Sei così sicuro? Alla fine un compito che viene delegato allo stato dal cittadino è quello di farsi garante dello sviluppo di una società civile e generativa. Questa poggia in gran parte sulla tutela del luogo relazionale "famiglia" nel quale nascono e crescono i nuovi individui. E lo stato rende conto delle sue azioni attraverso le elezioni.
Io penso che debbano esistere forme di tutela delle forme familiare maggiormente generative ed è compito dello stato e del sistema giuridico tutelare e differenziare le diverse forme di unioni possibili, decidendo dove e in che modo distribuire le risorse (anche simboliche, definendo ciò che è famiglia e ciò che non lo è).
Attualmente assistiamo alla proliferare di diverse forme familiari, dalle convivenze alle unioni fra coppie omosessuali con figli e penso che alla lunga seguendo un processo evoluzionistico la forma familiare maggiormente idonea per la società prenderà piede e le altre saranno semplicemente minoritarie.
Lo stato e il diritto fondato sulla ricerca, priva dell'ideologia che attualmente governa questo argomento, dovrebbe tutelare questo processo, anche se attualmente si assiste alla delegazione all'individuo di questo compito, definendo la famiglia un nucleo dipersone legate da relazioni emotive forti e i figli un diritto dei genitori. In questo modo penso venga meno ad uno dei suoi compiti fondamentali.
No. Affatto. Diciamo che è un'ipotesi che avanzo. Provocatoria, poco "politically correct", ma che mi piacerebbe vedere messa alla prova.
Non credo sia il luogo per una discussione politica, ma - dal mio personale punto di vista - lo stato è qualcosa di molto diverso da come mi pare lo immagini tu. Tanto per iniziare non è affatto "parte terza", sta da una parte precisa.
E lasciamo perdere l'ideologia della democrazia, con il suo contorno di "libere elezioni".
Potrebbe essere utile. A patto di sapere cosa intendiamo per "generative" e di poter paragonare liberamente le possibili soluzioni trovate dagli esseri umani nelle diverse zone del pianeta a problemi relativi alla proprietà, allo status delle donne, alla trasmissione del potere, a queste cosette qui.
E' più generativa una famiglia poligamica o poliandrica? Una pratica come il kibbutz o una come il fosterage? Produce persone migliori la comune cinese o la famiglia monoparentale statunitense?
Insomma la vedo complicata. Perché poi debba toccare allo stato un compito del genere è cosa che mi riesce oscura.
Amedeo, non vedo come tu possa conciliare la contraddizione tra uno stato che abbia come ruolo quello di "tutelare" un processo di cambiamento della famiglia e uno stato che abbia il ruolo di "definire" cosa sia la famiglia. Il secondo caso presuppone il potere e l'uso della forza e della coercizione, che è esattamente quanto accade ora. Quindi, non mi pare che lo stato stia abdicando a nulla. Mi pare , invece, che non abbia alcuna intenzione di comportarsi nel modo da te auspicato.
Buona vita
Guglielmo
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
va bene lasciamo stare la discussione politica se no chissà dove arriviamoNon credo sia il luogo per una discussione politica, ma - dal mio personale punto di vista - lo stato è qualcosa di molto diverso da come mi pare lo immagini tu. Tanto per iniziare non è affatto "parte terza", sta da una parte precisa.
E lasciamo perdere l'ideologia della democrazia, con il suo contorno di "libere elezioni".
ma
La cosa è complicata come qualsiasi oggetto di ricerca (fosse semplice perchè ricercare?) Alla base dovrebbe esserci il processo di definizione e operazionalizzazione dei costrutti tanto caro alle scienze sociali, andando a definire la famiglia ad esempio come il luogo elettivo per la formazione del capitale sociale dell'individuo, quindi andando a misurare il suo stato di benessere come indicatore e al tempo stesso basarci sulla constatazione che certe forme familiari hanno generato civiltà e culture più floride in un determinato periodo storico, altre sono rimaste marginali, altre ancora hanno lasciato il passo a nuove forme di famiglia. Sono necessari studi transculturali per verificare se nonostante la pluralità delle forme familiari, vi siano state forme rilevanti nella storia umana di famiglie monogenere o di famiglie che non ricevano istituzionalizzazione dal loro gruppo sociale di appartenenza (le coppie di fatto), perchè mi sembra che queste due siano le più rilevanti differenze delle nuove forme familiari.Potrebbe essere utile. A patto di sapere cosa intendiamo per "generative" e di poter paragonare liberamente le possibili soluzioni trovate dagli esseri umani nelle diverse zone del pianeta a problemi relativi alla proprietà, allo status delle donne, alla trasmissione del potere, a queste cosette qui.
E' più generativa una famiglia poligamica o poliandrica? Una pratica come il kibbutz o una come il fosterage? Produce persone migliori la comune cinese o la famiglia monoparentale statunitense?
Insomma la vedo complicata. Perché poi debba toccare allo stato un compito del genere è cosa che mi riesce oscura.
La sfida di ricerca è sicuramente grande, ma nel modo di approcciarsi al tema solitamente si ritrovano due orientamenti che trovo ugualmente deludenti.
O si considera che lo sviluppo delle forme di famiglia europee siano frutto di un semplice processo evoluzionistico deterministico che va verso forme sempre più individualizzate e basate sulla mera contingenza
O si considera tale sviluppo solo il frutto delle spinte degenerative e autodistruttive della società.
non capisco perchè definire cosa sia famiglia e cosa non lo sia implichi l'uso della forza e della coercizioneAmedeo, non vedo come tu possa conciliare la contraddizione tra uno stato che abbia come ruolo quello di "tutelare" un processo di cambiamento della famiglia e uno stato che abbia il ruolo di "definire" cosa sia la famiglia. Il secondo caso presuppone il potere e l'uso della forza e della coercizione, che è esattamente quanto accade ora. Quindi, non mi pare che lo stato stia abdicando a nulla. Mi pare , invece, che non abbia alcuna intenzione di comportarsi nel modo da te auspicato.
Buona Giornata!
Ultima modifica di Amedeo!!?? : 04-09-2010 alle ore 09.27.20
Perché lo Stato è la pratica della Legge (e ho utilizzato le maiuscole intenzionalmente).
E' legale una famiglia omosessuale? In Italia no. E il fatto stesso che non sia legale implica la presenza di forza e coercizione.
Intendiamoci. Potrebbe pure essere giusto o giustificabile. Mi piacerebbe, semplicemente, che si partisse dalla realtà, non dalle intenzioni.
Buona vita
Guglielmo
Dott. Guglielmo Rottigni
Ordine Psicologi Lombardia n° 10126
Beh ma io non supponevo che fosse impossibile che un genitore naturale facesse del male o maltrattasse il figlio, dico solo che in una certa misura la natura gli fornisce una specie di motivazione istintiva in più per sopportare un figlio che crea problemi, certo poi per altri motivi si può arrivare ad ammazzare chiunque.Originalmente inviato da Duccio
Un genitore non naturale deve essere dotato di una certa capacità di simulare questa forma di generosità tramite altre motivazioni, perciò credo che per questo legalmente non si tende a mettere da nessuna parte sullo stesso piano i genitori biologici e quelli non naturali o adottivi. Per questo gli aspiranti genitori adottivi dovrebbero dimostrare di essere motivati ad essere generosi col nuovo membro della famiglia (rispetto ai genitori naturali) prima che gli venga affidato un bimbo (come sosteneva insomma Antinomica).
