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  1. #31
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    28-03-2004
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Non di meno, certi modi di operare hanno caratteristiche in cui la soggettività ha un peso maggiore.
    Dalla formulazione del principio di Heisenberg in poi, la misurazione oggettiva risiede solo nella mente dell'osservatore, il quale altera con la sola osservazione il campo. Figurarsi quando l'operare ha a che vedere con due o più soggetti in interazione... E' necessaria un'epistemologia della soggettività e non dell'oggettività.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Se il fine è capire se si conviene su un'idea (il discorso era partito da questo), a mio avviso è più utile esplicitare quell'idea, piuttosto che andare avanti per sottintesi, assai più equivocabili.
    Ad esempio, io non capisco cosa intendi per "presa".
    Ma è dall'equivoco che nasce maggior chiarezza, proprio perchè emergono le visioni personali. Ad esempio sarebbe interessante vedere cosa non capisci del termine "presa"... Mi riferisco, comunque, al fatto che il discorso operi sul piano emotivo.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Può essere, anche se mi sembra più probabile che un discorso sterile sia un discorso condotto in modo sbagliato.
    O meglio, che non tiene in conto i differenti tempi dei soggetti coinvolti.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Le esperienze che elenchi non sono solo di tipo razionale, a mio avviso. E' difficile che un'esperienza sia esclusivamente razionale, anche se molto dipende dalla profondità con cui la si vive e la si elabora.
    E' ovvio che non siano solo razionali, ma gli aspetti emotivi nel leggere un libro o ascoltare una conferenza tendono alla propria ripetizione ed affermazione. Non c'è crescita emotiva, non ci sono processi trasformativi, c'è aumento di conoscenza.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Credo di non aver afferrato a cosa ti riferisci con "confronto". Confronto di chi con cosa?
    Mi riferivo al confronto sulle tematiche etiche e di preparazione cui si accennava sopra. Una sede di elaborazione del tutto speciale è la stanza di terapia dove confrontarsi su questi temi e sui loro intrecci con la personalità del soggetto.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Io do ai processi inconsci un valore sicuramente minore, e li concettualizzo in modo differente rispetto a come vengono pensati in psicoanalisi.
    Convengo con te che il rischio della collusione sia sempre presente, ma non ritengo che sia necessario un setting analitico o psicoterapico per scongiurarne la realizzazione.
    Se attribuisci valore minore ai processi inconsci e li concettualizzi differentemente, come puoi "scongiurare la realizzazione" della collusione, che è per definizione un processo inconscio, basato sulla teoria psicoanalitica e che, per giunta, si deve realizzare in una certa misura per consentire il processo di cura? Si tratta di assumere una posizione epistemologica precisa: se si ammette l'esistenza della collusione, si deve concepire un dispositivo per poterla analizzare e, a quanto ne so, questo è solo il setting analitico, con i suoi parametri esterni e soprattutto col particolare assetto interno dell'analista. Altrimenti si nega che la collusione esista e allora si può discutere a monte sull'utilità del concetto o meno.

    Saluti
    gieko

  2. #32
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di lovingpsico
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    16-12-2005
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    lombardia
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    1,094

    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    ...aiuto ragazzi, io non vi seguo più


    Quante ne sapete ?!

    ...però continuo a leggervi con interesse
    Inevitabilmente, tutti i grandi uomini conservano qualcosa di infantile. S.Freud

  3. #33
    Partecipante Assiduo L'avatar di Lithium
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    01-03-2003
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    155

    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Dalla formulazione del principio di Heisenberg in poi, la misurazione oggettiva risiede solo nella mente dell'osservatore, il quale altera con la sola osservazione il campo. Figurarsi quando l'operare ha a che vedere con due o più soggetti in interazione... E' necessaria un'epistemologia della soggettività e non dell'oggettività.
    Lo sapevo che si sarebbe arrivati al principio di indeterminazione di Heisenberg...
    Si tratta di un problema che potrebbe trovare in futuro delle soluzioni: non è detto che questi benedetti quanti sfuggiranno per sempre ad un'osservazione più precisa. E poi alla fin fine allo stato attuale dell'arte è impossibile determinarne contemporaneamente e con precisione posizione e velocità, ma non singolarmente l'una o l'altra cosa.
    In più, generalizzare un problema di fisica quantistica a contesti differenti è un'operazione filosofica, che si presta ad ampie discussioni.
    E comunque, anche seguendo questo tipo di generalizzazione, la difficoltà riguarda solo la precisione della misura (anzi, di due specifiche misure in contemporanea - posizione e velocità), non l'evidente dato di fatto che esistano procedure (e misure) più o meno oggettive.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Ma è dall'equivoco che nasce maggior chiarezza, proprio perchè emergono le visioni personali. Ad esempio sarebbe interessante vedere cosa non capisci del termine "presa"... Mi riferisco, comunque, al fatto che il discorso operi sul piano emotivo.
    Non sempre dall'equivoco nasce maggior chiarezza; spesso ne vengono fuori solo equivoci più grossi...
    Del termine "presa" non mi era chiaro il senso in quel contesto. Ora è chiarissimo.
    Per come la vedo io, gli equivoci sono sempre possibili, sia che i discorsi abbiano grossa "presa" sul piano emotivo, sia che non l'abbiano. E alcuni grossi problemi possono derivare dal fatto che uno degli interlocutori (o entrambi) diano per scontato il sapere cosa pensa o intenda esprimere l'altro. Diano per scontati, insomma, quegli impliciti di cui si parlava.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    (...) gli aspetti emotivi nel leggere un libro o ascoltare una conferenza tendono alla propria ripetizione ed affermazione. Non c'è crescita emotiva, non ci sono processi trasformativi, c'è aumento di conoscenza.
    Su questo non sono molto d'accordo. La tendenza che riferisci può esserci, ma la crescita emotiva ed i processi trasformativi sono comunque possibili.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Mi riferivo al confronto sulle tematiche etiche e di preparazione cui si accennava sopra. Una sede di elaborazione del tutto speciale è la stanza di terapia dove confrontarsi su questi temi e sui loro intrecci con la personalità del soggetto.
    Del tutto speciale, ma non l'unica possibile.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Se attribuisci valore minore ai processi inconsci e li concettualizzi differentemente, come puoi "scongiurare la realizzazione" della collusione, che è per definizione un processo inconscio, basato sulla teoria psicoanalitica e che, per giunta, si deve realizzare in una certa misura per consentire il processo di cura? Si tratta di assumere una posizione epistemologica precisa: se si ammette l'esistenza della collusione, si deve concepire un dispositivo per poterla analizzare e, a quanto ne so, questo è solo il setting analitico, con i suoi parametri esterni e soprattutto col particolare assetto interno dell'analista. Altrimenti si nega che la collusione esista e allora si può discutere a monte sull'utilità del concetto o meno.

