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  1. #2581
    Partecipante Assiduo
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    06-12-2009
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    229

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    charlie, non sai di cosa parlo ... guardati quache film .... vedi ad es: garage olimpo , credo rende bene cos'è che ti voglio far notare quando dico NO a un torturatore ... un saluto.
    a.

  2. #2582
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Cmq non era a quello che mi riferivo anche se la tua osservazione la trovo pertinente, volevo dire semplicemente questo: alle persone che hanno la capacità di far del male volontariamente non si li offre un "bisturi" come giocattolo
    Ti riferisci a perdisposizione psico e sociopatiche opportunanemente "addestrate" ad utilizzare quel "bisturi" come se per loro fosse un giocattolo da cui trarre piacere? soprattutto nel vedere le reazioni dell'altro?
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  3. #2583
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Mi fa piacere, Alejandro, che tu sia tornato a replicare e mi dai modo di rispondere anche a Rosadimaggio.
    No, non credo che la psicoanalisi sia manipolazione quando è coerente. Lo è, secondo me, quando si vuole stiracchiare un autore per attualizzarlo invece che riconoscerne il merito, elaborare il lutto, prenderne l'eredità ed andare avanti. Lo è quando non si dice chiaramente al paziente che si rivolge ad essa per superare un sintomo e per cambiare che è invece un lavoro che porta alla conoscenza di quanto sia fondante il male nella persona e che non c'è possibilità di cambiare, secondo quanto teorizzato da qualcuno cui lo psicoanalista si riferisce con la tecnica. Lo è quando si stabilisce una relazione terapeutica in cui un polo si sente depositario di un sapere (che molto spesso indica l'insicurezza per l'esatto contrario) che può controllare e gestire per il bene dell'altro. Lo è quando, per mantenere il rigore teorico e tecnico, si cerca di adattare e far adattare la situazione alle teorie, piuttosto che indagare una singolarità e, nel farlo, tale psicoanalisi (o psicoanalista) si riconosce un'autorità prevaricante invece di ricercare l'autorevolezza del consenso. Lo è, per dirlo con le parole di Racamier, quando " [...] è caratterizzata dal bisogno e dal piacere di far valere se stessi a spese di altri. Si tratta di un piacere specifico, Certo non è erogeno, anche se qualche aspetto perversione sessuale vi è spesso, se non sempre, associato. Tale piacere è ottenuto con manovre e comportamenti pragmaticamente organizzati a detrimento di persone reali" (1992). E non si sa se la sofferenza del paziente in analisi sia dovuta ad una sua resistenza oppure al non volersi piegare ad un giochino perverso.
    Tu dici che il torturatore vuole volontariamente far del male. A meno che uno psicoanalista non faccia lezioni di psicologia, la persona cui si riferisce si presuppone sia in un momento di grande crisi e sofferenza personale. Il torturatore che vuole imparare a manipolare viene a bussare alla tua porta? Può andare all'università, fare l'eds, la specializzazione ed una o due analisi da uno psicoanalista dello stesso orientamento che conosce bene. Credi che non ci sia stata una "psicologia di stato" nella tua Argentina? Credi che nessuno dei tuoi colleghi si sia messo a servizio del potere?
    Però, se il discorso è che una personalità perversa non ha alcuna speranza di cura è un'altra faccenda. Se ci diciamo che c'è una natura umana malvagia che non ha speranza di cambiamento ci si può chiedere perché allora la gente debba stare 10/20 o forse per sempre in analisi. E' un gioco perverso anche quello. Se non ci si rimette mai in discussione. E la psicoanalisi non dovrebbe fare eccezione nel dubitare delle proprie certezze. Per dirla alla Hirigoyen "un individuo perverso è perverso sempre; è bloccato in questa modalità di relazione con l'altro e non si rimette mai in discussione. Anche se la sua perversità passa inosservata per un po', si manifesterà in tutte le situazioni in cui dovrà impegnarsi e riconoscere le proprie parti di responsabilità, perché gli è impossibile rimettersi in discussione. Individui del genere possono esistere soltanto "distruggendo" qualcuno: hanno bisogno di sminuire gli altri per acquisire una buona stima di sé e conquistare il potere, perché sono avidi di ammirazione e approvazione. Non hanno né compassione né rispetto per il prossimo, perché il rapporto non li coinvolge. Rispettare l'altro vuol dire considerarlo come un essere umano e riconoscere la sofferenza che gli si infligge." (1998).
    Personalmente, io vorrei scegliere di conoscere la mia natura malvagia o buona; vorrei scegliere se soffrire perché voglio considerare il bene nel mio aggressore perché potrei vedere in lui il mio, di bene, oppure se soffrire per ritrovarmi come soggetto aggressivo.
    Non c'è nessun'autorità che può sostituirsi a me in queste scelte in nome di un aiuto che vuole darmi, ma ci può essere l'autorevolezza che riconosco a chi, nelle proprie interpretazioni è coerente col mio esercizio di volontà.