Riporto questo paragrafo tratto da un libro dello psicologo Steven Pinker secondo il quale i rapporti di parentela biologici (o che crediamo tali) influenzano molto le nostre emozioni ed il nostro comportamento.
<<Parenti
Sorridete a vostro fratello, cantava il gruppo rock degli Youngbloods; fratellanza tra gli uomini, cantava John Lennon. Quando parliamo di beneficenza, usiamo il linguaggio della parentela. Padre nostro che sei nei cieli; Dio padre; i Padri della Chiesa; Babbo Natale; figura paterna; patriottismo. La madrepatria; la madre Chiesa; madre superiora; spirito materno. Fratelli di sangue; black brothers; amore fraterno; confratelli e confraternite; fratello, mi dai cento lire? Sorellanza è bello; le Sorelle della Misericordia; nazioni sorelle; le sette sorelle. Città gemelle; anime gemelle. La famiglia umana; le famiglie mafiose; una grande famiglia felice.
Le metafore improntate alla parentela trasmettono un messaggio semplice: trattate queste o quelle persone con la stessa benevolenza con cui trattate i vostri parenti. E tutti capiamo che cosa vuol dire. L'amore per i parenti viene naturale, quello per i non parenti no. E un dato di fatto fondamentale del mondo sociale, che governa ogni cosa, da come cresciamo all'ascesa e caduta di imperi e religioni. La sua spiegazione è semplice: con i parenti si condividono geni in misura maggiore che con i non parenti, quindi se un gene fa sì che un organismo porti beneficio a un parente (per esempio nutrendolo o proteggendolo), ha buone probabilità di portare beneficio a una copia di se stesso. Grazie a questo vantaggio, in una popolazione, con il passare delle generazioni, i geni cui fanno capo i benefici portati a parenti aumenteranno. La stragrande maggioranza dei gesti di altruismo nel mondo animale vanno a vantaggio dei parenti di chi li compie. Gli esempi più estremi di altruismo verso i parenti si riscontrano tra insetti sociali quali formiche e api, in cui le operaie danno tutte se stesse alla colonia. Esse sono cronicamente sterili e difendono la colonia con tattiche da kamikaze, come esplodere per spruzzare sull'invasore sostanze chimiche velenose o pungerlo con un pungiglione a barbigli che, quando viene estratto, sventra il loro corpo. Tanta dedizione proviene in larga misura da un insolito sistema genetico che le rende più strettamente imparentate alle sorelle di quanto potrebbero esserlo alla loro progenie. Difendendo la colonia, aiutano le loro madri a generare delle sorelle invece che generare figli loro stesse.
I geni non possono parlarsi tra loro o manovrare il comportamento in modo diretto. Negli esseri umani, «altruismo verso i parenti» e «portare beneficio ai propri geni» sono abbreviazioni che stanno per due complessi di meccanismi psicologici, uno cognitivo e uno emozionale.
Gli esseri umani sono dotati del desiderio e della capacità di apprendere il proprio albero genealogico. La genealogia è una speciale forma di conoscenza. In primo luogo, le relazioni sono digitali. O si è la madre di qualcuno, o non la si è. Potreste essere sicuri all'ottanta per cento che il padre di John è Bill, ma questo non equivale a pensare che Bill è padre di John all'ottanta per cento. E se in inglese i fratellastri sono detti half-brothers, «mezzi fratelli», tutti sanno che si tratta solo di un'abbreviazione per dire che hanno la stessa madre ma padri diversi o viceversa. In secondo luogo, la parentela è una relazione. Nessuno è un padre o una sorella punto e basta; dev'essere il padre o la sorella di qualcuno. In terzo luogo, la parentela è topologica. Ognuno è un nodo in una rete le cui connessioni sono definite da genitori, generazione e sesso. I termini che denotano la parentela sono espressioni logiche leggibili in base alla geometria e alle etichette della rete: un «cugino parallelo», per esempio, è il figlio del fratello del padre o il figlio della sorella della madre. Quarto, la parentela è autosufficiente. Età, luogo di nascita, conoscenze, posizione sociale, occupazione, segno zodiacale e tutte le altre categorie in cui collochiamo le persone si situano su un piano diverso da quelle della parentela, e non occorre tenerne conto per stabilire quest'ultima.
L'Homo sapiens è ossessionato dalla parentela. In tutto il mondo, richiesti di parlare di sé, si inizia dai parenti e dai legami familiari, e in molte società, specialmente di cacciatori-raccoglitori, si snocciolano genealogie senza fine. Nei figli adottivi, nei profughi tali dall'infanzia o nei discendenti di schiavi, la curiosità riguardo ai propri consanguinei porta a volte a ricerche che durano tutta la vita. (E questa curiosità che certi imprenditori tentano di sfruttare quando spediscono quelle cartoline prodotte al computer in cui promettono di rintracciare gli antenati di «Steven Pinker» e scoprire lo stemma e il sigillo della famiglia «Pinker»). In genere, è chiaro, non ci si fa a vicenda il test del DNA; la parentela la si stabilisce indirettamente. Molti animali ricorrono per questo fine all'olfatto; gli esseri umani a numerosi tipi di informazioni: chi cresce insieme, chi assomiglia a chi, come si interagisce, che cosa dicono fonti attendibili, che cosa si può logicamente dedurre da altri rapporti di parentela.
Una volta che sappiamo che rapporti ci legano a questa o quella persona, entra in gioco l'altra componente della psicologia della parentela. Verso i nostri parenti proviamo una solidarietà, una comunione di sentimenti, una tolleranza e una fiducia che si aggiungono a qualunque altro sentimento possiamo avere nei loro confronti. (La «casa», dice una poesia di Robert Frost, è «qualcosa che non tocca meritarsela».) Il di più di benevolenza che proviamo verso i parenti è ripartito sulla base di un sentimento che riflette la probabilità che il comportamento amorevole aiuti un parente a propagare copie dei nostri propri geni. E tale probabilità dipende a sua volta da quanto il parente ci è vicino nell'albero genealogico, dalla fiducia che riponiamo in tale vicinanza e dall'influenza della nostra benevolenza sulle prospettive riproduttive del parente (il che dipende da età e bisogni). Per questo i genitori amano i figli più di quanto amino chiunque altro, i cugini si vogliono bene ma non tanto quanto i fratelli, e così via. Naturalmente nessuno macina dati genetici e attuariali per decidere quanto amare. Piuttosto, i programmi mentali per l'amore familiare sono stati calibrati nel corso dell'evoluzione in modo che l'amore fosse commisurato alla probabilità che, nell'ambiente ancestrale, un comportamento amorevole andasse a beneficio di copie dei geni addetti ai comportamenti amorevoli.
