Il termine borderline è un termine molto in uso al giorno d’oggi. E non solo in ambienti in cui si tratta della salute mentale.
Borderline è un termine proposto da Stern nel 1948. Tuttavia la sua fortuna, e possiamo dire l’inizio della sua brillante carriera, inizia nel 1953, con Robert Knight, i cui lavori sono stati divulgati nelle pubblicazioni della Menninger Clinic, che si può considerare a giusto titolo come la clinica dei borderline.
Borderline è quindi un termine che non proviene dalla psichiatria per essere integrato nella psicoanalisi, com’è il caso del termine schizofrenia. E non è neppure un termine che la psichiatria riprende dalla psicoanalisi, com’è per il termine autismo che proviene, sebbene amputato, dal termine freudiano di autoerotismo.
Borderline è un termine coniato, dunque, nella tradizione postfreudiana. Ed è coniato in America. Così questo termine dice in modo eminente la situazione della problematica intorno alla salute mentale nel periodo del dopo Freud.
La situazione nel dopo Freud è complessa. Da una parte abbiamo la psicoanalisi, l’ultima arrivata nel campo della salute mentale, che si è infiltrata seriamente nella psichiatria. Dall’altra, abbiamo la psichiatria, che tenta di riposizionare e di inglobare la psicoanalisi stessa all’interno del suo sistema. La teoria psicoanalitica inoltre, per il fatto di essere, fondamentalmente, una ricerca su un sapere che concerne l’inconscio, un sapere non-saputo, resta sempre in sospeso e in movimento. Al contrario, il sapere psichiatrico, che è un sapere che procede sulle modalità del sapere medico, è un sapere su ciò che si sa. E’ un sapere certo anche se eventualmente limitato.
Notate la differenza tra questi due saperi: nella psichiatria il sapere include il non saputo come ciò che non si sa ancora e che forse potremo sapere domani; nella psicoanalisi invece il non saputo è strutturalmente insito nel sapere e di cui non se ne verrà mai a capo, anche se questo non-sapere fa bordo al sapere. Come dice Lacan: “Il non-saputo si ordina come il quadro del sapere”.[1]
Un altro punto, in comune questo, è il fatto che tutte e due, la psicoanalisi e la psichiatria, hanno emigrato lasciando le loro zone di origine e sono approdate nel mondo anglosassone, finalmente in America via l’Inghilterra. La psichiatria perdendo così in questa migrazione la finezza della clinica psichiatrica francese e la sistematicità della clinica psichiatrica tedesca, ma guadagnando tuttavia per quanto riguarda una pratica clinica più pragmatica e operativa. Anche la psicoanalisi è emigrata in America ma, nella sua migrazione, invece di portarvi la peste, come aveva sperato Freud, si trova essa stessa in perdita della sua virulenza. Almeno questa è, con Lacan, la nostra lettura.
Torniamo al termine borderline.
Qual è il significato dato a questo termine? Esso è molteplice.
Un primo significato lo troviamo nel Dizionario di Psichiatria edito a Oxford, e la cui traduzione è edita in Italia da Astrolabio. Vi si dice che borderline è un termine inesatto, sovente utilizzato per descrivere un paziente potenzialmente psicotico e schizofrenico ma che non ha ancora rotto i ponti con la realtà. L’autore di riferimento è Otto Fenichel, che scrive: “esistono persone nevrotiche che, senza giungere a una completa psicosi, hanno certi tratti psicotici (…). A questo gruppo appartengono psicopatici eccentrici, paranoidi potenziali, molti individui apatici (…), i tipi che, da adulti, conservano o ritrovano una larga parte del loro narcisimo primitivo (…)”, ecc.[2]
Questo testo di Fenichel, ripreso nel Dizionario di Oxford, è stato pubblicato nel 1951, prima dunque della definizione del borderline fatta da Robert Knight.
Una seconda denifizione è dunque quella proposta da Knight. Egli definisce il borderline a partire dalle debolezze di alcune funzioni dell’Ego, funzioni relative alla formazione e dei giudizi e, al contrario, con il mantenimento di altre funzioni, come l’adattamento alla realtà, cosa che segna, per questo autore, la differenza tra borderline e psicosi.
Una terza definizione è quella data da Greenberg, che è simile a quella dell’autore francese Bergeret. Questi autori riscontrano una parentela tra borderline e schizoidi o melanconici.
La tesi comune di questi autori è che non esista un’entità clinica tipica che corrisponde al borderline. Si tratterebbe invece, nel borderline, di un passaggio tra una non-nevrosi e una non-psicosi, le due eventualmente potrebbero trovarsi nello stesso individuo e il tutto accompagnato dall’accentuazione di una componente narcisistica.