    Saluti
    Quando mi riferivo alla collusione, intendevo riferirmi solo alla sua accezione "negativa". Non uno questo termine come costrutto psicoanalitico (analogamente a quanto già accennavo a proposito dei processi inconsci). Facevo riferimento ad errori di valutazione della situazione, a forme di autoinganno condiviso che portano ad agire in una direzione non corretta nel corso dell'intervento psicologico, andando impropriamente a rafforzare nella persona atteggiamenti, abitudini e convinzioni che non l'aiutano, ma anzi la ostacolano, nella gestione delle sue difficoltà, o nella consapevolezza della situazione che sta vivendo (benché la persona stessa possa, in un primo tempo almeno, pensare di agire in modo efficace). Il rischio di collusione va monitorato e gestito dallo psicologo stesso, momento per momento, nella misura in cui è possibile.
    Ma è chiaro che, se invece si concepisce la collusione come costrutto psicoanalitico, anche il dispositivo per gestirla (anzi, analizzarla...) sarà, prevedibilmente di tipo psicoanalitico.
    the Dark side Clouds everything


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  4. #34
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    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    In più, generalizzare un problema di fisica quantistica a contesti differenti è un'operazione filosofica, che si presta ad ampie discussioni.
    E comunque, anche seguendo questo tipo di generalizzazione, la difficoltà riguarda solo la precisione della misura (anzi, di due specifiche misure in contemporanea - posizione e velocità), non l'evidente dato di fatto che esistano procedure (e misure) più o meno oggettive.
    Le implicazioni del principio di Heisenberg sono ben più ampie e, soprattutto, pongono un problema che difficilmente potrà essere risolto: la sola presenza dell'osservatore altera la misura. Come saprai, in fisica quantistica ciò significa che pur conoscendo tutti i dati e potendoli misurare con esattezza, ciò non ha senso alcuno perchè l'atto stesso di misurarli li altera.
    Che l'interpretazione di Copenhagen dell'principio di Heisenberg si presti a discussioni e fuor di dubbio. Che ponga problemi fondamentali per la scienza del '900 e per la filosofia della scienza mi pare lo sia altrettanto. Il problema sussiste e non è questione di trovare strumenti più oggettivi, come vorrebbero alcuni: il problema è che la soggettività è ineliminabile.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Su questo non sono molto d'accordo. La tendenza che riferisci può esserci, ma la crescita emotiva ed i processi trasformativi sono comunque possibili.

    Del tutto speciale, ma non l'unica possibile.
    Ben difficilmente un sistema che per sussistere tende all'autoaffermazione delle proprie strutture va incontro a processi trasformativi. Sono necessarie condizioni molto particolari, come quelle offerte dalla situazione terapeutica (o, meglio, da quella analitica, che è differente...). Solo in tale sede può prodursi un cambiamento che non esiti nella follia o in nuove forme di ripetizione. Una cosa ben differente dalla lettura di un libro o dalla frequenza di un seminario, dire...

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Quando mi riferivo alla collusione, intendevo riferirmi solo alla sua accezione "negativa". Non uno questo termine come costrutto psicoanalitico (analogamente a quanto già accennavo a proposito dei processi inconsci). Facevo riferimento ad errori di valutazione della situazione, a forme di autoinganno condiviso che portano ad agire in una direzione non corretta nel corso dell'intervento psicologico, andando impropriamente a rafforzare nella persona atteggiamenti, abitudini e convinzioni che non l'aiutano, ma anzi la ostacolano, nella gestione delle sue difficoltà, o nella consapevolezza della situazione che sta vivendo (benché la persona stessa possa, in un primo tempo almeno, pensare di agire in modo efficace). Il rischio di collusione va monitorato e gestito dallo psicologo stesso, momento per momento, nella misura in cui è possibile.
    Ma è chiaro che, se invece si concepisce la collusione come costrutto psicoanalitico, anche il dispositivo per gestirla (anzi, analizzarla...) sarà, prevedibilmente di tipo psicoanalitico.
    Il concetto è di chiara origine psicoanalitica, se credi puoi riflettere sull'opportunità di inserirlo in un contesto teorico differente. Ad ogni modo, dato che per come intendi tu la teoria "i processi inconsci hanno un ruolo secondario" quale sarebbe la motivazione per cui compare la collusione? Perchè paziente e terapeuta dovrebbero autoingannarsi se il loro scopo è fare terapia? O si suppone un livello dinamico, dove la fanno da padroni aspetti che nulla hanno a che vedere con il cognitivo, oppure i conti non tornano...

    Saluti
    gieko

  5. #35
    Partecipante Assiduo L'avatar di Lithium
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Le implicazioni del principio di Heisenberg sono ben più ampie e, soprattutto, pongono un problema che difficilmente potrà essere risolto: la sola presenza dell'osservatore altera la misura. Come saprai, in fisica quantistica ciò significa che pur conoscendo tutti i dati e potendoli misurare con esattezza, ciò non ha senso alcuno perchè l'atto stesso di misurarli li altera.
    Non proprio. Come già accennavo, il problema si verifica solo quando si cercano di misurare con precisione contemporaneamente coppie di proprietà/variabili di un certo tipo. In ogni caso, ciò non rappresenta un problema assoluto per l'oggettività della misura; non avremo una misura precisa, ma un range probabilistico di valori, il che è comunque un buon risultato.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Che l'interpretazione di Copenhagen dell'principio di Heisenberg si presti a discussioni e fuor di dubbio. Che ponga problemi fondamentali per la scienza del '900 e per la filosofia della scienza mi pare lo sia altrettanto.
    Difatti Einstein, in chiaro disaccordo, diceva che Dio non gioca a dadi con l'Universo.
    Comunque, siamo ancora ben lontani dal capire realmente cosa accade a livello quantistico. I microfenomeni sono un campo di cui la scienza si occupa da troppo poco tempo. La filosofia può trarne solo suggestioni, di certo non univoche.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Il problema sussiste e non è questione di trovare strumenti più oggettivi, come vorrebbero alcuni: il problema è che la soggettività è ineliminabile.
    A mio avviso, il problema è anche quello di trovare strumenti più efficaci e oggettivi (anche se, a livello di macrofenomeni, la fisica classica gode ancora di ottima salute). I paradigmi troppo soggettivistici non mi hanno mai convinto, conservo un residuo di veteropositivismo che mi porta a pensare che avvicinarsi progressivamente ad una conoscenza oggettiva della realtà sia più che possibile (e auspicabile).

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Ben difficilmente un sistema che per sussistere tende all'autoaffermazione delle proprie strutture va incontro a processi trasformativi. Sono necessarie condizioni molto particolari, come quelle offerte dalla situazione terapeutica (o, meglio, da quella analitica, che è differente...). Solo in tale sede può prodursi un cambiamento che non esiti nella follia o in nuove forme di ripetizione. Una cosa ben differente dalla lettura di un libro o dalla frequenza di un seminario, dire...
    La persona è un sistema aperto, soggetto continuamente sia a forze conservative che trasformative. Non vedo così improbabile (o pericoloso) il manifestarsi di queste ultime. La differenza, semmai, è la gestione del tutto "speciale" nel setting psicologico/psicoterapeutico sia delle une che delle altre.