Si tratta solo, si potrebbe pensare, della banale osservazione che il sangue non è acqua. Ma nel clima intellettuale odierno tale osservazione è una tesi scioccante e radicale. Un marziano che volesse imparare qualcosa sulle interazioni umane da un manuale di psicologia sociale non giungerebbe neanche a sospettare che gli esseri umani si comportano con i parenti in modo diverso da come si comportano con gli estranei. Alcuni antropologi hanno avanzato la tesi che il nostro senso della parentela non ha niente a che fare con la parentela biologica. Il senso comune di marxisti, femministe accademiche e intellettuali da caffè include alcune tesi sconcertanti: la famiglia nucleare di marito, moglie e figli è un'aberrazione storica sconosciuta nei secoli passati e nel mondo non occidentale; nelle tribù primitive il matrimonio è un fenomeno raro, vige un'indiscriminata promiscuità e non si conosce la gelosia; nel corso della storia sposa e sposo non hanno avuto voce in capitolo sul proprio matrimonio; l'amore romantico è un'invenzione dei trovatori della Provenza medievale e consisteva nell'amore adulterino di un cavaliere per una dama sposata; i bambini erano visti come adulti in miniatura; nei tempi antichi i figli morivano con tale frequenza che le madri non provavano dolore per la loro perdita; la preoccupazione per i propri figli è un'invenzione recente. Tali idee sono false. Il sangue davvero non è acqua, e non c'è aspetto dell'esistenza umana che non sia condizionato da questa componente della nostra psicologia.
Le famiglie sono importanti in tutte le società, e il loro nucleo è costituito da una madre e dai suoi figli biologici. In tutte le società esiste il matrimonio. Un uomo e una donna danno vita a un sodalizio pubblicamente riconosciuto il cui scopo primario sono i figli; l'uomo ha il «diritto» esclusivo di accesso sessuale alla donna; ed entrambi sono tenuti a investire nei loro bambini. I dettagli variano, spesso a seconda dei modelli di relazioni di consanguineità esistenti nella società. In genere, quando gli uomini sono certi di essere i padri dei figli della moglie, si formano famiglie nucleari, di solito intorno alla famiglia d'origine del marito. Nelle relativamente poche società in cui i mariti non possono avere tale certezza (per esempio perché si assentano per lunghi periodi di servizio militare o di lavoro nei campi), le famiglie vivono in prossimità dei parenti della madre, e i principali benefattori maschi dei bambini sono i loro più stretti consanguinei, gli zii materni. Anche in questi casi, comunque, la paternità biologica è riconosciuta e valorizzata. Della coppia e dei figli si interessano entrambi i rami della famiglia estesa, e con entrambi i bambini si sentono solidali, anche quando le regole ufficiali della discendenza ne riconoscono uno solo (come accade per i nostri cognomi, che fanno capo alla sola famiglia paterna).
Le donne se la passano meglio quando restano vicine ai propri parenti e sono gli uomini a spostarsi, perché sono circondate da padri, fratelli e zii che possono accorrere in loro aiuto nelle dispute con il marito. La dinamica è stata rappresentata in modo vivido nel film Il Padrino nella scena in cui il figlio del personaggio interpretato da Marlon Brando, Sonny Corleone, arriva quasi a uccidere il marito della sorella quando scopre che costui l'ha picchiata. La vita ha imitato l'arte due decenni dopo, quando il vero figlio di Marlon, Christian Brando, ha davvero ucciso il fidanzato di sua sorella dopo aver scoperto che la picchiava. Quando una donna deve lasciare la propria famiglia per vivere accanto a quella del marito, questi può impunemente trattarla con brutalità. In molte società i matrimoni tra cugini sono incoraggiati, e risultano abbastanza armoniosi, perché gli usuali bisticci tra marito e moglie sono mitigati dalla comprensione che essi hanno l'uno per l'altro in quanto consanguinei.
Di questi tempi è poco educato affermare che l'amore dei genitori ha qualcosa a che fare con la parentela biologica, perché sembra offensivo nei confronti dei molti genitori che hanno figli adottivi e figliastri. Le coppie amano i figli che adottano, è chiaro; tanto per cominciare, se non si fossero assunte l'eccezionale impegno di simulare l'esperienza di una famiglia naturale, non avrebbero adottato nessuno. Ma il caso dei figliastri è diverso. Il patrigno o la matrigna ha acquistato un coniuge, non un figlio; il figlio è un costo che va sostenuto come parte della transazione. Patrigni e matrigne hanno una cattiva reputazione; persino il Webster's Unabridged Dictionary definisce la matrigna come «chi manca di offrire cure o attenzioni adeguate». Gli psicologi Martin Daly e Margo Wilson commentano:
La caratterizzazione negativa di patrigni e matrigne non è affatto una prerogativa della nostra cultura. Il folclorista che consulti il poderoso Motif Index of Folk Literature di Stith Thompson vi troverà concisi riassunti quali «Matrigna cattiva ordina di uccidere la figliastra» (leggenda irlandese) e «Matrigna cattiva, in assenza del marito mercante, ammazza di fatica la figliastra» (India). Per comodità, Thompson suddivide i racconti sui patrigni in due categorie: «patrigni crudeli» e «patrigni lussuriosi». Dagli eschimesi agli indonesiani, in decine di racconti, il patrigno e la matrigna sono degli scellerati.
Daly e Wilson osservano che, secondo le teorie di molti scienziati sociali, le difficoltà che affliggono questi rapporti sono causate dal «mito del patrigno crudele». Ma perché, si chiedono, patrigni e matrigne dovrebbero essere oggetto delle stesse calunnie in tante culture? La loro spiegazione è più lineare:
L'onnipresenza di storie tipo Cenerentola ... è senza dubbio un riflesso di certe tensioni di fondo ricorrenti nella società umana. Le donne devono essere state spesso abbandonate con i bambini a carico nel corso della storia, e sia i padri sia le madri spesso restavano prematuramente vedovi. Se il sopravvissuto voleva intraprendere una nuova vita matrimoniale, il destino dei figli diveniva problematico. [Tra i tikopia e gli yanomamö il marito] chiede la morte dei figli precedenti della nuova moglie. Altre soluzioni prevedevano l'affidamento dei figli a parenti materne ormai in menopausa e il levirato, un costume diffuso per il quale una vedova e i suoi bambini erano ereditati dal fratello o da altri parenti stretti del defunto. In assenza di queste soluzioni, i bambini erano costretti ad aggregarsi alla nuova famiglia come figliastri, sotto le cure di non parenti che non avevano alcun particolare interesse alloro benessere. Di certo avevano buone ragioni per allarmarsi .