Abbiamo infine un punto di rottura netta con Kernberg. Questo autore non considera più il borderline come il magazzino delle malattie inclassificabili, ma piuttosto come un’entità clinica ben definita.
Possiamo dunque raggruppare in tre gruppi le tematiche relative al borderline.
Prima posizione. Il borderline è definito come una classe, determinata da un fatto preciso, che nel borderline si classificano gli inclassificabili. Possiamo presupporre che questa categoria sia sempre esistita, anche quando non è stata riconosciuta in quanto tale. Possiamo addirittura dire che essa non era sconosciuta alla psichiatria tedesca e a quella francese già prima di Freud.
Seconda posizione. Il borderline è una vera e propria classe definita soprattutto a partire da quanto vi è escluso: non si tratta di psicosi, non si tratta di nevrosi. La diagnosi è posta a partire da un arresto dello sviluppo delle funzioni dell’Ego.
Terza posizione. E’ la posizione di Otto Kernberg. Il borderline è definito come un’entità clinica. Essa risulta dai fattori negativi che impediscono il progresso dello sviluppo dell’Ego e il funzionamento dei suoi meccanismi di difesa. Otto Kernberg fa una lista di ciò che arresta lo sviluppo dell’Ego. Egli mette dunque insieme alcuni fattori che ostacolano lo sviluppo e ne fa una nouva categoria, il bordeline, appunto.
Considerazioni
Prima considerazione. Prima di Freud il termine borderline non esiste. Troviamo però sia nella psichiatria francese come in quella tedesca dei casi non facilmente classificabili: pensate alla schizofrenia latente di Bleuler o, nella psichiatria francese, al termine folie, follia, che non coincide affatto con la psicosi. E’ proprio ciò che, giocando su questa polisemia termine follia, permette a Lacan di dire che tutte le donne sono folli. O quel passo che Lacan amava ripetere: “Lungi dall’essere il fatto cintingente delle fragilità del suo organismo, la follia è la virtualità permanente di una faglia aperta nella sua essenza. Lungi dall’essere per la libertà un insulto, ne è la più fedele compagna, ne segue il movimento come un’ombra. E l’essere dell’uomo non solo non può essere compreso senza la follia, ma non sarebbe l’essere dell’uomo se non portasse in sé la follia come limite della sua libertà”.[3]
Seconda considerazione. Freud, evidentemente, non usa mai il termine borderline. Eppure se c’è un caso che a diritto potrebbe essere denominato borderline è proprio il caso freudiano dell’Uomo dei lupi. Il caso dell’Uomo dei lupi è il caso princeps della psicoanalisi, ma è un caso veramente atipico. E’, direi, il caso che mette a nudo le difficoltà della psicoanalisi stessa.
Terza considerazione. E’ proprio l’Uomo dei lupi a fare la transizione tra Freud e i postfreudiani. Infatti l’Uomo dei lupi inizia la sua analisi con Freud nel 1910, ma termina la sua carriera analitica l’anno della sua morte, nel 1970. Nel frattempo ha incontrato, altre a Freud, una fila impressionante di analisti, da cui ha ricevuto una lista altrettanto impressionante di ipotesi diagnostiche: nevrosi ossessiva, fobia, isteria, psicosi maniaco depressiva (data dal luminare Kraepelin), psicosi parano-ipocondriaca, e infine, finalmente, borderline.
Quarta considerazione. Come si può notare dai nomi citati, a cui bisognerebbe aggiungere altri che hanno scritto cose interessanti sull’argomento, come Kohut e André Green, il termine borderline nasce e prolifera nell’ambiente analitico, sebbene venga utilizzato senza problemi nell’ambito psichiatrico.
Quinta considerazione. Lacan usa molto raramente il termine borderline. Lo usa, almeno una volta, per l’Uomo dei lupi, esattamente il 19 dicembre 1962. Egli usa questo termine, applicandolo all’Uomo dei lupi a proposito del sogno dei lupi che mette a nudo la struttura del fantasma, mettendolo in parallelo con il caso di una psicotica, italiana, cui parla lo psichiatra belga Bobon.
L’utilizzazione del termine borderline copre due punti di vista, molto distanti l’uno dall’altro.
Uno identifica il borderline con un’entita clinica: il borderline è una problematica della personalità. Qui la diagnosi di borderline è fatta a partire da una tipologia. Ci sarebbe la personalità borderline, come ci sarebbe la personalità psicotica, per esempio. L’autore più chiaro di questo versante è Otto Kernberg.