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Il concetto è di chiara origine psicoanalitica, se credi puoi riflettere sull'opportunità di inserirlo in un contesto teorico differente. Ad ogni modo, dato che per come intendi tu la teoria "i processi inconsci hanno un ruolo secondario" quale sarebbe la motivazione per cui compare la collusione? Perchè paziente e terapeuta dovrebbero autoingannarsi se il loro scopo è fare terapia? O si suppone un livello dinamico, dove la fanno da padroni aspetti che nulla hanno a che vedere con il cognitivo, oppure i conti non tornano...

    Saluti
    Ho la sensazione che gli psicoanalisti lo concettualizzino in maniera un po' diversa. Comunque, come già ho cercato di spiegare, la collusione per come l'intendo io compare a causa di errori di valutazione sia della persona che dello psicologo. Si "autoingannano" per insufficienza di dati, oppure a causa di preconcetti, scotomizzazioni, errate interpretazioni, stati emotivi particolari (o desiderio di evitarli), problemi inerenti la loro relazione (professionale) o il setting, e altre ragioni ancora. Il fatto che io lavori fondamentalmente sui processi coscienti, non significa che mi limiti al livello cognitivo; anzi, ritengo che il cognitivo e l'emotivo non siano nettamente separabili, se non per questioni accademiche. Sono tipi diversi di elaborazione.
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  6. #36
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    2,312

    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Non proprio. Come già accennavo, il problema si verifica solo quando si cercano di misurare con precisione contemporaneamente coppie di proprietà/variabili di un certo tipo. In ogni caso, ciò non rappresenta un problema assoluto per l'oggettività della misura; non avremo una misura precisa, ma un range probabilistico di valori, il che è comunque un buon risultato.
    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    A mio avviso, il problema è anche quello di trovare strumenti più efficaci e oggettivi (anche se, a livello di macrofenomeni, la fisica classica gode ancora di ottima salute). I paradigmi troppo soggettivistici non mi hanno mai convinto, conservo un residuo di veteropositivismo che mi porta a pensare che avvicinarsi progressivamente ad una conoscenza oggettiva della realtà sia più che possibile (e auspicabile).
    No, presenta un problema, eccome, perchè la misurazione parte sempre da almeno due variabili: osservatore ed osservato. Il passaggio da oggettività della misura e range probabilistico rappresenta un cambiamento di paradigma notevole per la scienza. Utilizzare modelli non deterministici non significa di certo che si navighi nell'oscurità più totale. Mi sembra un implicito fin troppo presente in posizioni veteropositivistiche, nelle quali sembri riconoscerti.
    Senza dilungarmi troppo, poi, la pretesa di "conoscere oggettivamente la realtà" (??!!) quando ci si trova di fronte a due sistemi dinamici complessi quali due esseri umani (e qui, altro che variabili come velocità e posizione...), come si può sostenere ancora la possibilità di un'osservazione neutrale? E poi finalizzata a cosa? A conoscere la realtà del soggetto? Mi auguro che alla base non ci sia questo, anche se temo che sia così. Visto che la "realtà" risiede nei processi autopoietici propri di ciascuna persona ed è, per definizione, inacessibile, corrisponde alla "cosa-in-sè" di kantiana memoria, tutt'al più rintracciabile nei suoi derivati trasformati all'interno della relazione di transfert tra analista ed analizzando.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    La persona è un sistema aperto, soggetto continuamente sia a forze conservative che trasformative. Non vedo così improbabile (o pericoloso) il manifestarsi di queste ultime. La differenza, semmai, è la gestione del tutto "speciale" nel setting psicologico/psicoterapeutico sia delle une che delle altre.
    Il peso della resistenza, della ripetizione tendente all'affermazione del sistema in quanto tale, nella situazione di sofferenza psichica a cui qui ci stiamo riferendo, è notevolmente superiore alle possibilità trasformative. L'essere umano, per via della presenza di un'organizzazione psichica autocosciente, è molto più tendente a ripetere perchè impegnato a mantenere la propria identità.


    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Ho la sensazione che gli psicoanalisti lo concettualizzino in maniera un po' diversa. Comunque, come già ho cercato di spiegare, la collusione per come l'intendo io compare a causa di errori di valutazione sia della persona che dello psicologo. Si "autoingannano" per insufficienza di dati, oppure a causa di preconcetti, scotomizzazioni, errate interpretazioni, stati emotivi particolari (o desiderio di evitarli), problemi inerenti la loro relazione (professionale) o il setting, e altre ragioni ancora. Il fatto che io lavori fondamentalmente sui processi coscienti, non significa che mi limiti al livello cognitivo; anzi, ritengo che il cognitivo e l'emotivo non siano nettamente separabili, se non per questioni accademiche. Sono tipi diversi di elaborazione.
    Sì, però ripeti il concetto ma non rispondi alle domande: come si inserisce un concetto psicodinamico all'interno di paradigmi teorici differenti? Quali le motivazioni di preconcetti, scotomizzazioni, errate interpretazioni etc? Risponderanno ad un'esigenza o compaiono così? E se svolgono un ruolo, pertiene al dominio della coscienza o dell'inconscio?

    Saluti
    gieko

  7. #37
    Partecipante Assiduo L'avatar di Lithium
    Data registrazione
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    155

    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    No, presenta un problema, eccome, perchè la misurazione parte sempre da almeno due variabili: osservatore ed osservato. Il passaggio da oggettività della misura e range probabilistico rappresenta un cambiamento di paradigma notevole per la scienza. Utilizzare modelli non deterministici non significa di certo che si navighi nell'oscurità più totale. Mi sembra un implicito fin troppo presente in posizioni veteropositivistiche, nelle quali sembri riconoscerti.
    Che dirti, sembra proprio che ciò che per me non rappresenta, nei fatti, un problema, per te lo rappresenti. Nell'ambito dei macrofenomeni, i problemi posti dalla teoria dei quanti sono davvero trascurabili. Nella maggior parte degli ambiti psicologici, poi, è noto che la misura non sia precisa, più che altro per la difficoltà di definire/isolare/controllare le variabili. E' una cosa alla quale gli psicologi sono da tempo preparati, sapendo anche quali procedure consentono di ridurre e/o stimare l'incertezza della misura.