In uno studio su famiglie emotivamente sane della classe media negli Stati Uniti, solo metà dei patrigni e un quarto delle matrigne dichiarava di provare «i sentimenti di un genitore» verso i figliastri, e ancora meno affermavano di «amarli». L'immensa mole di libri divulgativi di psicologia dedicati alle famiglie ricostituite è dominata da un unico tema: far fronte agli antagonismi. Molti professionisti consigliano oggi a simili famiglie dilaniate da conflitti di abbandonare l'idea di replicare una famiglia biologica. Daly e Wilson hanno scoperto che essere un patrigno o una matrigna è il più alto fattore di rischio mai identificato in relazione agli abusi sui minori. Nel caso dell'abuso peggiore, l'omicidio, un genitore di questo tipo ha da quaranta a cento probabilità in più di un genitore naturale di uccidere un bambino piccolo, anche a tenere conto di fattori influenti quali la povertà, l'età della madre o i tratti caratteriali tipici delle persone che tendono a risposarsi.
Patrigni e matrigne non sono certo più crudeli di chiunque altro. Il rapporto fra genitori e figli non ha equivalenti tra le relazioni umane per la sua unidirezionalità: i genitori danno, i figli prendono. Per evidenti ragioni evoluzionistiche, siamo programmati a desiderare di compiere simili sacrifici per i figli, ma solo per loro. Peggio ancora: come vedremo, i figli sono programmati per chiedere questi sacrifici agli adulti che li accudiscono, il che può renderli una vera e propria seccatura per coloro che non sono loro genitori o parenti stretti. La scrittrice Nancy Mitford ha detto: «Io amo i bambini, specialmente quando piangono, perché allora qualcuno li porta via'>. Ma se il padre o la madre di questi bambini l'avete sposato, nessuno li porterà via. L'indifferenza, o addirittura l'antagonismo, di matrigne e patrigni verso i figliastri è semplicemente la reazione standard di un essere umano a un altro essere umano. E l'infinita pazienza e generosità del genitore biologico che è speciale. Il che non deve farci apprezzare di meno i molti patrigni e matrigne amorevoli; se mai, dovrebbe farceli apprezzare di più: sono persone particolarmente generose e disposte al sacrificio.
Si dice spesso che è più facile essere fatti fuori da un parente in casa che da un teppista per strada. L'affermazione suona sospetta a chiunque sappia qualcosa della teoria dell'evoluzione, e infatti è falsa.
Le statistiche sugli omicidi sono un elemento di prova importante per le teorie sui rapporti umani. Come spiegano Daly e Wilson, «uccidere il proprio antagonista è la tecnica estrema di risoluzione di un conflitto, e i nostri antenati l'hanno scoperta ben prima di divenire esseri umani».12 Gli omicidi non si possono liquidare come prodotti di una mente malata o di una società malsana. Nella maggior parte dei casi un assassinio non è premeditato né desiderato; è l'apice disastroso di una escalation in cui la politica del rischio calcolato è stata spinta troppo oltre. Per ogni omicidio devono esserci innumerevoli litigi che finiscono nel nulla e innumerevoli minacce non portate a compimento. Questo fa dell'assassinio un eccellente saggio del conflitto e delle sue cause. A differenza dei conflitti minori, che possono essere scoperti solo attraverso narrazioni che le persone coinvolte possono falsare, un omicidio si lascia alle spalle uno scomparso o un cadavere, difficili da ignorare, e gli omicidi sono oggetto di indagini e documentazioni meticolose.
A volte, è vero, qualcuno uccide propri parenti. Ci sono infanticidi, uccisioni di figli, parricidi, matricidi, fratricidi, uxoricidi, omicidi dell'intera famiglia e diversi altri tipi di uccisioni di familiari privi di denominazione specifica. In una tipica statistica di una città statunitense, un quarto degli omicidi sono commessi da estranei, metà da conoscenti e un quarto da «parenti». Ma la maggior parte dei parenti non sono consanguinei. Sono coniugi, parenti acquisiti, patrigni, matrigne, figliastri e simili. Solo dal due al sei per cento delle vittime di omicidi vengono uccisi da consanguinei. E si tratta indubbiamente di una stima per eccesso. Si vedono più spesso i propri consanguinei degli altri, quindi i propri consanguinei sono più spesso a portata di tiro. A prendere in esame solo persone che vivono insieme, quindi con le stesse occasioni di interazione, si riscontra che il rischio di essere uccisi da un non parente è almeno undici volte superiore, e probabilmente anche molto di più, a quello di essere ucciso da un consanguineo.
La minore intensità dei conflitti tra consanguinei è parte di un più ampio schema di solidarietà tra parenti, il nepotismo. Nell'accezione comune questo termine indica l'elargizione di favori a parenti (letteralmente «nipoti») da parte di chi detiene un incarico pubblico o una posizione sociale. Sebbene sia largamente praticato, il nepotismo istituzionale è ufficialmente illecito nella nostra società, cosa di cui i membri della maggior parte delle altre società si sorprendono. In molti paesi un funzionario fresco di nomina licenzia pubblicamente tutti gli impiegati pubblici alle sue dipendenze e li rimpiazza con parenti. I parenti sono alleati naturali, e prima dell'invenzione dell'agricoltura e delle città le società erano organizzate intorno a clan di familiari. Uno degli interrogativi fondamentali dell'antropologia è in che modo i cacciatori-raccoglitori si suddividano in bande o villaggi, composti in genere da una cinquantina di membri, anche se con differenze da luogo a luogo e da periodo a periodo. Napoleon Chagnon ha registrato le meticolose genealogie che legano migliaia di yanomamò, il popolo di cacciatori-raccoglitori e orticoltori della foresta pluviale amazzonica che per trent'anni è stato oggetto dei suoi studi, e ha messo in luce come il cemento che tiene insieme i villaggi sia la parentela. I parenti stretti si combattono a vicenda meno spesso e nei conflitti accorrono in aiuto l'uno dell'altro più di frequente. Ma quando la popolazione di un villaggio cresce, i legami di parentela tra i suoi abitanti si fanno meno forti, essi entrano sempre più facilmente in conflitto fra loro, e il villaggio si spezza in due. Scoppia una battaglia, le fazioni si schierano a seconda dei legami di sangue, e una delle due emigra con i parenti più stretti per fondare un nuovo villaggio.
L'esempio più comune di falso parente è il coniuge: una persona con cui non si è legati geneticamente ma che è chiamata parente e che rivendica le emozioni normalmente dirette ai parenti. Il biologo Richard Alexander fa notare che se i coniugi sono fedeli, se ognuno dei due agisce nell'interesse dei figli nati dalla loro unione anziché degli altri consanguinei, e se il matrimonio dura per l'intera vita di entrambi, gli interessi genetici dei membri di una coppia sono identici. I loro geni giacciono all'interno dello stesso involucro, i figli, e ciò che è un bene per uno dei coniugi lo è anche per l'altro. In queste condizioni ideali, l'amore coniugale dovrebbe essere più forte di qualsiasi altro.
Nella realtà, i consanguinei esigono la loro parte di dedizione, e non si può mai essere certi che un coniuge sia fedele al cento per cento, e ancor meno che in futuro non se ne vada o non muoia. In una specie meno complessa della nostra, la forza dell'amore coniugale potrebbe essere regolata su un valore medio ottimale che rifletta la probabilità complessiva del nepotismo, dell'infedeltà, dell'abbandono e della vedovanza. Ma gli esseri umani sono sensibili alle peculiarità dei loro matrimoni e modulano finemente le proprie emozioni di conseguenza. Non è sorprendente per un biologo che i suoceri, l'infedeltà e i figliastri siano le principali cause di liti coniugali.