    Saluti

    PS: non so dove tu abbia letto che io consideri gli psicoanalisti come dei cattivi, ma l'ho presa per una battuta, perché nel caso contrario dovrei pensare ad un'interpretazione forzata dei miei pensieri per scopi distorti

  4. #2584
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Mi fa piacere, Alejandro, che tu sia tornato a replicare e mi dai modo di rispondere anche a Rosadimaggio.
    No, non credo che la psicoanalisi sia manipolazione quando è coerente. Lo è, secondo me, quando si vuole stiracchiare un autore per attualizzarlo invece che riconoscerne il merito, elaborare il lutto, prenderne l'eredità ed andare avanti. Lo è quando non si dice chiaramente al paziente che si rivolge ad essa per superare un sintomo e per cambiare che è invece un lavoro che porta alla conoscenza di quanto sia fondante il male nella persona e che non c'è possibilità di cambiare, secondo quanto teorizzato da qualcuno cui lo psicoanalista si riferisce con la tecnica. Lo è quando si stabilisce una relazione terapeutica in cui un polo si sente depositario di un sapere (che molto spesso indica l'insicurezza per l'esatto contrario) che può controllare e gestire per il bene dell'altro. Lo è quando, per mantenere il rigore teorico e tecnico, si cerca di adattare e far adattare la situazione alle teorie, piuttosto che indagare una singolarità e, nel farlo, tale psicoanalisi (o psicoanalista) si riconosce un'autorità prevaricante invece di ricercare l'autorevolezza del consenso. Lo è, per dirlo con le parole di Racamier, quando " [...] è caratterizzata dal bisogno e dal piacere di far valere se stessi a spese di altri. Si tratta di un piacere specifico, Certo non è erogeno, anche se qualche aspetto perversione sessuale vi è spesso, se non sempre, associato. Tale piacere è ottenuto con manovre e comportamenti pragmaticamente organizzati a detrimento di persone reali" (1992). E non si sa se la sofferenza del paziente in analisi sia dovuta ad una sua resistenza oppure al non volersi piegare ad un giochino perverso.
    Secondo te perché ogni volta che ho chiesto di Racamier su qusto 3d, non ho avuto risposte?
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 22-02-2011 alle ore 12.57.43
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

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  5. #2585
    benedetta14
    Ospite non registrato

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Secondo te perché ogni volta che ho chiesto di Racamier su qusto 3d, non ho avuto risposte?
    Perché non c'è bisogno di leggere Racamier: in Freud c'è tutto!