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Senza dilungarmi troppo, poi, la pretesa di "conoscere oggettivamente la realtà" (??!!) quando ci si trova di fronte a due sistemi dinamici complessi quali due esseri umani (e qui, altro che variabili come velocità e posizione...), come si può sostenere ancora la possibilità di un'osservazione neutrale? E poi finalizzata a cosa? A conoscere la realtà del soggetto? Mi auguro che alla base non ci sia questo, anche se temo che sia così. Visto che la "realtà" risiede nei processi autopoietici propri di ciascuna persona ed è, per definizione, inacessibile, corrisponde alla "cosa-in-sè" di kantiana memoria, tutt'al più rintracciabile nei suoi derivati trasformati all'interno della relazione di transfert tra analista ed analizzando.
    L'obiettivo non è un'osservazione neutrale (meta ancora lontana, nel campo dei fenomeni umani), ma una conoscenza il più possibile oggettiva. Non vedo la necessità di dare definizioni troppo astratte della "realtà" di un soggetto, dato che l'eccessivo astrattismo corre il ben noto rischio di sfociare nella fumosità. Stiamo parlando di processi psichici, che non necessitano di un setting analitico per essere "rintracciati". L'obiettivo non è conoscerli con precisione assoluta (la cosa-in-sé di kantiana memoria cui ti riferisci), ma approssimarvisi il più possibile, nella misura in cui lo stato attuale del pensiero scientifico (il "progresso" dei veteropositivisti!) lo consente. Ed ecco che si ritorna al discorso su modelli operativi dotati di maggiore o minore oggettività (ripetibilità, confrontabilità, non precisione assoluta).


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Il peso della resistenza, della ripetizione tendente all'affermazione del sistema in quanto tale, nella situazione di sofferenza psichica a cui qui ci stiamo riferendo, è notevolmente superiore alle possibilità trasformative. L'essere umano, per via della presenza di un'organizzazione psichica autocosciente, è molto più tendente a ripetere perchè impegnato a mantenere la propria identità.
    Veramente ci stavamo riferendo alla formazione e all'aggiornamento professionale degli psicologi...

    Comunque, nelle condizioni di sofferenza psichica convengo sul fatto che (astraendo molto) non di rado il problema dipenda da una rigidità eccessiva del sistema, dove i processi trasformativi, per una serie di motivi diversi caso per caso, non riescono ad agire nella direzione più funzionale. In sistemi meno "rigidi", invece, i processi trasformativi non sono percepiti, solitamente, come una minaccia all'identità, e trovano più facilmente spazio.


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Sì, però ripeti il concetto ma non rispondi alle domande: come si inserisce un concetto psicodinamico all'interno di paradigmi teorici differenti?
    Ripeto il concetto perché ho la sensazione che non sia stato capito (e infatti pensi ancora che mi riferisca a un concetto psicodinamico... ho invece la sensazione che continuiamo a intendere cose un po' diverse).

    Comunque, poniamo per ipotesi che si voglia inserire un concetto psicodinamico in contesti teorici differenti. Si può? Dipende dalla compatibilità di quello specifico costrutto con il contesto teorico in cui lo si inserisce. In parte è un problema di traduzione di "linguaggi": nella misura in cui le implicazioni del concetto trovano accoglienza nel diverso assetto teorico, la cosa è fattibile. I problemi nascono se i diversi presupposti teorici che lo sostengono vanno in contrapposizione. In casi del genere, la traduzione del costrutto è "parziale", e assume implicazioni in parte diverse.
    Non conosco tutte le sfumature del concetto di collusione in psicoanalisi, quindi non provo nemmeno a cercare di valutare fino a che punto sia inseribile in contesti teorici diversi. Fallo tu, se vuoi.


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Quali le motivazioni di preconcetti, scotomizzazioni, errate interpretazioni etc? Risponderanno ad un'esigenza o compaiono così?
    Nulla compare "così". E' chiaro che dipendono dal tipo di processi psichici prevalenti in quel momento, dal modo in cui si integrano nell'assetto mentale complessivo delle due persone, dai fattori che caratterizzano in quel momento/periodo il rapporto professionale (ipotesi, aspettative, bisogni, desideri ecc.)


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    E se svolgono un ruolo, pertiene al dominio della coscienza o dell'inconscio?
    Non appartengono ad un "dominio esclusivo". Hanno componenti più consapevoli, e componenti che lo sono meno. Si può indirizzare la propria riflessione e azione prevalentemente sulle une o sulle altre, considerando anche il fatto che si tende a concenttualizzare in modo differente, nei vari orientamenti, soprattutto le seconde.
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  8. #38
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    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Nella maggior parte degli ambiti psicologici, poi, è noto che la misura non sia precisa, più che altro per la difficoltà di definire/isolare/controllare le variabili. E' una cosa alla quale gli psicologi sono da tempo preparati, sapendo anche quali procedure consentono di ridurre e/o stimare l'incertezza della misura.
    Ciò a cui sembra ci sia meno "preparazione" è il fatto che c'è ben poco da misurare quando si ha a che vedere con un altro soggetto. C'è da cercare da mettersi in relazione e questo non può prescindere dalla propria soggettività. Che va utilizzata, non definita/isolata/controllata, visto che c'è un livello organizzativo del soggetto che sfugge per definizione a qualsiasi misurazione.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Stiamo parlando di processi psichici, che non necessitano di un setting analitico per essere "rintracciati".
    Spero che non creda che il setting analitico sia un vezzo. Se così non fosse devi ammettere che ha un motivo d'essere: è studiato appositamente per porre al centro i processi psichici su cui si fonda la patologia, ovvero i processi inconsci. Per questo si differenzia da altri tipi di setting.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    L'obiettivo non è conoscerli con precisione assoluta (la cosa-in-sé di kantiana memoria cui ti riferisci), ma approssimarvisi il più possibile, nella misura in cui lo stato attuale del pensiero scientifico (il "progresso" dei veteropositivisti!) lo consente. Ed ecco che si ritorna al discorso su modelli operativi dotati di maggiore o minore oggettività (ripetibilità, confrontabilità, non precisione assoluta).
    Ma se in concreto ogni soggetto è determinato da una serie di variabili infinite ed uniche, ha più senso ridurle per cercare confronti e ripetibilità, oppure è necessario costruire un'epistemologia della complessità che possa cercare di darne atto? Le generalizzazioni si possono porre a livelli di astrazione più elevati, come quello della tecnica o del metodo, se non della teoria. Ma mi sembra che ci sia confusione tra questi livelli.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Ripeto il concetto perché ho la sensazione che non sia stato capito (e infatti pensi ancora che mi riferisca a un concetto psicodinamico... ho invece la sensazione che continuiamo a intendere cose un po' diverse).

    Comunque, poniamo per ipotesi che si voglia inserire un concetto psicodinamico in contesti teorici differenti. Si può? Dipende dalla compatibilità di quello specifico costrutto con il contesto teorico in cui lo si inserisce. In parte è un problema di traduzione di "linguaggi": nella misura in cui le implicazioni del concetto trovano accoglienza nel diverso assetto teorico, la cosa è fattibile. I problemi nascono se i diversi presupposti teorici che lo sostengono vanno in contrapposizione. In casi del genere, la traduzione del costrutto è "parziale", e assume implicazioni in parte diverse.
    Non conosco tutte le sfumature del concetto di collusione in psicoanalisi, quindi non provo nemmeno a cercare di valutare fino a che punto sia inseribile in contesti teorici diversi. Fallo tu, se vuoi.
    Ho capito bene che fai un utilizzo del concetto che non pertiene alla psicoanalisi. Mi chiedo però come mai lo chiami "collusione" quando è altrettanto chiaro che ne viene snaturata la valenza. Non credo sia solo un problema terminologico, quanto di necessità di tentare di spiegare elementi che sfuggono ad un modello di psicopatologia prendendo in prestito da altri che riescono a darne conto. Operazione epistemologicamente discutibile, oltre che clinicamente poco chiara rispetto ai risvolti che assume.