Siccome in una coppia i geni sono in una stessa barca, e ognuno dei coniugi condivide dei geni con i propri parenti, questi hanno un interesse (in entrambi i sensi della parola) nel loro matrimonio. Se tuo figlio sposa mia figlia, le nostre fortune genetiche sono in parte legate nel nostro comune nipote, e in questa misura ciò che è vantaggioso per te lo è anche per me. Il matrimonio fa dei parenti acquisiti alleati naturali, e questa è una delle ragioni per cui in ogni cultura i matrimoni sono alleanze tra clan, non solo tra gli sposi. L'altro motivo è che quando i genitori hanno un potere sui figli adulti, come è avvenuto in tutte le culture fino a tempi recenti, i figli sono eccellenti merci di scambio. Dato che i miei figli non sono disposti a sposarsi tra loro, tu hai qualcosa di cui io ho bisogno: un coniuge per mio figlio. Per questo la dote e il pagamento di un prezzo per una sposa sono onnipresenti nelle culture umane, anche se beni come la posizione sociale e l'alleanza nei conflitti con terze parti hanno anch'essi un peso nella trattativa. Come in tutte le transazioni d'affari, una vendita o uno scambio di figli andati a buon termine provano la buona fede delle parti in causa e fanno sì che, in futuro, esse si fidino con più facilità l'una dell'altra. I parenti acquisiti, insomma, sono sia partner genetici sia soci d'affari.
Dei genitori previdenti devono scegliere con molta attenzione i loro potenziali nuovi parenti. Non solo devono valutarne i beni e l'affidabilità, ma anche calcolare se quel p0' di buona disposizione che si accompagna ad avere nei nipoti un interesse genetico comune potrà essere impiegata al meglio. Con un alleato già sicuro o un nemico implacabile potrebbe andare sprecata, mentre potrebbe essere decisiva per modificare i rapporti con un clan il cui atteggiamento è una via di mezzo. La pianificazione strategica degli accoppiamenti è un effetto della psicologia della parentela; un altro sono le regole che stabiliscono chi può sposare chi. Molte culture incoraggiano i matrirnoni tra cugini trasversali, mentre vietano quelli tra cugini paralleli. Un cugino trasversale è il figlio del fratello della madre o della sorella del padre; un cugino parallelo è il figlio del fratello del padre o della sorella della madre. Perché questa distinzione? Pensate alla situazione più comune, in cui le figlie sono scambiate tra clan di maschi imparentati fra loro, e immaginate di dover scegliere tra diversi cugini quello da sposare (non importa che siate maschio o femmina). Se sposate un cugino trasversale, concludete uno scambio con un partner d'affari di provata affidabilità: un clan dal quale la vostra famiglia (presieduta dal vostro nonno paterno) ha acquistato una moglie in passato (vostra madre o vostra zia). Se sposate un cugino parallelo, i casi sono due: o vi sposate all'interno del clan (se vostro padre e quello del vostro fidanzato sono fratelli), che dunque non acquisisce alcun bene esterno, o sposate un membro di un clan estraneo (se vostra madre e quella del vostro fidanzato sono sorelle).
Tali intrighi hanno dato vita a due dei moderni miti sulla parentela: quello per cui nelle società tradizionali l'individuo non avrebbe voce in capitolo nella scelta del coniuge, e quello per cui la parentela non avrebbe nulla a che fare con il legame genetico. Il granello di verità che c'è nel primo mito consiste nel fatto che ovunque i genitori esercitano tutta l'autorità di cui dispongono per influenzare le scelte matrimoniali dei figli. Questi ultimi, però, non accettano passivamente le decisioni dei genitori. Ovunque si provano intense emozioni (amore romantico, insomma) nei confronti di chi si intende sposare, e i fidanzamenti sono spesso aspre battaglie tra la volontà dei genitori e quella dei figli. E anche quando ad avere l'ultima parola sono i primi, i figli lottano instancabilmente per far conoscere i loro sentimenti, sentimenti che quasi sempre hanno un peso nella decisione finale. La trama di La storia di Tevye il lattivendolo, di Sholem Aleichem (da cui sono stati tratti il musical e il film Il violinista sul tetto), si svolge su questo campo di battaglia, e trame simili si ritrovano un po' in tutto il mondo. La fuga d'amore di un figlio è una catastrofe per i genitori: può significare buttar via l'affare o l'occasione strategica di tutta una vita. Peggio ancora: se i genitori hanno dato in pegno il figlio anni prima (come spesso accade, quando i figli nascono in momenti diversi e la seconda metà dello scambio deve attendere che la prima raggiunga l'età del matrimonio), si trovano a essere inadempienti, alla mercé degli strozzini. O può accadere che per comprare uno sposo o una sposa al figlio in fuga i genitori si siano indebitati fino al collo. Il mancato rispetto degli accordi matrimoniali è una delle principali cause di ostilità e guerre nelle società tradizionali. Con interessi così alti in gioco, non c'è da meravigliarsi che la generazione dei genitori insegni sempre ai figli che l'amore romantico è frivolo o non esiste affatto. Gli intellettuali che giungono alla conclusione che esso è un'invenzione recente, dei trovatori medievali o degli sceneggiatori di Hollywood, prendono per buona quella che è solo propaganda dell'establishrnent.
Anche chi considera la falsa parentela una prova che la parentela non ha nulla a che fare con la biologia prende per buona una dottrina ufficiale. Un grosso problema delle regole matrimoniali, come quella che impone il matrimonio tra cugini trasversali, è che la composizione di un gruppo per età e per sesso fluttua, quindi a volte non ci sono partner idonei per il figlio. Come con tutte le regole, si tratta allora di aggirarle senza ridurle a una farsa. Una soluzione ovvia è di ridefinire chi è imparentato con chi. Uno scapolo appetibile può essere definito un cugino trasversale anche se l'albero genealogico dice qualcosa di diverso: si evita così che una figlia resti zitella, senza con questo stabilire un precedente che autorizzerebbe altri figli a sposare chi vogliono. Ma, nel profondo, queste misure intese a salvare la faccia non ingannano nessuno. Un'ipocrisia analoga vale per altri falsi parenti. Dal momento che le emozioni legate alla parentela sono così potenti, succede che si cerchi di sfruttarle per ottenere la solidarietà di non parenti chiamandoli parenti. E una tattica che è stata riscoperta più e più volte, da capi tribù come da predicatori dei nostri giorni e da fatui musicisti rock. Ma anche nelle tribù in cui le etichette fittizie di parentela sono prese con la massima serietà in pubblico, quando qualcuno è incalzato in privato riconosce che il tal dei tali non è davvero suo fratello o suo cugino. E quando le persone si mostrano per quel che sono in una disputa, la loro vera natura li fa schierare con i consanguinei e non con i falsi parenti. Molti genitori moderni invitano i figli a rivolgersi agli amici di famiglia chiamandoli zio o zia. Quando ero piccolo, io e i miei amici li chiamavamo finti zii e finte zie. E una resistenza ancora più forte i bambini la mostrano verso le pressioni che giungono loro da ogni parte perché chiamino mamma e papà la matrigna o il patrigno.
