivolte e clienti/pazienti che lamentano stati d'ansia in particolari situazioni di vita, che però non sono tali da renderli sintomo di un quadro diagnostico preciso...

    Eppure sono tante le persone ansiose, non patologiche, che posso chiedere un aiuto per la gestione dell'ansia, no?
    Inevitabilmente, tutti i grandi uomini conservano qualcosa di infantile. S.Freud

  2. #17
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di lovingpsico
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Gieko una domanda diretta.

    Dal tuo punto di vista, la professione di psicologo - non psicoterapeuta - come si può collocare?

    mi viene da pensare a questo punto di potermi, forse, sperimentare in progetti di educazione socio-affettiva, a scuola ad esempio. Progetti di prevenzione di vario tipo, educazione alla salute, alla legalità etc.

    Ma anche qui, onestamente, l'università non ci ha preparato a sufficienza, pertanto anche in questo caso mi affiderei ai manuali ad hoc.
    Ritengo di aver studiato al massimo delle mie possibilità per tutti i 5 anni di università, e di essermi cimentata in tirocini di diverso tipo e coinvolgenti sotto tanti punti di vista.
    Eppure, date queste premesse, unite alla tua linea di pensiero, probabilmente non mi sentirò mai pronta per tentare la strada della consulenza psicologica, e a questo punto anche dei progetti scolastici, se non nececessariamente dopo aver avviato un ulteriore percorso formativo ad hoc, che sia la scuola di specialità, o un master di psicologia scolastica (nel caso di un cambio di rotta professionale, verso la scuola)

    A questo punto, sarò troppo terra terra, ma sono fondamentalmente i problemi economici che mi bloccano.

    E qui finisco. Date le carenze operative (che l università non ha saputo colmare nonostante gli innumerevoli esami), le impossibilità economiche, e l'inesperienza (se non a livello di tirocinio), sono destinata a non esercitare la mia professione. Dimmi se sbaglio! Mi sembra che il discorso fili molto liscio!
    :-(

    E' corretto? ^__^
    Ultima modifica di lovingpsico : 20-08-2010 alle ore 12.36.08
    Inevitabilmente, tutti i grandi uomini conservano qualcosa di infantile. S.Freud

  3. #18
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Citazione Originalmente inviato da lovingpsico Visualizza messaggio
    Eppure sono tante le persone ansiose, non patologiche, che posso chiedere un aiuto per la gestione dell'ansia, no?
    Non patologiche in che senso? Solo perchè non rientrano in criteri standard? Eppure stanno tanto male da doversi rivolgere ad una figura di aiuto, alla faccia del "disturbo subclinico"...
    Si pone un problema, quindi: soffocare la richiesta di aiuto estinguendo il sintomo ("non è niente!", "l'aiutiamo a gestire la situazione"), o accoglierla ed iniziare ad entrare nelle sue pieghe più profonde?

    Saluti
    gieko

  4. #19
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di lovingpsico
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    ammetto che non mi sento abbastanza preparata (aihme nemmeno qui ..!!) per sostenere una discussione che si addentra in questi aspetti sottili e complicati della psicologia.

    Provo a spiegare il mio pensiero a cui ti sei riferito. Parlo di ansia, e mi riferisco, ma è solo un esempio, alla condizione di un adolescente in famiglia che porta tutte le sue "fisiologiche" problematiche entro le mura domestiche e che si scontra, per sua fortuna, con i genitori che si sentono tanto impreparati a sostenere il loro ruolo, da richiedere un aiuto professionale.
    Le vie di intervento sarebbero diverse, in questo caso. Dall'analisi dei vissuti della coppia, relativi al loro livello genitoriale, di coppia e a loro volta di figli - di genitori anziani - , alla ricerca attiva di strategie per fronteggiare le ansie e i conflitti con il figlio, alla "normalizzazione" dei vissuti genitoriali e del figlio ... eccetera...

    Non potrebbe essere uno psicologo a condurre un lavoro di questo tipo?
    Inevitabilmente, tutti i grandi uomini conservano qualcosa di infantile. S.Freud

  5. #20
    Partecipante Assiduo L'avatar di Lithium
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Non ne sarei così sicuro, almeno a livello di impliciti.
    Gli impliciti, in quanto tali, si prestano ad essere interpretati con una buona dose di soggettività.

    E' probabile che il diverso quadro di riferimento teorico, nonché alcune variabili di personalità, non aiutino - a volte - a capirsi su questioni del genere.