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    Non appartengono ad un "dominio esclusivo". Hanno componenti più consapevoli, e componenti che lo sono meno. Si può indirizzare la propria riflessione e azione prevalentemente sulle une o sulle altre, considerando anche il fatto che si tende a concenttualizzare in modo differente, nei vari orientamenti, soprattutto le seconde.
    I processi collusivi sono generati a livello della struttura e pertanto sono inconsci. E ti richiedo quali possono essere i motori motivazionali della collusione proprio perchè è evidente che sono estranei al livello cognitivo e riflessivo. Nè il paziente nè il terapeuta se ne accorgono, se non dopo qualche agito.

    Saluti
    gieko

  9. #39
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    Ciò a cui sembra ci sia meno "preparazione" è il fatto che c'è ben poco da misurare quando si ha a che vedere con un altro soggetto. C'è da cercare da mettersi in relazione e questo non può prescindere dalla propria soggettività. Che va utilizzata, non definita/isolata/controllata, visto che c'è un livello organizzativo del soggetto che sfugge per definizione a qualsiasi misurazione.
    Nei contesti in cui la relazione è centrale, non darei così per scontato ci sia meno preparazione sull'utilizzo della propria soggettività. Vorrei capire da cosa deriva questa tua idea, che sembra una costante nelle considerazioni da te fatte in questo thread, fin dall'inizio.


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    Spero che non creda che il setting analitico sia un vezzo. Se così non fosse devi ammettere che ha un motivo d'essere: è studiato appositamente per porre al centro i processi psichici su cui si fonda la patologia, ovvero i processi inconsci. Per questo si differenzia da altri tipi di setting.
    Penso che ogni approccio abbia un suo motivo di esistere, anche se trovo più convincenti quelli basati su costrutti più vicini ai dati.
    Non concordo, però, sulla centralità dei processi inconsci nella patologia, anche se indubbiamente hanno il loro peso. Anche in altri approcci esiste attenzione per i processi "inconsci"; spero anzi che il loro contributo porti sempre maggior chiarezza rispetto ai costrutti di tipo psicoanalitico, che mi sono spesso apparsi un po' fumosi, anche se in certi casi abbastanza utili sul piano intuitivo (come spunto per approfondimenti) o metaforico.


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    Ma se in concreto ogni soggetto è determinato da una serie di variabili infinite ed uniche, ha più senso ridurle per cercare confronti e ripetibilità, oppure è necessario costruire un'epistemologia della complessità che possa cercare di darne atto?
    La prima strada mi sembra più affidabile, per lo meno fino ad ora. Si possono cercare confronti e ripetibilità non necessariamente "riducendo", ma operando su complessi di variabili attraverso metodi che consentano comunque di costruire costrutti non troppo astratti e lontani dai dati.


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    Ho capito bene che fai un utilizzo del concetto che non pertiene alla psicoanalisi. Mi chiedo però come mai lo chiami "collusione" quando è altrettanto chiaro che ne viene snaturata la valenza. Non credo sia solo un problema terminologico, quanto di necessità di tentare di spiegare elementi che sfuggono ad un modello di psicopatologia prendendo in prestito da altri che riescono a darne conto.
    Potrebbe anche essere, infatti. Non considero i costrutti che uso come totalmente esaustivi nel descrivere e spiegare i fenomeni, anche perché a mio avviso se esistessero costrutti esaustivi non esisterebbero tanti approcci, in psicologia, che si occupano alla fin fine delle stesse cose, spostando accento e attenzione ora qua e ora là.


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    Operazione epistemologicamente discutibile, oltre che clinicamente poco chiara rispetto ai risvolti che assume.
    Sul versante pratico, l'uso che faccio del concetto mi è sufficiente, ed il termine "collusione", pur non coincidendo con quello psicoanalitico, mi è utile nei discorsi con i colleghi perché coglie l'essenziale, al di là delle sfumature legate ai vari approcci teorici. Mi interessa sopratutto fare un buon lavoro, un po' meno spaccare il capello in quattro, o addentrarmi in questioni troppo astratte (benché sia una persona precisa, e non del tutto disinteressata alle questioni filosofiche).


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    I processi collusivi sono generati a livello della struttura e pertanto sono inconsci. E ti richiedo quali possono essere i motori motivazionali della collusione proprio perchè è evidente che sono estranei al livello cognitivo e riflessivo.
    E' chiaro che ne diamo una definizione piuttosto diversa, ma non so se sia tale nell'apparenza o nella sostanza. Io, ad esempio, non separo così rigidamente un "livello cognitivo e riflessivo" da un "livello inconscio". Ogni pensiero e ogni percezione consapevole si struttura sulla base di frame e contesti di riferimento che sono dati per scontati, automatizzati o magari insufficientemente elaborati da non essere, spesso, sottoposti a riflessione, e quindi pienamente consci. Anche i bisogni e le aspettative che nella mia visione sottostanno ai processi collusivi, sono di questo genere.

    Ma è davvero troppo difficile capirsi quando si parlano lingue così diverse, quindi non so se tutto questo discorrere servirà a qualcosa.
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  10. #40
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    Nei contesti in cui la relazione è centrale, non darei così per scontato ci sia meno preparazione sull'utilizzo della propria soggettività. Vorrei capire da cosa deriva questa tua idea, che sembra una costante nelle considerazioni da te fatte in questo thread, fin dall'inizio.
    Personalmente constato che il numero di psicologi/psicoterapeuti che fa un percorso terapeutico o un'analisi personale è scarso. Mettersi in gioco profondamente non è più così comune, tanto è vero che questa indicazione pratica non è stata fornita a chi ha indicato il thread.

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    Penso che ogni approccio abbia un suo motivo di esistere, anche se trovo più convincenti quelli basati su costrutti più vicini ai dati.
    E perchè, la psicoanalisi sarebbe lontano dai dati? Forse è molto più vicina a certi dati che non altri orientamenti. Tanto è vero che...