Le emozioni legate alla parentela plasmano le società, anche le più grandi, da millenni. Tramite doni ed eredità, la portata dell'amore dei genitori può travalicare le generazioni. Esso è all'origine del paradosso fondamentale della politica: nessuna società può essere al contempo equa, libera ed egualitaria. Se è equa, chi lavora di più accumula di più. Se è libera, i suoi membri lasciano i propri beni ai figli. Ma allora non può essere egualitaria, perché alcuni ereditano ricchezze che non hanno guadagnato. Fin da quando Platone, nella Repubblica, richiamò l'attenzione su queste incompatibilità, la maggior parte delle ideologie politiche possono essere definite in base alla posizione che assumono su quale di questi ideali debba cedere il passo.
Un'altra conseguenza sorprendente della solidarietà parentale è che la famiglia è un' organizzazione sovversiva: una conclusione che sembra contraddire sia la visione di destra, secondo cui Chiesa e Stato sono sempre stati tenaci sostenitori della famiglia, sia quella di sinistra, secondo cui la famiglia è un'istituzione patriarcale borghese concepita per reprimere la donna, indebolire la solidarietà di classe e produrre consumatori docili. Il giornalista Ferdinand Mount ha documentato come ogni movimento politico e religioso della storia abbia cercato di minare la famiglia. I motivi sono evidenti. Non solo la famiglia è una coalizione rivale che compete per accaparrarsi la fedeltà delle persone, ma gode di un vantaggio che rende la sua concorrenza sleale: i parenti sono congenitamente portati a prendersi cura l'uno dell'altro più di quanto vi siano portati i compagni. Elargiscono favori nepotistici, passano sopra gli attriti quotidiani che in altre organizzazioni provocano tensioni, e non hanno scrupoli quando si tratta di vendicare un torto subito da un membro. Il leninismo, il nazismo e le altre ideologie totalitarie hanno sempre preteso una nuova lealtà «superiore», e opposta, ai legami familiari. Altrettanto hanno fatto le religioni, dal cristianesimo delle origini alla setta di Moon («Adesso siamo noi la tua famiglia!»). In Matteo 10,34-37, Gesù dice:
Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me.
Quando Gesù dice «lasciate che i bambini vengano a me», dice che non devono andare dai loro genitori.
Le religioni e gli stati che hanno successo finiscono per accettare l'idea di dover convivere con le famiglie, ma fanno quel che possono per contenerle, in particolare le più minacciose. L'antropologa Nancy Thornill ha scoperto che nella maggior parte delle culture le leggi sull'incesto non sono state introdotte in risposta al problema dei matrimoni tra fratelli e sorelle; tanto per cominciare, fratelli e sorelle non provano il desiderio di sposarsi. Anche se l'incesto tra fratello e sorella può essere incluso nel divieto e contribuire a legittimario, i veri bersagli di queste leggi sono i matrimoni che minacciano gli interessi dei legislatori. Esse proibiscono le nozze tra parenti più lontani, come i cugini, e sono promulgate dai governanti di società stratificate per evitare che all'interno di famiglie che potrebbero divenire future rivali si accumulino ricchezza e potere. L'antropologa Laura Betzig ha mostrato che le regole della Chiesa medievale su sessualità e matrimonio erano anch'esse armi contro le dinastie familiari. Nell'Europa feudale i genitori non lasciavano in eredità le loro proprietà in parti uguali a tutti i figli. Le terre non potevano essere suddivise a ogni generazione, perché si sarebbero ridotte a dimensioni tali da divenire inservibili, e un titolo può essere trasmesso a un solo erede. Nacquero così i diritti di primogenitura: ogni bene veniva lasciato al figlio maggiore, e gli altri se ne andavano in cerca di fortuna, spesso nell'esercito o nella Chiesa. La Chiesa era piena di figli minori diseredati, che a un certo punto modificarono le leggi sul matrimonio per rendere più difficile a proprietari terrieri e detentori di titoli generare eredi legittimi. Se costoro morivano senza figli, proprietà e titoli tornavano ai fratelli diseredati o alla Chiesa in cui essi militavano. Secondo le loro leggi, un uomo non poteva divorziare da una moglie senza figli, risposarsi finché costei era in vita, adottare un erede, procreare un erede con una parente più stretta di una cugina di settimo grado, o avere rapporti sessuali in una serie di giorni speciali che, nel loro insieme, ammontavano a oltre metà dell'anno. Le vicende di Enrico VIII ci ricordano che gran parte della storia europea ha ruotato intorno a battaglie tra potenti che, mediante matrimoni strategici e sforzi per avere eredi, cercavano di far leva sui sentimenti familiari per trarne vantaggi politici, e altri potenti che cercavano di sventare i loro piani.>>
Spero che questa lettura possa dare anche qualche spunto di riflessione in più.
Saluti
Ultima modifica di Char_Lie : 05-09-2010 alle ore 10.52.29
Si ma lo stato pratica la legge perchè ognuno rinuncia a delle libertà personali per far si che questo lo tuteli in via più ampia. Senza il padre dell'orda si finiva male
Il problema si pone in questioni come le unioni omosessuali, dove non si sa se tutela e cosa tutela.
Non capisco dove vuoi arrivare? Pensi che l'anarchia sia la soluzione migliore?
Char_Lie, ma hai sbagliato a quotareio non ho mai scritto quel post!
Scusami Amedeo![]()
, era Duccio, ho sbagliato ad inserire il nome nelle virgolette... Grazie.
Comunque non so un qualche controllo riguardo ai genitori adottivi credo sia opportuno compierlo cercando di non discriminare certe categorie di persone (omosessuali, single o altri). Penso che la situazione in cui si dà un bimbo a caso in mano a chiunque chieda di adottare un bambino (il quale non è un genitore o un parente abbastanza stretto del bimbo stesso) non è proprio una situazione equivalente ad un bimbo lasciato in mano ai genitori naturali o appunto a qualche altro parente stretto del bimbo: le probabilità che un bambino faccia una brutta fine nel primo caso per me a naso sono più alte.
Saluti
Ultima modifica di Char_Lie : 05-09-2010 alle ore 11.06.33
Sinceramente io penso che delle criticità nascano tanto più quanto il figlio sia semplice oggetto di desiderio dei genitori.
Se si approfondisce l'immagine e il ruolo del bambino dalla società medievale fino a quella moderna, ad esempio attraverso l'analisi delle raffigurazioni di famiglia, si nota uno spostamento dal figlio come nuova generazione alla quale tramandare l'eredità e il nome per il proseguimento della stirpe, ad un ruolo del bambino come creatore ex novo di una stirpe (molto spesso il fare figli coincide con il fare famiglia nell'immaginario moderno), mentre in precedenza il far famiglia era qualcosa di precedente.