    E' una cosa che noto spesso, osservando le discussioni fra colleghi. Discussioni che nascono nella mente di chi le accende, e si portano avanti sulla base di continui equivoci. Discussioni che alla fine, purtroppo, spesso diventano piuttosto sterili.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    (..) in primo luogo sarà necessaria una preparazione teorico-clinica tale da consentire di entrare nello specifico del caso.
    Anche qui, credo siamo tutti d'accordo; se discuti sulla base di impliciti altrui senza esplicitarli per come tu li percepisci, sarà difficile e assai contorto avere conferma/disconferma della tua interpretazione del pensiero di un'altra persona.

    Sarà una mio pregiudizio ottimistico, ma tendo a pensare che la maggior parte dei colleghi, non solo prima di iniziare a lavorare, ma anche per tutto il resto della loro vita professionale, continuino ad approfondire la loro formazione teorico-operativa.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    C'è una cosa che non mi torna in questo modo di concepire la distinzione tra disturbo e presenza. Visto che hai ragionato sul termine paziente e sulla componente di sofferenza che porta ad una domanda di aiuto, non è possibile basarsi su distinzioni quantitative: anche se la quota di ansia appare modesta, non rientra negli artificiosi criteri diagnostici del DSM, per quel determinato soggetto che chiede aiuto ha un significato. Entriamo quindi nella dimensione della clinica, del sintomo percepito come segnale che qualcosa non torna (che sia una leggera reazione ansiosa o un attacco di panico eclatante, poco importa). La condizione "subclinica" è retaggio dell'ottica medica, ma ha poco a che vedere con la psicopatologia.
    E infatti nelle mie parole non c'è alcun riferimento alla dimensione "quantitativa" come unico criterio, ma al quadro complessivo. Non è tanto questione di quanta ansia si rileva, ma, per così dire, della "gestalt" che cogliamo nella persona o nelle persone che ci troviamo davanti. Questa per me è la base della distinzione fra forme cliniche franche, e subcliniche.
    Ogni forma di classificazione è, in un certo qual modo, artificiosa, non solo quella del DSM, che per lo meno ha il vantaggio di rendere più facile la comunicazione all'interno della comunità scientifica, creando un linguaggio comune. La stessa linea di confine fra patologia e non patologia, e fra vari tipi di patologia, a certi livelli è sottile. Ecco perché non amo parlare per astrazioni; è utile in ambito accademico per creare una struttura alle nostre conoscenze, ma se vogliamo farlo in modo serio non bastano poche righe su un forum. Di solito è l'università, quando da una buona preparazione, a chiarire le idee sugli aspetti teorici. Nella pratica, ogni caso è a sé.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Ecco perchè ritengo che sia necessario porsi la questione etica sul come in effetti si sarà in grado di rispondere alla sofferenza prima di imbarcarsi nella clinica perche, piaccia o no, lo si espliciti o meno, è dimensione imprescindibile nel lavoro di accoglienza della domanda di aiuto. Se si ritiene che seguire indicazioni di medici ("fornisci un po' di sostegno"), fare un corso di training autogeno ("tanto si può usare anche al di fuori del contesto terapeutico...") o avere dei buoni testi a cui affidarsi sia la soluzione e su questo si basa quanto possiamo consigliare a chi si accinge ad entrare nel mondo della clinica, credo che si rischi di dimenticare che si tratta di un'attività molto particolare, dove scotomizzare la sofferenza significa non aiutare in nessun modo.

    Saluti
    Come forse avrai notato, io intervengo di rado qui su OPS, e lo faccio principalmente per fornire indicazioni di tipo pratico, perché è di quel tipo di informazioni che noto maggior bisogno e maggior carenza. Se una collega mi chiede suggerimenti pratici, io le offro quelli. Do per scontato che chi faccia queste domande si sia posto, prima di tutto, interrogativi di tipo etico. Men che meno penso che voglia scotomizzare la sofferenza, o che non sia consapevole che si sta muovendo su un terreno delicato. Mi sembrerebbe di ribadire l'ovvio, per chi si accinge a lavorare nel nostro campo.
    Se non ci si confrontasse fin dall'inizio con questioni del genere non ci sarebbe motivo di preoccuparsi, non credi?