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    Non concordo, però, sulla centralità dei processi inconsci nella patologia, anche se indubbiamente hanno il loro peso. Anche in altri approcci esiste attenzione per i processi "inconsci"; spero anzi che il loro contributo porti sempre maggior chiarezza rispetto ai costrutti di tipo psicoanalitico, che mi sono spesso apparsi un po' fumosi, anche se in certi casi abbastanza utili sul piano intuitivo (come spunto per approfondimenti) o metaforico.
    Se non ammetti la centralità dei processi inconsci (e, se intendiamo in senso comune il termine, equivalente al livello procedurale, siete ormai in pochi...) allora lascia perdere e dedicati ad altro. Trovo più chiara la posizione di un comportamentista vecchio stampo che sostiene di non volerne sapere nulla, sfidando lo stato dell'arte della psicoterapia contemporanea, che non il tenere questo atteggiamento ambiguo.
    Quanto alla fumosità, credo che sia derivata dal non avere fatto esperienza della psicoanalisi, orientamento in cui è centrale un livello organizzativo del soggetto che ha a che vedere con il "sentire" più che con il "raccontare".

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    La prima strada mi sembra più affidabile, per lo meno fino ad ora. Si possono cercare confronti e ripetibilità non necessariamente "riducendo", ma operando su complessi di variabili attraverso metodi che consentano comunque di costruire costrutti non troppo astratti e lontani dai dati.
    Ancora non ho capito affidabile rispetto a che cosa... Forse rispetto alle insicurezze della teoria e del metodo, oltre che personali? Eppure dovresti sapere che la ripetitività è caratteristica del laboratorio che riduce necessariamente. Qualcuno ha scritto: "Il laboratorio è il luogo dove si creano queste messe in scena artificiali. Ma le risposte che crea non sono quelle che gli uomini cercano da sempre: sono in primo luogo e soprattutto le risposte alle domande che il laboratorio è capace di porre, quelle che corrispondono alle messe in scena che è capace di produrre" (Stengers, 1998). Senza abbanonarsi alla "fumosità" dell'irripetibile relazione con un altro soggetto, si rischia di essere autoreferenziali, di dimostrare ciò che - più o meno esplicitamente - si vuole dimostrare. In altre parole, l'ascolto del paziente necessita della capacità di tollerare la frustrazione di non capire per lungo tempo (Bion).

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    E' chiaro che ne diamo una definizione piuttosto diversa, ma non so se sia tale nell'apparenza o nella sostanza. Io, ad esempio, non separo così rigidamente un "livello cognitivo e riflessivo" da un "livello inconscio". Ogni pensiero e ogni percezione consapevole si struttura sulla base di frame e contesti di riferimento che sono dati per scontati, automatizzati o magari insufficientemente elaborati da non essere, spesso, sottoposti a riflessione, e quindi pienamente consci. Anche i bisogni e le aspettative che nella mia visione sottostanno ai processi collusivi, sono di questo genere.
    Come immaginavo, "inconscio" corrisponde a "non cosciente" e morta lì. Questo è il livello procedurale che ha poco a che vedere con l'inconscio dinamico che ha a che vedere con gli aspetti motivazionali. Ecco perchè trovo fuoriviante l'utilizzo del termine collusione al di fuori del contesto in cui è nato.

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    Ma è davvero troppo difficile capirsi quando si parlano lingue così diverse, quindi non so se tutto questo discorrere servirà a qualcosa.
    A me è servito a pormi qualche dubbio sul mio approccio. Se a te no, mi spiace.

    Saluti
    gieko

  11. #41
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    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Personalmente constato che il numero di psicologi/psicoterapeuti che fa un percorso terapeutico o un'analisi personale è scarso. Mettersi in gioco profondamente non è più così comune, tanto è vero che questa indicazione pratica non è stata fornita a chi ha indicato il thread.
    O magari potrebbe essere scarso il numero di psicologi che si aprono così "profondamente" con dei colleghi da comunicarlo...
    Il tipo di indicazioni richieste da chi ha aperto il thread era diverso. Sull'eventuale esigenza di fare una scelta così particolare, tendo a pensare che ogni collega arrivi a riflettere già da solo.

    Comunque ti ringrazio per aver chiarito questo punto.


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    E perchè, la psicoanalisi sarebbe lontano dai dati? Forse è molto più vicina a certi dati che non altri orientamenti.
    Nasce per il bisogno di avvicinarsi a certi dati (per lo meno, per come apparivano questi "dati" al pensiero scientifico un centinaio di anni fa) ma è molto discutibile che riesca nel suo intento...
    Non è però mia intenzione "sferrare attacchi" alla psicoanalisi (lo fanno già in troppi). Esprimo un parere "transitorio" (anche se forse non ti sembra tale), e il mio pensiero resta piuttosto aperto, al riguardo. Se avrò motivo di cambiare opinione in merito, lo farò con piacere.


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    Se non ammetti la centralità dei processi inconsci (e, se intendiamo in senso comune il termine, equivalente al livello procedurale, siete ormai in pochi...) allora lascia perdere e dedicati ad altro. Trovo più chiara la posizione di un comportamentista vecchio stampo che sostiene di non volerne sapere nulla, sfidando lo stato dell'arte della psicoterapia contemporanea, che non il tenere questo atteggiamento ambiguo.
    Lasciar perdere cosa, questo discorso? E' come se ti dicessi "se non sei d'accordo con me è inutile che mi rispondi", il che potrebbe essere piuttosto indicativo rispetto ad un certo atteggiamento di fondo.

    Comunque, tra qualche giorno vado in vacanza, e starò via fino a metà settembre, quindi sarai accontentato. Spero che intanto qualcun altro porti contributi interessanti al thread, possibilmente non OT come stiamo facendo noi da circa 2 pagine...

    E si, il termine "inconscio" lo uso con accezione "descrittiva" (stati, gradi e momenti diversi di consapevolezza), oppure "procedurale" (processi elaborativi o mnemonici impliciti). Non ho mai riscontrato definizioni abbastanza vicini ai dati, quando si parla di "inconscio dinamico" (e, a dire il vero, non rilevo una reale esigenza di aggiungere quest'ulteriore costrutto).
    Non so se siamo davvero rimasti in "pochi" ad agire così, ma anche se fosse (consentimi la battuta!), allora direi "meglio pochi ma buoni"!


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    Quanto alla fumosità, credo che sia derivata dal non avere fatto esperienza della psicoanalisi, orientamento in cui è centrale un livello organizzativo del soggetto che ha a che vedere con il "sentire" più che con il "raccontare".
    A volte può dipendere da mancanza di esperienza diretta... a volte no.
    In ogni caso, nel dibattito scientifico, è necessario descrivere con un linguaggio comune anche ciò che attiene al livello del "sentire", altrimenti la comunicazione e il confronto divengono impossibili.


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Ancora non ho capito affidabile rispetto a che cosa... Forse rispetto alle insicurezze della teoria e del metodo, oltre che personali? Eppure dovresti sapere che la ripetitività è caratteristica del laboratorio che riduce necessariamente. Qualcuno ha scritto: "Il laboratorio è il luogo dove si creano queste messe in scena artificiali. Ma le risposte che crea non sono quelle che gli uomini cercano da sempre: sono in primo luogo e soprattutto le risposte alle domande che il laboratorio è capace di porre, quelle che corrispondono alle messe in scena che è capace di produrre" (Stengers, 1998).
    Non parlavo, infatti, di un approccio da laboratorio, che pur ritengo utile in certi casi.
    Per "affidabili" mi riferisco sempre a costrutti e metodi più vicini ai dati, che non creino, insomma, incertezze inutili, oltre a quelle già inevitabili.