Questo spostare il figlio nella posizione d'oggetto del desiderio è per me rischioso, e qualcosa di trasversale a tutte le forme di unione moderna, ma se questo è vero per determinate forme di famiglia, per altre, come le coppie omosessuali e i genitori adottivi diventa ancor più critico, nel primo caso per superare il limite che l'assenza di differenza di genere ha nella possibilità di procreare, nel secondo caso per il fatto che avere figli rimane una modalità per essere riconosciuti come famiglia a livello sociale. Per questo ritengo che dovrebbero essere oggetto di sincera indagine.
Mi scuso per la forma, e un po' per il taglio accademico di quello che ho scritto, nei diversi corsi universitari sto affrontando questi temi e mi piacerebbe metterli a confronto con altre campane
Saluti![]()
Ultima modifica di Amedeo!!?? : 05-09-2010 alle ore 15.14.51
Io non ho capito bene perché parli di realtà willy.Originalmente inviato da willy61
Le leggi dello stato non sono certo una forma di realtà più di quanto lo siano le regole del monopoli. Le regole statali (la legge) sono stipulate spesso per dei motivi (i legislatori spesso delle intenzioni manifeste le hanno, ed in funzione di queste intenzioni si può discutere riguardo all'efficacia di una qualche legge), non sono di certo leggi fisiche. Perciò io tenderei a ribaltare quel che dici e direi di partire proprio dalle intenzioni (ossia da quel che si vuole ottenere) e non dalle leggi in vigore, per cercare di stabilire le leggi in vigore sono buone o no.
Le leggi in materia di adozione si suppone che nelle intenzioni dei vari legislatori debbano salvaguardare il benessere di un bambino. Ora per quanto il benessere di un bambino possa essere considerato indefinibile e relativo si possono trovare ampi punti di accordo trasversali: un genitore che abusa sessualmente di un bambino, il quale in maniera abbastanza evidente non è consenziente, suppongo che quasi per tutti non rappresenta qualcosa di buono per il bimbo. Se è così si può cercare di capire in quali casi questi tipi di condotta risultano molto probabili. Nessuno comunque ha la sfera di cristallo e può prevedere con certezza quando e se questo accadrà in ogni singolo caso. I piccoli degli animali che hanno perso i genitori il più delle volte fanno una brutta fine (brutta fine che in molti casi è causata proprio dai loro simili), ora se noi lasciassimo i cuccioli umani in mano a chiunque lo chieda credo che di sicuro non otterremo quel che volevamo ottenere (come minimo la sopravvivenza della maggior parte dei cuccioli). Poi ci possono essere divisioni a monte riguardo proprio a cosa debba intendersi per "benessere del bimbo", ma qui entriamo nel vivo della lotta politica in cui bisogna decidere prima dove andare, e non solo come arrivarci.
Secondo me è fuori discussione che delle leggi che limitino la libertà di adozione debbano esserci. Poi fissati e chiariti i parametri di benessere che si intendono raggiungere (questo benessere insomma bisogna chiarire in cosa dovrebbe consistere partendo come minimo dalla sopravvivenza del cucciolo) bisogna andare vedere quale tipo di legge e limiti risultano più efficaci per poter ottenere quel che si ha intenzione di ottenere.
Ad esempio se si afferma che si vieta ad un genitore omosessuale di poter adottare un bambino perché è molto più probabile, se non certo, che abusi sessualmente del bimbo rispetto ad un eterosessuale (beh in questo caso credo che non si sappia se si sta dicendo qualcosa di vero) e l'intenzione è quella di evitare questi esiti, questo vuol dire che a monte la legge è sorretta soltanto da quella credenza: se la credenza è falsa la legge non ha più motivo di sussistere e non è più giustificabile la sua esistenza in funzione di questa intenzione. Acquisendo conoscenze nuove e diverse avremmo tutti, se l'intenzione è la stessa, buoni motivi per cambiare la legge.
Non vale il detto la legge è legge, la legge si stipula per dei motivi, se questi motivi non sussistono proprio, la legge la si dovrebbe cambiare, è nel nostro stesso interesse cambiarla.
Poi se i motivi che fanno sostenere una legge a questo o quell'individuo sono in contrasto (nel senso che si vogliono ottenere cose distinte che si escludono a vicenda) allora ci troviamo nell'ambito della lotta politica che potrebbe in linea di pricipio anche sfociare nella violenza... E qui nessuna conoscenza può esserci di alcun aiuto.
Non è che non si riconosce utile una legge per salvaguardare certi interessi e valori si è in contrasto proprio riguardo a quali siano questi interessi e valori da salvaguardare.
Saluti
Ultima modifica di Char_Lie : 05-09-2010 alle ore 23.19.22
Scusate, ho letto rapidamente la discussione, ma mi pare che si è sottovalutato un aspetto importante sulla genitorialità, e cioè quello delle dinamiche interne. La specie homo sapiens per centinaia di migliaia di anni ha basato la riproduzione e l'accudimento della prole sulla chiara differenziazione dei ruoli uomo-donna; poi la struttura della famiglia poteva essere di tipo patriarcale, matriarcale, collettiva, poligamica e via dicendo... ma sempre e comunque con ruoli rigidamente definiti. L'accudimento "fisico" può essere svolto in maniera ottimale dalla madre, dal padre, dalla nonna, dalla zia, dalla vicina di casa... e quindi sicuramente oggi anche da genitori omosessuali... il punto è che a livello psichico questo non è possibile. Nel bambino per la costruzione della personalità, dell'identità ed in particolare dell'identità di genere sono necessari modelli parentali e di genere chiari, definiti e stabili: non a caso in tutte le società varie figure hanno assunto il ruolo di careger, tuttavia sempre secondo una chiara e anche rigida (a volte) differenziazione dei ruoli e dei comportamenti di ciò che è maschile e di ciò che è femminile. Possiamo tirare in ballo per questo l'importanza dei meccanismi di identificazione e di modeling delle figure genitoriali. Questo sempre rispettando il fatto che poi ogni persona, di qualsiasi orientamento sessuale sia, è potenzialmente in grado di essere un bravo genitore e di saper dare e ricevere amore; inoltre, benchè l'adattamento e la flessibilità della psiche umana permette lo sviluppo anche negli ambienti "non ideali", la legge tutela per primo il soggetto più debole, che nel caso dell'adozione è appunto il bambino, e il suo diritto ad avere un padre ed una madre etero.
Ma è ovvio che per la costruzione dell'identita di una persona giocano un ruolo, direi abbastanza rilevante, le figure che si hanno attorno durante la crescita. In realtà può capitare che chi cresce in un certo ambiente svilupperà un certo tipo di identità e personalità chi cresce in un altro, un tipo di identità del diversa.Originalmente inviato da stephanus
Questa diversità però ancora non è detto che rappresenti qualcosa di male o un malessere che ha colpito il bambino "malcapitato". Supponiamo anche che i genitori omosessuali favoriscano maggiormente un bambino a crescere con un'identità di genere non eterorosessuale: anche se fosse vero questo (ma per la verità dubito che sia vero), perché dovrebbe rappresentare un male?