    Sulle questioni etiche siamo portati a riflettere fin dai tempi dell'università. E' chiaro che ognuno di noi risponde innanzitutto alla propria coscienza. Se si avverte la propria preparazione, specie sul fronte pratico, "inadeguata" rispetto al lavoro che si accinge ad affrontare, piuttosto che farsi bloccare da questo senso di inadeguatezza (rischiando magari di sottovalutare le competenze che già possiede) è bene che lo esamini in modo critico, individui i punti deboli e prenda le misure che ritiene adeguate in base al tipo e al grado di debolezza che percepisce. Le mie indicazioni in tal senso aprono delle strade dove ognuno può trovare spunti per i propri spazi di approfondimento. Quando l'hanno fatto con me, a suo tempo, mi è stato davvero utile.
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  6. #21
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    bhè secondo me c vuole una certa sicurezza per mettersi a fare consulenze!per lo meno un master si dovrebbe fare!

  7. #22
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    Citazione Originalmente inviato da klaudia82 Visualizza messaggio
    bhè secondo me c vuole una certa sicurezza per mettersi a fare consulenze!per lo meno un master si dovrebbe fare!
    hai un master da consigliarmi?
    Inevitabilmente, tutti i grandi uomini conservano qualcosa di infantile. S.Freud

  8. #23
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    hai un master da consigliarmi?
    beh oddio, master magari è un po' esagerato... io direi magari piuttosto qualche buon manuale sul counseling con pazienti con problemi fisici, magari qualche conferenza su temi analoghi o sul trattamento dell'ansia o della depressione.. oppure se vorrai iscriverti ad una scuola di psicoterapia, già al primo anno queste competenze un po' le acquisisci

    a presto!!! e in bocca al lupo per la tua attività
    Dott.ssa Chiara Facchetti
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    Io credo che le pietre respirino. Non possiamo percepirlo con le nostre brevi vite.

    Siamo tutti nella fogna, ma alcuni di noi guardano alle stelle (Oscar Wilde)

  9. #24
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    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio






    Se una collega mi chiede suggerimenti pratici, io le offro quelli. Do per scontato che chi faccia queste domande si sia posto, prima di tutto, interrogativi di tipo etico. Men che meno penso che voglia scotomizzare la sofferenza, o che non sia consapevole che si sta muovendo su un terreno delicato. Mi sembrerebbe di ribadire l'ovvio, per chi si accinge a lavorare nel nostro campo.
    Se non ci si confrontasse fin dall'inizio con questioni del genere non ci sarebbe motivo di preoccuparsi, non credi?

    .
    Anche a me sembrava eccessivamente ovvio da dover essere ribadito!

    E meno male che esistono questi spazi di confronto, soprattutto per chi come ha capito da poco, o forse sta ancora cercando di capire fino in fondo, che la fine (dell'università) sia in realtà l'inizio di un nuovo percorso formativo, stimolante e indispensabile, senza alcun dubbio, ma anche oneroso economicamente e a questo punto direi poco intrecciabile con esperienze professionali nel nostro settore!

    resto sempre più convinta che la facoltà di psicologia andrebbe quasi del tutto ristrutturata, però. Accidenti!!
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  10. #25
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    [QUOTE=arwen;2397249]beh oddio, master magari è un po' esagerato... io direi magari piuttosto qualche buon manuale sul counseling con pazienti con problemi fisici, magari qualche conferenza su temi analoghi o sul trattamento dell'ansia o della depressione.. oppure se vorrai iscriverti ad una scuola di psicoterapia, già al primo anno queste competenze un po' le acquisisci

    Arwen grazie!
    qui si discuteva appunto della questione, anche etica, per cui affidarsi a manuali per acquisire competenze da "sperimentare" in vivo sia poco professionale.
    Io, come Lithium, credo che possano essere un buon punto di partenza.

    anche se non ne sto trovando molti in internet!

    Grazie per l'in bocca al lupo...alla fine credo di abbandonare quell'ipotesi di lavoro. Troppe remore etiche e sentimenti di inadeguatezza :-)
    Ultima modifica di lovingpsico : 20-08-2010 alle ore 19.16.56
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  11. #26
    Partecipante Figo L'avatar di klaudia82
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    dipende da cosa vuoi fare tu e in base a ciò pensi su che master indirizzarti. e poi dipende se vuoi lavorare come psicologa o terapeuta...

  12. #27
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    Citazione Originalmente inviato da klaudia82 Visualizza messaggio
    dipende da cosa vuoi fare tu e in base a ciò pensi su che master indirizzarti. e poi dipende se vuoi lavorare come psicologa o terapeuta...
    Certo, qui si stava parlando di consulenza psicologiche, da parte di psicologi non psicoterapeuti!
    Evitando i corsi di counselling aperti a tutti, cercavo qualcosa di concreto sulla conduzione dei colloqui e il sostegno psicologico.