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    Senza abbanonarsi alla "fumosità" dell'irripetibile relazione con un altro soggetto, si rischia di essere autoreferenziali, di dimostrare ciò che - più o meno esplicitamente - si vuole dimostrare.
    No beh, non è l'irripetibilità della relazione ad essere fumosa, semmai il modo in cui si guarda e si pensa ad essa...

    E' curioso, comunque, il fatto che una delle più frequenti accuse mosse alla psicoanalisi sia proprio quella di autoreferenzialità, se poi, a quanto sembra dalle tue parole, uno dei rischi che più si sforza di evitare è proprio questo...
    E' curioso ed interessante.


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    In altre parole, l'ascolto del paziente necessita della capacità di tollerare la frustrazione di non capire per lungo tempo (Bion).
    Non c'è dubbio che la frustrazione (quella propria e quella altrui) va tollerata. Ciò che va evitato, è il protrarla o il crearne ulteriormente laddove non è necessario.


    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    A me è servito a pormi qualche dubbio sul mio approccio. Se a te no, mi spiace.
    Mi fa piacere sapere che sia servito a qualcosa. A me ha evocato per lo più echi di precedenti riflessioni, di confronti con posizioni e punti di vista già incontrati in passato. Per questo mi interrogavo (fin dall'inizio) sulla sua utilità.
    Anche per il fatto che nessun altro interviene...
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  12. #42
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    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    O magari potrebbe essere scarso il numero di psicologi che si aprono così "profondamente" con dei colleghi da comunicarlo...
    Il tipo di indicazioni richieste da chi ha aperto il thread era diverso. Sull'eventuale esigenza di fare una scelta così particolare, tendo a pensare che ogni collega arrivi a riflettere già da solo.
    Non mi sembra proprio che sia una questione di riservatezza, suvvia... Basta leggere su questo forum per farsi un'idea del fatto che spesso se si può evitare di "spendere soldi e tempo" nella terapia personale, è meglio. E se proprio è necessario, allora si cerca la soluzione più semplice ed economica.

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    Nasce per il bisogno di avvicinarsi a certi dati (per lo meno, per come apparivano questi "dati" al pensiero scientifico un centinaio di anni fa) ma è molto discutibile che riesca nel suo intento...
    Ma senti senti... Quindi saremmo ancora fermi a Freud. Ma per favore... Quanto al fatto che non sia riuscita negli intenti, mi chiedo da quale punto di vista stia parlando ed in base a quale esperienza o argomento. Se dopo 110 anni la psicoanalisi costituisce ancora un vertice di osservazione scientifica importante su certi fenomeni, tanto da suscitare interesse (in senso positivo o negativo, poco cambia) evidentemente le cose non stanno nello stesso modo.

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    Lasciar perdere cosa, questo discorso? E' come se ti dicessi "se non sei d'accordo con me è inutile che mi rispondi", il che potrebbe essere piuttosto indicativo rispetto ad un certo atteggiamento di fondo.
    No, lasciar perdere tentativi di conciliare un'epistemologia positivista con altro, ovvero occuparsi nella clinica di fenomeni (come la collusione) che non pertengono al dominio epistemico scelto. E' un semplice invito alla coerenza, non ad essere d'accordo con me.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    E si, il termine "inconscio" lo uso con accezione "descrittiva" (stati, gradi e momenti diversi di consapevolezza), oppure "procedurale" (processi elaborativi o mnemonici impliciti). Non ho mai riscontrato definizioni abbastanza vicini ai dati, quando si parla di "inconscio dinamico" (e, a dire il vero, non rilevo una reale esigenza di aggiungere quest'ulteriore costrutto).
    Non so se siamo davvero rimasti in "pochi" ad agire così, ma anche se fosse (consentimi la battuta!), allora direi "meglio pochi ma buoni"!
    Ma allora non usare il termine inconscio, no? E' tutt'altra roba... Ci credo poi che non riscontrerai definizioni vicine ai dati, perchè osserverai dati diversi, data la tua posizione. Nulla di male, se ritieni che non si debba aggiungere altro alle tue esigenze teorico-cliniche significherà che hai un'ottima comprensione dei fenomeni che osservi, almeno dal tuo punto di vista.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    A volte può dipendere da mancanza di esperienza diretta... a volte no.
    In ogni caso, nel dibattito scientifico, è necessario descrivere con un linguaggio comune anche ciò che attiene al livello del "sentire", altrimenti la comunicazione e il confronto divengono impossibili.
    No, se questo significa svilire la pregnanza emotiva. Per questo alcuni autori nell'ambito della psicoanalisi utilizzano linguaggio "allegorico" (penso alla terminologia kleiniana per descrivere la clinica), ed astratto per la teoria e la comunicazione (e penso alle applicazioni della matematica fatte da Lacan e Bion). Confrontarsi significa prima di tutto affrontare ciò che è oscuro.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Non parlavo, infatti, di un approccio da laboratorio, che pur ritengo utile in certi casi.
    Per "affidabili" mi riferisco sempre a costrutti e metodi più vicini ai dati, che non creino, insomma, incertezze inutili, oltre a quelle già inevitabili.
    E sei così certa che il modello che descrivi non sia una sorta di laboratorio, dove si cerca di isolare le variabili, come tu stessa hai scritto?

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    E' curioso, comunque, il fatto che una delle più frequenti accuse mosse alla psicoanalisi sia proprio quella di autoreferenzialità, se poi, a quanto sembra dalle tue parole, uno dei rischi che più si sforza di evitare è proprio questo...
    E' curioso ed interessante.
    Chissà che non ti spinga ad aggiornarti un po' sulla psicoanalisi. Così, tanto per sapere...

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Non c'è dubbio che la frustrazione (quella propria e quella altrui) va tollerata. Ciò che va evitato, è il protrarla o il crearne ulteriormente laddove non è necessario.
    L'autopoiesi del soggetto si rimette in moto nel vuoto lasciato dall'intervento clinico. La sofferenza è necessaria per il cambiamento, deve essere sentita per poi essere tollerabile.

    Citazione Originalmente inviato da Lithium Visualizza messaggio
    Mi fa piacere sapere che sia servito a qualcosa. A me ha evocato per lo più echi di precedenti riflessioni, di confronti con posizioni e punti di vista già incontrati in passato. Per questo mi interrogavo (fin dall'inizio) sulla sua utilità.
    Eh, magari utilizzi gli stessi occhi di prima per qualcosa che si svolge ora...