  6. #2586
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Citazione Originalmente inviato da benedetta14 Visualizza messaggio
    Mi fa piacere, Alejandro, che tu sia tornato a replicare e mi dai modo di rispondere anche a Rosadimaggio.
    No, non credo che la psicoanalisi sia manipolazione quando è coerente. Lo è, secondo me, quando si vuole stiracchiare un autore per attualizzarlo invece che riconoscerne il merito, elaborare il lutto, prenderne l'eredità ed andare avanti. Lo è quando non si dice chiaramente al paziente che si rivolge ad essa per superare un sintomo e per cambiare che è invece un lavoro che porta alla conoscenza di quanto sia fondante il male nella persona e che non c'è possibilità di cambiare, secondo quanto teorizzato da qualcuno cui lo psicoanalista si riferisce con la tecnica. Lo è quando si stabilisce una relazione terapeutica in cui un polo si sente depositario di un sapere (che molto spesso indica l'insicurezza per l'esatto contrario) che può controllare e gestire per il bene dell'altro. Lo è quando, per mantenere il rigore teorico e tecnico, si cerca di adattare e far adattare la situazione alle teorie, piuttosto che indagare una singolarità e, nel farlo, tale psicoanalisi (o psicoanalista) si riconosce un'autorità prevaricante invece di ricercare l'autorevolezza del consenso. Lo è, per dirlo con le parole di Racamier, quando " [...] è caratterizzata dal bisogno e dal piacere di far valere se stessi a spese di altri. Si tratta di un piacere specifico, Certo non è erogeno, anche se qualche aspetto perversione sessuale vi è spesso, se non sempre, associato. Tale piacere è ottenuto con manovre e comportamenti pragmaticamente organizzati a detrimento di persone reali" (1992). E non si sa se la sofferenza del paziente in analisi sia dovuta ad una sua resistenza oppure al non volersi piegare ad un giochino perverso.
    Tu dici che il torturatore vuole volontariamente far del male. A meno che uno psicoanalista non faccia lezioni di psicologia, la persona cui si riferisce si presuppone sia in un momento di grande crisi e sofferenza personale. Il torturatore che vuole imparare a manipolare viene a bussare alla tua porta? Può andare all'università, fare l'eds, la specializzazione ed una o due analisi da uno psicoanalista dello stesso orientamento che conosce bene. Credi che non ci sia stata una "psicologia di stato" nella tua Argentina? Credi che nessuno dei tuoi colleghi si sia messo a servizio del potere?
    Però, se il discorso è che una personalità perversa non ha alcuna speranza di cura è un'altra faccenda. Se ci diciamo che c'è una natura umana malvagia che non ha speranza di cambiamento ci si può chiedere perché allora la gente debba stare 10/20 o forse per sempre in analisi. E' un gioco perverso anche quello. Se non ci si rimette mai in discussione. E la psicoanalisi non dovrebbe fare eccezione nel dubitare delle proprie certezze. Per dirla alla Hirigoyen "un individuo perverso è perverso sempre; è bloccato in questa modalità di relazione con l'altro e non si rimette mai in discussione. Anche se la sua perversità passa inosservata per un po', si manifesterà in tutte le situazioni in cui dovrà impegnarsi e riconoscere le proprie parti di responsabilità, perché gli è impossibile rimettersi in discussione. Individui del genere possono esistere soltanto "distruggendo" qualcuno: hanno bisogno di sminuire gli altri per acquisire una buona stima di sé e conquistare il potere, perché sono avidi di ammirazione e approvazione. Non hanno né compassione né rispetto per il prossimo, perché il rapporto non li coinvolge. Rispettare l'altro vuol dire considerarlo come un essere umano e riconoscere la sofferenza che gli si infligge." (1998).
    Personalmente, io vorrei scegliere di conoscere la mia natura malvagia o buona; vorrei scegliere se soffrire perché voglio considerare il bene nel mio aggressore perché potrei vedere in lui il mio, di bene, oppure se soffrire per ritrovarmi come soggetto aggressivo.
    Non c'è nessun'autorità che può sostituirsi a me in queste scelte in nome di un aiuto che vuole darmi, ma ci può essere l'autorevolezza che riconosco a chi, nelle proprie interpretazioni è coerente col mio esercizio di volontà.


    Saluti

    PS: non so dove tu abbia letto che io consideri gli psicoanalisti come dei cattivi, ma l'ho presa per una battuta, perché nel caso contrario dovrei pensare ad un'interpretazione forzata dei miei pensieri per scopi distorti
    Non ho altro da aggiungere a ciò che scrivi se non che ogni tanto (non sempre .... se no ti monti la testa ) bisognerebbe farti un monumento, una statua equestre, e metterlo nella piazza principale della tua città

  7. #2587
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Mi unisco anche io nei complimenti a benedetta, che fa una bella sintesi di cosa dovrebbe e non dovrebbe essere una psicoanalisi. Sinceramente non mi ritrovo per nulla nella visione che ne è stata presentata da Alejandro.