    Grazie lo stesso
    Inevitabilmente, tutti i grandi uomini conservano qualcosa di infantile. S.Freud

  13. #28
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Citazione Originalmente inviato da lovingpsico Visualizza messaggio
    alla fine credo di abbandonare quell'ipotesi di lavoro. Troppe remore etiche e sentimenti di inadeguatezza
    Visto che di consigli pratici si parla, potresti prendere in considerazione l'idea di iniziare un percorso personale o un'analisi, eventualmente farti supervisionare qualora prendessi in carico degli utenti. Apprendere dall'esperienza diretta, in primo luogo su sè stessi è tutt'altra cosa rispetto a master, corsi, libri e manuali.

    Saluti
    gieko

  14. #29
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    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Gli impliciti, in quanto tali, si prestano ad essere interpretati con una buona dose di soggettività.

    E' probabile che il diverso quadro di riferimento teorico, nonché alcune variabili di personalità, non aiutino - a volte - a capirsi su questioni del genere.

    E' una cosa che noto spesso, osservando le discussioni fra colleghi. Discussioni che nascono nella mente di chi le accende, e si portano avanti sulla base di continui equivoci. Discussioni che alla fine, purtroppo, spesso diventano piuttosto sterili.

    Anche qui, credo siamo tutti d'accordo; se discuti sulla base di impliciti altrui senza esplicitarli per come tu li percepisci, sarà difficile e assai contorto avere conferma/disconferma della tua interpretazione del pensiero di un'altra persona.
    C'è sempre una buona dose di soggettività, anche quando ci si illude di operare nell'oggettività. Siamo soggetti, è una dimensione imprescindibile dall'osservazione. Qualsiasi intervento parte dal soggetto, dunque, e la sua pregnanza può essere osservata solo a posteriori, non di certo attraverso le reazioni di assenso o dissenso, nè tantomeno esplicitando, bensì tramite la presa che il discorso opera sull'interlocutore.
    Non dimentichiamo poi che anche la sterilità può risiedere nella mente di uno dei partecipanti alla discussione.

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    Sarà una mio pregiudizio ottimistico, ma tendo a pensare che la maggior parte dei colleghi, non solo prima di iniziare a lavorare, ma anche per tutto il resto della loro vita professionale, continuino ad approfondire la loro formazione teorico-operativa.
    Dipende cosa si intende per formazione teorico-operativa. Se ci si riferisce solo agli aspetti razionali, come letture, corsi, convegni, posso essere d'accordo. Ma c'è qualcosa di più e lì il discorso cambia radicalmente...

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    E infatti nelle mie parole non c'è alcun riferimento alla dimensione "quantitativa" come unico criterio, ma al quadro complessivo. Non è tanto questione di quanta ansia si rileva, ma, per così dire, della "gestalt" che cogliamo nella persona o nelle persone che ci troviamo davanti. Questa per me è la base della distinzione fra forme cliniche franche, e subcliniche.
    Ogni forma di classificazione è, in un certo qual modo, artificiosa, non solo quella del DSM, che per lo meno ha il vantaggio di rendere più facile la comunicazione all'interno della comunità scientifica, creando un linguaggio comune. La stessa linea di confine fra patologia e non patologia, e fra vari tipi di patologia, a certi livelli è sottile. Ecco perché non amo parlare per astrazioni; è utile in ambito accademico per creare una struttura alle nostre conoscenze, ma se vogliamo farlo in modo serio non bastano poche righe su un forum. Di solito è l'università, quando da una buona preparazione, a chiarire le idee sugli aspetti teorici. Nella pratica, ogni caso è a sé.
    A questo punto però converrai che operare senza una conoscenza approfondita della psicopatologia sia controintuitivo. E' necessaria una formazione clinica, in caso contrario le sottigliezze e le singolarità difficilmente trovano posto.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Come forse avrai notato, io intervengo di rado qui su OPS, e lo faccio principalmente per fornire indicazioni di tipo pratico, perché è di quel tipo di informazioni che noto maggior bisogno e maggior carenza. Se una collega mi chiede suggerimenti pratici, io le offro quelli. Do per scontato che chi faccia queste domande si sia posto, prima di tutto, interrogativi di tipo etico. Men che meno penso che voglia scotomizzare la sofferenza, o che non sia consapevole che si sta muovendo su un terreno delicato. Mi sembrerebbe di ribadire l'ovvio, per chi si accinge a lavorare nel nostro campo.
    Se non ci si confrontasse fin dall'inizio con questioni del genere non ci sarebbe motivo di preoccuparsi, non credi?