L’altro punto di vista invece è quello di indicare con il termine borderline una problematica legata, non a una entità clinica, non quindi a una problematica della personalità, ma a una problematica clinica, e cioè legata al sintomo.
Infatti il punto di spartiacque tra questi due versanti è lo statuto dato al sintomo.
Mi spiego: per il borderline considerato sul versante della personalità, la diagnosi non si pone a partire dal sintomo ma a partire dall’organizzazione tipologica della personalità. In questa ottica si disgiunge l’articolazione tra le funzioni del sintomo e le funzioni della personalità. In altri termini un sintomo non serve a identificare una personalità. Una personalità borderline può presentare diverse sintomatologie. Il sintomo quindi non serve a porre la diagnosi, ma, al contrario, la diagnosi serve a determinare la tipologia della personalità.
E la diagnosi è fatta tramite l’osservazione. Ritorniamo così in questa ottica al tempo prima di Freud poiché la diagnosi è fatta tramite la clinica dello sguardo, come direbbe Michel Faucault.
E la possibilità della terapia stessa dipende dalle differenti tipologie. La tipologia della personalità serve per determinare la possibilità o meno di una analisi o di una terapia: come esistono personalità refrattarie alla terapia, così esistono personalità borderline più o meno refrattarie alla cura. In questa ottica quindi la terapia si basa sulla tipologia e non sul sintomo. Per esempio, un borderline con una tipologia isterica offre più di possibilità di lavoro terapeutico di un borderline con una tipologia narcisistica.
Non è la posizione di Freud. Freud prende invece, anzi aveva preso, prima dei postfreudiani, un’altra strada: la strada del sintomo. Freud stabilisce un rapporto univoco tra sintomo e struttura. Fonda, per esempio, l’isteria di Dora sul sintomo isterico di conversione. Fonda la nevrosi dell’Uomo dei topi sul sintomo ossessivo. Fonda la fobia del piccolo Hans sul sintomo fobico relativo ai cavalli.
C’è un caso però che fa problema a Freud: l’Uomo dei lupi. Perché? Perché in questo caso Freud non vi trova la corrispondenza univoca tra sintomo e struttura. Il sintomo comporta in questo caso un elemento atipico che non gli permette di determinare l’entità clinica precisa relativa al caso in questione. Leggete, per convincervi, il dialogo che Freud fa con se stesso in Inibizione, sintomo e angoscia relativamente al rapporto comparativo tra la sintomatologia fobica che manifesta il piccolo Hans, sintomatologia tipica che rinvia a una struttura precisa, e alla sintomatologia fobica dell’Uomo dei lupi, sintomatologia atipica. E’ a causa di questa atipicità che Freud passa, per l’Uomo dei lupi, a ipotizzare una diagnosi di psicosi.
Lacan continua, diversamente dagli altri postfreudiani, la strada di Freud. Con Lacan le cose diventano più chiare ma anche più complesse.
Più chiare: uno degli aspetti del ritorno a Freud di Lacan è quello di ridare il pieno valore al sintomo. Il sintomo riporta la clinica a livello della clinica dell’ascolto, come direbbe Michel Foucault.
Bisogna considerare il sintomo sotto tre valenze: primo, il sintomo è un segno, è messaggio, e come tale è dell’ordine del linguaggio. E’ in quanto è dell’ordine del linguaggio che esso è decifrabile, per esempio, dall’interpretazione.
Secondo, il sintomo è una metafora del soggetto, cioè un modo di dirsi del soggetto.
Terzo, il sintomo è un modo di godimento del soggetto.
Lacan mette dunque in parallelo il sintomo e la struttura del soggetto dell’inconscio. Il sintomo rivela la struttura soggettiva. Posizione che, freudianamente, Lacan reperisce nelle tre scelte del soggetto dell’inconscio, che sono: la nevrosi, la psicosi e la perversione. Sulla scia di Freud, Lacan si adopera a cercare la causa di queste tre posizioni soggettive: la rimozione per la nevrosi, il diniego per la perversione e la preclusione (la famosa forclusion du Nom du Père) per la psicosi.
Non c’è dunque per Lacan una struttura soggettiva borderline. Non c’è un soggetto borderline. Inteso evidentemente nel senso preciso di soggetto dell’inconscio.
C’è però, anche per Lacan, un problema borderline. In che senso? Nel senso clinico.
Possiamo delinearne alcuni aspetti, pur tenendo presente che Lacan non usa facilmente questo termine.