    Saluti
    gieko

  8. #2588
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Pero anche io sono d'accordo con te benedetta !!! non sò dove ci siamo persi , fraintesi ... Certo che scherzavo ! Come mai mi leggi cosi scemo ?

  9. #2589
    Partecipante Assiduo
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Comunque insisto... nel nostro paese , Argentina, dopo la dittatura , c'era una sorte di accordo di evitare far psicoanalisi (la tecnica psicoanalitica) ai torturatori , chi riesce a comportarsi in un tale modo difficilmente smetta di farlo. Non è una opinione capricciosa e non credo che voi saresti d'accordo in dargli un istrumento (chi fa analisi ottiene un istrumento -seno cosa è una analisi didattica ?????? cosa pensate sia un analisi didattica?? diversa di un analisi convenzionale ????.... credo che su di me ci sono tanti preguidizi perche non dico che Freud è il passato è che ora si che siamo avanti !!!! )
    Saluti.
    A

  10. #2590
    Partecipante Assiduo
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Quale è la versione presentata da me , dimmi gieko per cortesia perche sempre mi sono trovato molto d'accordo con te e se dici quello sarà che non mi sono espresso con chiarezza , siccome con benedetta ... Forse non sapete a cosa mi riferisco quando parlo di torturatore ... mi dispiace molto (non è una perversione, un torturatore è la cattiveria camminando !!!!)


    ps. non avrei mai pensato che dovevo chiarire di cosa si trattava ... molto di meno pensare che questo non fosse condiviso in un forum di questo livello ... si, sono veramente preoccupato , non ho dubbi o sono stato frainteso o mi sono spiegato male o tutte due le cose...
    Ultima modifica di Alejandro : 22-02-2011 alle ore 15.23.35

  11. #2591
    Partecipante Assiduo L'avatar di marco_84
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    Re: Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omeg

    Citazione Originalmente inviato da benedetta14 Visualizza messaggio
    Lo è quando non si dice chiaramente al paziente che si rivolge ad essa per superare un sintomo e per cambiare che è invece un lavoro che porta alla conoscenza di quanto sia fondante il male nella persona e che non c'è possibilità di cambiare
    ecco, qualche psicoanalista è davvero onesto su questo?
    la mia analista non me lo disse, e quando, negli anni, gliel'ho chiesto esplicitamente, non mi ha mai risposto.
    immagino abbia avuto le sue ragioni (a me ignote), ma ho impiegato qualche anno ad autodistruggere le mie illusioni.

    non è del tutto vero che "non c'è possibilità di cambiare". Si riesce a tendere verso ciò che si è, che è già tanto e comporta cambiamenti nella propria vita.
    Certe cose rimangono irrisolte, non so se perché sono "immutabili" o perché l'analisi non è andata abbastanza a fondo.
    questo fa star meglio? sì, e anche no.

    la questione è che dopo anni di lavoro, con un investimento affettivo ed economico non indifferente, è davvero difficile dirsi che si è delusi.
    io lo sono, relativamente alle mie irrealistiche aspettative iniziali.
    Ultima modifica di marco_84 : 22-02-2011 alle ore 15.37.15
    « Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio » G. Debord

  12. #2592
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Re: Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'