    Sulle questioni etiche siamo portati a riflettere fin dai tempi dell'università. E' chiaro che ognuno di noi risponde innanzitutto alla propria coscienza. Se si avverte la propria preparazione, specie sul fronte pratico, "inadeguata" rispetto al lavoro che si accinge ad affrontare, piuttosto che farsi bloccare da questo senso di inadeguatezza (rischiando magari di sottovalutare le competenze che già possiede) è bene che lo esamini in modo critico, individui i punti deboli e prenda le misure che ritiene adeguate in base al tipo e al grado di debolezza che percepisce. Le mie indicazioni in tal senso aprono delle strade dove ognuno può trovare spunti per i propri spazi di approfondimento. Quando l'hanno fatto con me, a suo tempo, mi è stato davvero utile.
    Il confronto non può essere interno, nè svolgersi senza considerare l'ottica dell'inconscio, secondo il mio parere. Necessita, di conseguenza, di avvenire all'interno del setting analitico o psicoterapico. Altrimenti il rischio è la collusione.

    Saluti
    gieko

  15. #30
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    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    C'è sempre una buona dose di soggettività, anche quando ci si illude di operare nell'oggettività. Siamo soggetti, è una dimensione imprescindibile dall'osservazione.
    Non di meno, certi modi di operare hanno caratteristiche in cui la soggettività ha un peso maggiore.

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    Qualsiasi intervento parte dal soggetto, dunque, e la sua pregnanza può essere osservata solo a posteriori, non di certo attraverso le reazioni di assenso o dissenso, nè tantomeno esplicitando, bensì tramite la presa che il discorso opera sull'interlocutore.
    Se il fine è capire se si conviene su un'idea (il discorso era partito da questo), a mio avviso è più utile esplicitare quell'idea, piuttosto che andare avanti per sottintesi, assai più equivocabili.
    Ad esempio, io non capisco cosa intendi per "presa".

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Non dimentichiamo poi che anche la sterilità può risiedere nella mente di uno dei partecipanti alla discussione.
    Può essere, anche se mi sembra più probabile che un discorso sterile sia un discorso condotto in modo sbagliato.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Dipende cosa si intende per formazione teorico-operativa. Se ci si riferisce solo agli aspetti razionali, come letture, corsi, convegni, posso essere d'accordo. Ma c'è qualcosa di più e lì il discorso cambia radicalmente...
    Le esperienze che elenchi non sono solo di tipo razionale, a mio avviso. E' difficile che un'esperienza sia esclusivamente razionale, anche se molto dipende dalla profondità con cui la si vive e la si elabora.
    Del resto, come valutare la preparazione e la scrupolosità professionale di colleghi che nemmeno conosciamo?
    Ripeto, magari il mio è un pregiudizio ottimistico, ma forse tu potresti avere il pregiudizio opposto..

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    A questo punto però converrai che operare senza una conoscenza approfondita della psicopatologia sia controintuitivo. E' necessaria una formazione clinica, in caso contrario le sottigliezze e le singolarità difficilmente trovano posto.
    Penso sia necessaria un'ampia conoscenza sia della psicologia che della psicopatologia. A volte il percorso universitario e il tirocinio sono molto centrati proprio sugli aspetti clinici.
    E' chiaro, poi, che se la propria conoscenza di tali aspetti (come di altri, come quelli pratici di cui si diceva nel thread) non è ancora sufficiente, va approfondita, e sta ad ognuno capire di cosa ha più bisogno in questo senso, in rapporto al suo tipo di operatività.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Il confronto non può essere interno, nè svolgersi senza considerare l'ottica dell'inconscio, secondo il mio parere. Necessita, di conseguenza, di avvenire all'interno del setting analitico o psicoterapico. Altrimenti il rischio è la collusione.

    Saluti
    Credo di non aver afferrato a cosa ti riferisci con "confronto". Confronto di chi con cosa?
    Dal resto della frase, sembra però chiaro che ti muovi in un'ottica di tipo psicodinamico/psicoanalitico, quindi posso convenire solo fino a un certo punto. Io do ai processi inconsci un valore sicuramente minore, e li concettualizzo in modo differente rispetto a come vengono pensati in psicoanalisi.
    Convengo con te che il rischio della collusione sia sempre presente, ma non ritengo che sia necessario un setting analitico o psicoterapico per scongiurarne la realizzazione.
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