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Ultima modifica di terapente : 27-08-2010 alle ore 21.03.14 Motivo: indesiderato
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Ultima modifica di terapente : 27-08-2010 alle ore 21.08.54 Motivo: autocensura
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Ultima modifica di Megiston Matema : 28-08-2010 alle ore 11.25.52 Motivo: perplesso
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Ultima modifica di complicata : 28-08-2010 alle ore 12.49.14 Motivo: E' che siete degli insensibili
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Ultima modifica di Megiston Matema : 28-08-2010 alle ore 14.01.58 Motivo: Insensibili?
Dialogo? Io ho visto solo i puntini di sospensione ....e sto rispondendo puntino per puntino
E poi, perché tu non saresti in grado? Non sai scrivere dei puntini anche tu?
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Ultima modifica di Megiston Matema : 28-08-2010 alle ore 14.12.22
Io spero che legga e ritorni, comunque effettivamente devo ammettere che tu dialoghi.
Magari dopo averti letto, ritorna.
Sai, quando uno interviene su un forum, e si sente non considerato, gli possono venire un sacco di dubbi...
.....guarda quanti bei puntini so scrivere.............
Ciao ragazzi,
sono nuova su questo forum :-)
Volevo subito farvi una domanda...
Mi potete spiegare perchè uno psicoterapeuta non può curare i propri amici, come è anche scritto nel codice deontologico?
Non riesco a capirlo bene...
Grazie e buona serata a tutti :-)
Grazie mille per la risposta Complicata :-)
Appunto non capisco perchè non essere distaccati nuoce al processo terapeutico!
E poi un mio amico- psicoterapeuta ha anche detto che "non sarei capace di vedere possibile un'elaborazione delle emozioni con lui"...
Non capisco che cosa voglia dire e non voglio chiederglielo, perchè parla sempre in codice e non mi va di chiedere sempre delle spiegazioni...
Molto semplicemente.
Perché gli amici ti danno sempre ragione. Anche quando sono convinti che hai torto marcio.
Un terapeuta no (o, meglio, non glie ne può fregare di meno della "ragione").
Tutto qui, secondo me.
Buona vita
Guglielmo
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
Cara MiciaCattiva,
per quanto ne sappia io il veto di prendere in terapia persone con cui hai rapporti di amicizia, di amore, di conoscenza, di lavoro e persino di vicinato è tipico della psicoanalisi e delle psicoterapie cosiddette dinamiche. Quelle, per intenderci, che prevedono lo sviluppo di un transfert. Le psicoterapie cognitive e comportamentali non mi pare indulgano in questa selezione dei propri pazienti; la conoscenza pregressa, insomma, non è pregiudizievole alla buona riuscita della terapia. E questo è spiegabile, perché queste terapie basano la loro efficacia su tecniche standardizzate e non sul rapporto, sulla relazione fra due o più persone in terapia.
L’ipotesi di base della psicoanalisi è che una conoscenza pregressa offuscherebbe la cristallinità del transfert, che deve essere limpido e facilmente riconducibile alle fantasie edipiche infantili, non certo alle caratteristiche relazionali, umane e personali dell’analista, che anzi è necessario che sia quanto più possibile neutrale e obiettivo nell’interpretare il transfert del suo paziente e nel ricondurlo nel suo giusto alveo, da cui prende le mosse e di cui è la riedizione nel momento attuale.
Questa, banalmente e stringatamente, la motivazione per cui un terapeuta “dinamico” può avere delle remore ad accettare in terapia parenti, amici, “morosi”, conoscenti e vicini di casa.
In linea di principio anch’io, in maniera acquiescente e acritica, condivido questa remora di fondo, nel senso che non ho mai accettato come pazienti persone con cui avevo un rapporto pregresso. Si tratta nel mio caso di una sorta di ipse dixit, se tutti i miei predecessori, i miei maestri, i colleghi che più stimo si comportano in questo modo ritenendolo giusto, corretto, non vedo perché non debba farlo anch’io.
Da quando lavoro con le coppie, invece, mi sta sorgendo qualche dubbio su questo che sempre di più mi appare come un pregiudizio; il motore del cambiamento di una coppia è l’amore reciproco, questo sostanzialmente è il maggiore dei fattori trasformativi, e constato che la coppia è un rapporto d’amore spontaneo, reale e quindi molto più efficace rispetto all’amore “relazionale” artificiale che si crea fra terapeuta e paziente.
Credo che il discorso possa valere per qualsiasi tipo di relazione reale il cui legante sia l’amore e l’affetto reciproco (amicizia compresa).
Le mie sono constatazioni personali, sensazioni, idee vaghe, pensieri in itinere, per il momento; certo è che è constatabile il fatto che una coppia che funziona è maturativa, trasformativa e che noi ci lasciamo permeare molto di più dalle persone che amiamo piuttosto che dagli altri.
Un saluto.
Grazie mille per le risposte.
Io ci ho riflettuto parecchio leggendo un pò su internet...
Ecco cosa ho trovato:
"In questo gioco di forze emotive affettive anche l'analista è pienamente coinvolto, si parla infatti nel gergo proprio di questa nuova disciplina, di controtransfert per intendere la reazione immediata emotiva e affettiva al transfert del paziente da parte di chi dovrebbe sostenere la funzione analitica ed è qui che l'analista che sa il suo mestiere può mettere in atto le sue capacità che consistono fondamentalmente nel riuscire a prendere distanza dal suo stesso immediato sentire il transfert del paziente.
Questa capacità non è richiesta al paziente proprio per il suo essere nel ruolo di paziente, ma la sua emancipazione da questo ruolo avviene proprio nella misura in cui anch'egli apprende dall'esempio e quindi dalla conoscenza dell'analista a prendere distanza da questo suo immediato sentire che produce il transfert."
Cioè praticamente l'ultima parte, se ho capito bene, significa che il paziente, prendendo esempio dell'analista che rimane distaccato dalle emozioni, impara anche lui ad essere distaccato. E' questa la terapia. E visto che un amico/parente/amante non può essere distaccato emotivamente mentre tu gli racconti delle tue sofferenze, nemmeno tu avrai questa capacità.
Penso che sia questo quello che intendevo il mio amico dicendo che non avrei la capacità di vedere possibile una elaborazione delle emozioni con lui.
Che tristezza. Voglio tanto bene a questo mio amico, sa tutto di me e gli posso raccontare qualsiasi cosa, è davvero un peccato che non mi può curare. Ma nella vita non si può avere tutto ciò che si vuole.
Buona giornata a tutti :-)
Perché tristezza? E’ un amico, gli vuoi bene e ci puoi parlare. Molti non hanno una tal fortuna!
Non è lui che ti “curerà” in una relazione terapeutica e allora? Ammesso che si possa essere “curati”, poi a che ti servirebbe esserlo se non hai amicizie così belle?
Forse non riesci a vederlo per l’uomo che è indipendentemente dalla sua professione e ti potresti chiedere cosa vi lega in realtà, se una vera amicizia o un’aspettativa di altro genere.
Può capitare che ci si aspetti “soluzioni” da persone che studiano la psiche, così come può capitare che gli psicologi non riescano a distaccarsi dal loro ruolo e che tendano a voler essere d’aiuto, senza sentirsi direttamente coinvolti.
L’amicizia è un’altra cosa e – in questo sono d’accordo con Megiston – se si ha la fortuna di incontrare qualcuno di “perturbante” e di avere almeno un po’ la capacità di essere permeabili, possiamo davvero crescere come persone.
Saluti