    Saluti
    gieko

  13. #43
    Partecipante Affezionato
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Ho letto con interesse questa discussione (anche se ad un certo punto mi sono un pò persa nel dibattito fra Litium e Gieko...) anche perchè riconosco in chi l'ha iniziata i miei stessi dubbi... Infatti sono laureata da poco, indirizzo clinico e di comunità, prossima (si spera!) all'abilitazione e tanto tanto confusa sulle possibilità di applicare quanto studiato all'università, ma anche sulla reale opportunità di ulteriori corsi di formazione... Mi spiego: ho l'impressione che la maggior parte di noi esca dall'università non con la voglia di lavorare e mettersi in gioco ma spesso con il bisogno di...ritornare a studiare...sia una scuola di psicoterapia o un master o quant'altro! Non mi fraintendete: non penso affatto che non sia opportuno continuare a formarsi dopo la laurea, ma ritengo che sia una cosa utile se fatta a fronte di una reale necessità riscontrata "sul campo" e non a priori tanto per evitare di mettersi in gioco... Mettersi in gioco per me può voler dire anche definire le proprie aree di maggior interesse, reperire materiali bibliografici per approfondirle, informarsi circa le possibili declinazioni lavorative...questo 5 anni di università dovrebbero averci messo in grado di farlo! E se ci può sembrare di no (mi ci metto io per prima) penso che sia un nostro problema...quello di non sentirsi mai abbastanza pronti! Se affrontate così, ulteriori opportunità formative ho paura che non farebbero altro che procrastinare ancora di più il momento in cui cominceremo a sperimentarci nella pratica!
    Altra cosa che rilevo è che in questo clima "difattista" e "vittimistico" c'è un forte individualismo...non riscontro di frequente colleghi/e che si associno insieme per confrontarsi e cominciare a muoversi per lavorare...io stessa sto avendo grosse difficoltà in questo senso... Eppure secondo me sarebbe preziosissimo, sia che si tratti di condurre insieme progetti nelle scuole, seminari esperienziali o di confrontarsi in intervisione sullo svolgimento di sedute di consulenze! Questo perchè ritengo che la collaborazione e il confornto con chi è alle prese con i nostri stessi dubbi sia un metodo immediato (gratuito!) e insostiuibile per osservare le capacità altrui e riconoscerle finalmente anche a se stessi....rilevando finalmente anche le aree da implementare con ulteriori letture, formazione e quant'altro!
    Non credo poi che la consulenza psicologica possa essere assimilata alla psicoterapia, c'è un sempre crescente numero di persone che manifestano problematiche che non rientrano nella psicopatologia ma che hanno a che fare con il benessere, la qualità della vita, le relazioni e che sempre più spesso si rivolgono a professioni che psicologiche non sono (pensate al counseling filosofico...per dire!!)... Allora mi chiedo, ma noi psicolgi quando spetteremo di fare gli studenti ultraspecializzati e ci sveglieremo?
    Forse "buttarsi" e vedere cosa si sa relamente fare paradossalmente può essere un atto di grande responsabilità verso i nostri clienti...non saremo infatti mai psicolgi se non impareremo a gestire l'incertezza in noi e fuori di noi.

  14. #44
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di lovingpsico
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Sadharma, grazie per il tuo contributo!!

    so che ci sono tante persone che la pensano come me e te, è che è più probabile incontrare discorsi che spingono alla ormai indispensabile formazione post-lauream, costosissima (scusate se insisto, ma il problema è anche questo. Cred che chiunque abbia sete di nuove esperienze formative, ma come diavolo ci si mantiene pagando la scuola e destreggiandosi tra tirocinio, supervisioni e lavoretti conciliabili con la scuola?? )


    Cambio idea mille volte... però, in certi momenti, prevale la sensazione di potermi sperimentare in consulenze inquadrabili esattamente nella tipologia che hai spiegato tu.

    il dubbio è, come si può rendere chiaro alle persone che potrebbero rivolgersi a me (o chi per me) che il servizio offerto è di questo tipo - consulenza psicologica, prpomozione del benessere individuale, sostegno nel ciclo di vita etc. - e non va assolutamente ad intrecciarsi con la psicoterapia, pur trattandosi di un intervento psicologico?
    Credo che nemmeno i medici del centro dove potrebbe collocarsi questo servizio lo abbiano capito. Nella loro testa, da quello che ho intuito, c'è l'idea di...."mettiamo un psicologo cosi parla con quelli che hanno un pò d'ansia, attacchi di panico eccetera eccetera".

    formalmente, come può essere chiarita la proposta di un intervento psicologico? si scrive nel sito del centro? sui biglietti da visita? Si specificano le aree di sostegno o si resta sul vago ? ( io direi specificare, chiarire, altrimenti si fa come quei counselor poco definiti che si presentano come tutto e niente, no?? )
    Inevitabilmente, tutti i grandi uomini conservano qualcosa di infantile. S.Freud

  15. #45
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    Riferimento: Lo psicologo (non psicoterapeuta) e la CONSULENZA PSICOLOGICA

    Cara lovingpsico,
    se ci rifletti è nella natura delle cose che i medici non sappiano fare la distinzione tra psicologo e psicoterapeutta, nè tra intervento sui cosìdetti "disagi emotivi comuni" o sulle psicopatologie... La dicotomia normale/patologico di stampo medico fa parte integrante degli stereotipi con cui la gente si accosta alla nostra professione...per definizione il cliente dello psicologo è sempre uno che non ne conosce le reali competenze, ma che gli si rivolge per "delegare" un problema come farebbe con qualunque altro professionista (dal meccanico al dentista per intenderci...)...sta allo psicologo stesso chiarire con il cliente (anche i medici dell'ambulatorio sono tuoi "clinenti" se ci pensi) in che cosa consiste il suo intervento.
    Per quanto riguarda la comunicazione al pubblico penso che sia appropriato scrivere esattamente quello che hai detto tu: un servizio di consulenza psicologica, poi magari specifichi che è di promozione del benessere, sostegno nel ciclo di vita perchè no! In ogni caso ti arriveranno anche persone convinte di star andando da uno "strizzacervelli", così come altri convinti di star andando dall' "amica del cuore2 e chi più ne ha più ne metta!...tu potrai secondo me esplicitare meglio che condurrai alcuni colloqui di consultazione per definire la problematica che la persona porta, le risorse a disposizione e gli eventuali percorsi disponibili per risolverla compreso l'eventuale invio per un psicoterapia se ce ne fosse la necessità. Guarda che anche fare da "filtro" e inviare non è una cosa affatto banale, tante persone magari senza di questo non arriverebbero affatto a prendere in considerazione l'idea di una psicoterapia.
    Spero che si capisca quello che voglio dire...sennò dimmelo che provo a scriverlo meglio..
    Ah guarda questo link: Studio Associato di Consulenza Psicologica Nuova Mente (Vicenza) - Pagina Principale secondo me è geniale...e se leggi bene non c'è scritto che facciano psicoterapia!

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