Primo aspetto. Come Freud ci si potrebbe trovare sulla difficoltà di leggere il sintomo del soggetto. Per esempio si ritrovano nello psicotico dei comportamenti ripetitivi che assomigliano a dei sintomo ossessivi. Un esame attento di clinica differenziale dovrebbe mettere in luce la differenza radicale che esiste a livello strutturale.
Secondo aspetto. Piuttosto che mettere l’accento sull’analizzabilità di una personalità, l’accento, secondo noi e con Lacan, deve essere posto sull’analizzabilità del sintomo. E il sintomo è più o meno analizzabile, non rispetto alla personalità, ma rispetto al soggetto dell’inconscio. In altri termini il sintomo è meno refrattario all’analizzabilità nella misura in cui si iscrive sul versante significante, dove è più mobile e sostituibile. Mentre invece quando il sintomo si iscrive sul versante del godimento è maggiormente refrattario all’analizzabilità, e si presenta con i caratteri della fissità e della ripetizione.
Terzo aspetto. Noi potremmo chiamare la clinica del borderline la clinica del flessibile, come la chiama JAM. Che cos’è la clinica del flessibile?
JAM fa riferimento a Lacan stesso.
Prendiamo un punto chiaro e distinto: la condizione dell’essere umano è identica per ognuno. Siamo tutti uguali davanti alla morte, davanti al godimento. (Antibes p. 194) E’ proprio questa uguaglianza che ci ha condotti a parlare di modi, per esempio e in particolare, di modi di godimento. Si parla in questo modo quando si fa sparire la discontinuità delle classi. Tutti uguali davanti alla morte, tutti uguali rispetto al godimento. Questo è un primo livello.
Eppure se da una parte siamo tutti uguali rispetto alla morte e al godimento, non siamo tutti uguali nella modalità del rapporto tra il soggetto dell’inconscio e l’Altro. Siamo qui a un secondo livello. Tre sono queste modalità secondo Freud. Come dicevo Lacan maniene questa posizione di Freud. Le tre modalità sono, come abbiamo detto, la nevrosi, la perversione e la psicosi. Una volta fatta la scelta di fondo, decisione inconscia, il soggetto, rispetto all’Altro, si trova a rapportarsi con l’Altro e a rispondervi sempre allo stesso modo.
Poi abbiamo un terzo livello. Qui non abbiamo né l’uguaglianza dei tutti uguali. Né diverse modalità di scelta rispetto all’Altro – Altro, che vi ricordo è l’inconscio stesso del soggetto. Al terzo livello abbiamo una variabilità che JAM paragona a una curva di Gauss, dove si passa dall’assolutamente certo all’assolutamente incerto. Tra i due c’è tutta una gamma. Una gamma dove mettiamo tutta la problematica rispetto al valore da dare a un sintomo, alla sua leggibilità e alla sua analizzabilità.
Vi ricorderò a questo proposito che Lacan riserva la certezza unicamente al matema dell’isteria, su cui Lacan basa addirittura un discorso, che è, per Lacan, un fare legame sociale. Al di fuori del matema dell’isteria c’è, come dice Lacan “il sicuro ma non certo”. E’ a un altro livello, commenta JAM, si sa che è così ma non si può dimostrare, metterlo in formule trasmissibili. Infine c’è il “non è sicuro”. Noi lavoriamo per lo più in questa landa: “non è sicuro”. Eppure, sempre, ci si attenda da noi un atto se non certo almeno calcolato.
C’è dunque una variabilità tra soggetto e soggetto e non tra personalità e personalità. E questa variabilità non è direttamente correlativa a una struttura psichica. Per esempio non è detto che uno psicotico soffra più di un nevrotico.
In questo senso mentre possiamo dire che non c’è, per Lacan, un soggetto borderline, possiamo invece dire che ogni essere parlante è un borderline, borderline rispetto alle due valenze del sintomo: sempre alla frontiera tra il suo farsi rappresentare come soggetto dell’inconscio da un significante per un altro significante e, dall’altra parte, sempre attirato irresistibilmente verso il reale del godimento. Con la terminologia di Freud possiamo dire che ogni essere umano è un borderline tra il regno della pulsione di vita e il regno della pulsione di morte, tra Libestriebe et Todestriebe.
NOTE
[1] J. Lacan, “Proposition du 9 octobre sur le psychanalyste de l’Ecole”, Autres écrits, Seuil, Paris 2001, p. 249.
[2] L.E. Hinsie & R.J. Campbell, Dizionario di psichiatria, Astrolabio, Roma 1979, p. 102.
[3] J. Lacan, “Discorso sulla causalità psichica”, Scritti, Einaudi, Torino 1974, p. 170.