27 maggio 1973
Caro […]
sono spiacente di non essere riuscito a rispondere alla tua lettera mentre ero a Seattle.
Ti suggerisco di considerare e completare nella tua immaginazione una scena come questa (dopo tutto è nella tua immaginazione che è richiesto o necessario il cambiamento):
La tua amica è riuscita a suicidarsi ed è arrivata alle porte del paradiso, dove le viene intimato l'altolà da San Pietro, che le fa notare di essere arrivata troppo presto. Lei dice che è tutta colpa di [……………]
Ci sono molti modi di completare il copione, ma in un modo o nell'altro, la tua amica deve dimostrare che non aveva una libera volontà, ma che tu ce l'avevi. Suggerisco che, o entrambi avevate libera volontà, o che non l'avevate né l'una né l'altra.
Certo è gratificante per te e per tutti i terapeuti credere di avere una volontà più libera di quella dei loro pazienti. Ma non è così!
Il tuo problema è quello di smettere di oscillare tra l'arroganza dell’ "io avevo il potere e le conoscenze per aiutarla" e l'auto-ripudiazione dell’"io ho fallito".
La tua seconda domanda è molto più difficile, ma la risposta è, suppongo, veramente un corollario che è la conseguenza di quanto ho appena detto. Tu sarai sempre spaventato dalle cose che inevitabilmente succederanno in ogni comunità terapeutica se partirai con una falsa stima del potere e della saggezza di chiunque sia colui che gestisce la comunità (specialmente se sei tu). Ciò che un essere umano può fare per un altro non è proprio il nulla: probabilmente qualche volta può dare una mano, se colui che aiuta ha la consapevolezza di quanto poco aiuto possa dare. Qualche protezione temporanea dai venti freddi della folle civilizzazione, qualche pianto e qualche risata insieme. E questo è quanto.
Sinceramente tuo
Gregory Bateson
Santa Cruz, California