Un bambino può crescere in svariati modi, non è che se nel crescere scopre di preferire gli uomini abbiamo a che fare con qualcosa di patologico o di una condotta da estirpare. A me sembra che sia questa idea che guida certi argomenti simili al tuo. Se è così lo si dica chiaramente e lo si affermi con decisione che essere omosessuali o bisessuali e non eterosessuali è un male secondo il proprio metro di valori. E' migliore una posizione netta e chiara, poi se la si vuole giustificare rispetto ad una qualche idea di salute e benessere del bambino bisogna pur cercare di chiarire questo benessere in cosa dovrebbe consistere: nel non fargli sviluppare certe idee e tipi di comportamento?
Saluti
Char_Lie non è che la condotta omosessuale è un male, o è patologica... il primo nodo è capire se e in che misura avere genitori omo influisce sull' identità di genere e sull'orientamento... io questo non lo so, si dovrebbero portare prove sperimentali, se fosse possibile fare esperimenti di questo tipo (ma questo è un altro discorso). Però si può ipotizzare che una influenza ci sia sull'identità di genere. In una prospettiva evoluzionistica la natura ha disposto meccanismi di riproduzione e accudimento della prole secondo la distinzione maschio-femmina, perchè evidentemente così c'erano più vantaggi di sopravvivenza per la specie, vuoi per il ricambio genetico, vuoi per una maggiore distinzione e differenziazione dei ruoli e dei comportamenti: tutto ciò alla fine ha dato maggiori possibilità di adattamento e sviluppo alle società umane. Con questo ti rispondo al tuo quesito di fondo: non è che l'omosessualità è un male o è patologica, è semplicemente l'evoluzione della specie che ha affidato il compito della riproduzione e dell'accudimento a una combinazione di maschile e femminile...
L'evoluzione della specie non ha alcuna volontà e non può affidare niente a nessuno, l'evoluzione è qualcosa che capita. Si può dire al limite che il processo di selezione ha plasmato gli organi sessuali maschili e femminili rendendoli utili in certe circostanze per finalità riproduttive, ma questo non vuol dire ad esempio che se un bambino nasce tramite fecondazione artificiale, noi operando in tal modo abbiamo prodotto un danno al bambino che non è potuto venir fuori da un rapporto sessuale "come voleva l'evoluzione". Questo danno, se c’è stato, bisogna indicare chiaramente nei confronti del singolo individuo (il bambino che è nato così) in cosa dovrebbe consistere. Secondo il tuo discorso siccome l'evoluzione ha affidato il compito della riproduzione alla sessualità allora così dovrà avvenire necessariamente nei secoli dei secoli a venire?Originalmente inviato da stephanus
Inoltre la selezione naturale ha operato in periodi in cui noi non possedevamo nemmeno i metodi contraccettivi. Non usare metodi contraccettivi aumenta di sicuro la probabilità di propagazione dei propri geni, non so se però aumenti il benessere dei singoli individui che non possono scegliere quando avere un bimbo e se averlo. Dovremmo prendere per buoni anche i discorsi della chiesa che si scaglia contro questi metodi “contro natura”?
La selezione naturale non avendo alcuna volontà non si preoccupa affatto del benessere di un singolo individuo (benessere che va appunto definito in qualche modo, non possiamo conoscerlo osservando semplicemente la natura), la selezione non si preoccupa proprio di nulla, è solo un meccanismo, seleziona i geni che aumentano la probabilità della prole di crescere e propagarsi in qualche modo, come cresce e cosa fa questa prole non importa affatto alla selezione. E’ in questo modo che viene messo in moto il meccanismo evolutivo.
La selezione naturale funziona appunto selezionando certi geni che aumentano la loro probabilità di propagazione in certi ambienti. Ora se un uomo avesse tendenze omosessuali probabilmente non aumenterebbe la probabilità di propagare i propri geni, ma individualmente potrebbe stare anche molto meglio di un eterosessuale.
Noi ci dobbiamo preoccupare degli individui, del benessere individuale (benessere da definire in qualche modo) o della propagazione dei geni? La legge mi sembra che l’abbiamo stipulata per tutelare il benessere individuale, il benessere della persona secondo me dovrebbe starci a cuore, non quello della specie. Se ci interessa la specie allora potremmo comportarci come gli spartani e liberarci della prole che probabilmente creerà più problemi.
Se un bambino cresce in un nucleo costituito da una coppia di donne lesbiche (ad esempio) bisogna indicare chiaramente quali sarebbero "i danni" a cui andrebbe incontro questo singolarmente come persona. Questi discorsi in generale riguardo all'evoluzione usati non per spiegare il funzionamento di certi processi, ma per legittimarne l'ineluttabilità, per me rappresentano delle vere e proprie fallacie logiche.
Il bimbo verrà maltrattato in contesti come questi? Perché secondo te starà "male"? Cosa gli capiterà di "male" a tuo avviso?
Insomma i pericoli concreti secondo te quali sono?
Saluti
Ultima modifica di Char_Lie : 08-09-2010 alle ore 17.59.59
Cmq alla fine dobbiamo anche considerare come e' ora la situazione...
I bambini prima di essere adottati devono aspettare mesi.. anni.. se va bene... e mi pare che non ci siano al momento attentissime valutazioni psicologiche dei contesti... ma piu' che altro sociali.. relative ai redditi delle famiglie e all'agiatezza e stabilita' del contesto familiare... Non si va ad indagare alle motivazioni per cui la famiglia vuole adottare che potrebbero sottendere anche problematiche di altro tipo.. La burocrazia e' lentissima soprattutto per le adozioni intercontinentali che sono quelle maggiori a quanto ne so...
Nel frattempo i bimbi marciscono negli orfanotrofi.. che sono luoghi a mio avviso dove i bambini anche se vengono nutriti e in ambienti sani.. tendenzialmente soffrono...
Se parliamo di modelli.. e se qualcuno ventila l'ipotesi che un bambino con due genitori gay possa acquisire un modello omosessuale e acquisire tale identita'...allora negli orfanotrofi dovrebbero crescere asessuati perche' hanno una suora ogni 20 bambini...
E inoltre i gay sono sempre e comunque figli di genitori eterosessuali e vivono in contesti eterosessuali... I figli monogenitoriali.. cioe' chi cresce orfano di una figura di riferimento... dovrebbe allora avere una identita' basata sull'unico genitore... La realta' dice che non e' cosi'...
Se guardiamo un punto di vista evoluzionistico.. e generativo.. allora dobbiamo collocare anche le persone sterili..(quindi secondo il punto di vista evolutivo destinate ad estinguersi, non procreare e quindi non adatte ad essere genitori... idea che trovo un po' assurda) e anche considerare che l'omosessualita' e' presente nel mondo animale..
Secondo me qualunque cosa e' meglio di un orfanotrofio...
Non so... sinceramente la trovo una opportunita' che potrebbe realmente snellire e velocizzare il processo di adozione di bambini che potrebbero stare molto meglio...
Non ho ancora letto i link degli articoli riportati da Willy, ritengo comunque molto interessante discutere su queste cose...