
Originalmente inviato da
giulietta.o
Dell’esperienza analitica ho scritto molto in questo forum, generalizzandola perchè non serve riferirsi a contenuti strettamente personali per confrontarsi su certi temi. La partecipazione e il coinvolgimento espresso da tutti coloro che vi partecipano lo testimonia: se vuoi, puoi rileggerti i miei interventi passati così come quelli di tutti gli altri.
Una precisazione doverosa: non mi è mai stato detto nulla che mi abbia cambiato la vita, non sono mai stata folgorata sulla via di Damasco: le consapevolezze su di me me le sono procurate da sola e con un grande impegno. Sì, impegno. Perchè cambiare è difficilissimo, si resiste anche quando si pensa di non resistere e di essere viceversa molto aperte, si tende sempre a ricreare una situazione nella quale si possa ripristinare il controllo. L’Io, caro Charlie, può essere un padrone molto dispotico: fare spazio all’inconscio (che tu, non a caso, non nomini mai) è non solo accettare ciò che contiene ma, molto più utilmente, arrivare ad integrarlo nel tuo modo di essere complessivo: ed è di una difficoltà incredibile farlo. Ma è questo, e solo questo, che può portare a ciò che siamo davvero. E che, ti sia chiaro, non è un trofeo che poi metti sullo scaffale una volta raggiunto, ma qualcosa che richiede un lavorio continuo e quotidiano, senza alcuna certezza e continuando a navigare tra molti dubbi.
Non è la mia vita che è cambiata, casomai io, che è faccenda assai diversa. Certo, sono entrata in analisi con una forte domanda di cambiamento personale, non certo del mondo che mi circondava e rispetto al quale non si ottiene, con l’analisi, una pedissequa forma di adattamento. Piuttosto, un modo differente di rapportarvicisi. Anzi, potrei dirti che per molti versi ho rotto alcune forme di adattamento al mondo che mi circonda e che certo non sospettavo neanche lontanamente di praticare. Altre invece le ho guadagnate, e non possono essere definite forme di adattamento ma di riconoscimento (che non è rassegnazione!) e che sono fonte di cose che non t’aspetteresti mai, come per esempio la vitalità: i limiti altrui, per fare un esempio, insieme ai miei, ovviamente. O una concezione della propria dimensione della solitudine come di uno spazio preziosissimo e a partire dal quale si costruisce moltissimo, come per esempio nel riconoscere nella libertà dell’altro qualcosa che avvicina invece che allontanare.
Per concludere, la peggior manipolazione che possiamo subire è quella che ci facciamo con le nostre stesse mani, e il negarlo quel che più ci allontana da noi stessi: iniziare a riconoscerlo, quando cioè si smette di proiettare su altri ciò che invece ci appartiene intimamente (Charlie: “Forse certi messaggi dovrebbero passare in maniera non cosciente, ma io avverto le sfumature di senso se sono sveglio. Mi accorgo quando un ordine viene mascherato da consiglio e così via...”) rappresenta la fine di questo processo di autoinganno, e l’inizio della parte più pregnante - e anche la più faticosa - del percorso analitico e che ti porta dritto dritto da te stesso.
Sempre che interessi smettere di essere dei burattini di se stessi: “IO voglio, IO so, IO sono, IO controllo...”
Come noti, non ho speso una sola parola sull’analista. Questo, spero ti induca a qualche riflessione.