    Caro Marco,
    la questione è complessa, in questo forum è girata parecchio e, quasi, indisturbata l’idea che le nostre strutture sono sostanzialmente immodificabili. Io non sono d’accordo, manco per niente, le strutture si modificano continuamente, anche se noi conserviamo la sensazione di essere sempre gli stessi. Solo se mi guardo in prospettiva mi accorgo di quanto sono cambiato, eppure sono sempre io e gli altri me lo riconoscono. Forse l’Io è una convenzione. L’analisi è uno dei più potenti dispositivi di cambiamento che il mondo moderno conosca e uno dei più profondi, un altro e più sublime dispositivo di cambiamento è l’amore (e da quando faccio terapia di coppia me ne rendo conto ogni giorno di più).
    A volte mi chiedo perché certi teorici della psicoanalisi hanno immaginato queste strutture refrattarie ad ogni cambiamento, inalterabili, universali, fissate una volta per tutte precocemente o addirittura ereditate e che trascendono il soggetto. Forse perché così le strutture stesse diventano semplici, semplificano la teoria, e chi teorizza ha l’impressione di aver trovato la chiave universale per comprendere l’uomo, che non dovrà sforzarsi di volta in volta, analisi per analisi, soggetto per soggetto, di trovare la “sua” verità, la sua struttura, che è unica e appartiene soltanto a quel soggetto, anche se per certi aspetti può assomigliare a quella di qualsiasi altro, per altri a quella di pochi altri, ma per gli aspetti più intimi e profondi sarà peculiarità unica ed esclusiva e nessuna teoria di contenuti può a priori indicarti cosa ci sarà alla fine del viaggio.
    Gli psicoanalisti relazionali addirittura pensano (e io sono tra questi) che l'obiettivo non sia tanto andare a trovare la "verità" del paziente, ma la verità della relazione fra terapeuta e paziente (perché non c'è l'uno senza l'altro, impossibile scinderli, in una relazione qualsiasi cosa accade in funzione dell'altro, accaderebbe qualcos'altro se si fosse di fronte ad un'altra persona).
    Essere ciò che si è non è non cambiare, anzi, se devi diventarlo vuol dire che non lo sei, che sei lontano da te stesso, le difese non ti difendono da rappresentazioni inaccettabili, ma dall’essere ciò che sei, che è la cosa più difficile di questo mondo, la difesa agisce sul soggetto elidendolo in alcune circostanze. E’ sempre più chiaro che alcune persone ricordano perfettamente un trauma, ma lo ricordano come se fosse accaduto a qualcun altro, come se non riuscissero più a viverlo, ad accettare che quel trauma fa parte della propria vita, che è capitato a loro.
    C’è in genere uno scarto fra le aspettative iniziali di un paziente circa gli esiti dell’analisi e gli esiti stessi dell’analisi, per questo io tengo monitorato fin dall’inizio queste aspettative e le faccio emergere per discuterne ogni volta che se ne offre l’occasione: in genere le aspettative maturano col maturare dell’analisi e il paziente si da obiettivi sempre più maturi man mano che procede nell’analisi. Può capitare ad esempio all’inizio che un paziente con attacchi di panico venga in analisi solo per evitare il panico e l’angoscia, ma che poi man mano che procede si trovi interessato a capire come mai crea con gli altri ad esempio rapporti di dipendenza in cui si sente intrappolato, dove avverte in modo cocente la perdita dell’autonomia e della libertà, ma ogni passo verso l’autonomia sia accompagnato da angoscia crescente di poter perdere il legame con l’altro se si ponesse in modo davvero autonomo e non dipendente (è una possibile lettura).

    Un saluto
    Ultima modifica di Megiston Matema : 22-02-2011 alle ore 16.25.22

  13. #2593
    Banned
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    Riferimento: Transfert o relazione (il transfert: "l'alfa e l'omega" d

    Esce "L’effetto Lucifero" di Philip Zimbardo
    Cattivi si diventa


    Siamo tutti figli di Eichmann?

    di Umberto Galimberti (la Repubblica, 12.03.08)

    - L’autore del libro è titolare di un celebre esperimento realizzato a Stanford nel 1971.
    - Alcuni studenti accettarono di fare la parte delle guardie e altri quella dei detenuti.

    Siamo soliti pensare che il bene e il male siano due entità contrapposte e tra loro ben separate, così come i buoni e i cattivi che riteniamo tali per una loro interna disposizione. Per effetto di questa comoda schematizzazione che ci rende innocenti a buon prezzo, noi, che ci pensiamo «buoni», escludiamo di poterci trasformare nel giro di poco tempo in carnefici crudeli, attori in prima persona di quelle atrocità che ci fanno inorridire quando le leggiamo nei resoconti di cronaca o le vediamo in tv.

    Per rendercene conto, e lo dobbiamo fare per conoscere davvero noi stessi, è sufficiente che leggiamo il libro di Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero (Raffaello Cortina, pagg. 650, euro 35). Lucifero, prima di diventare Satana, il principe del male, era il portatore di luce, l’angelo prediletto da Dio. Ciascuno di noi può trasformarsi da Lucifero in Satana, non per predisposizione interna come crede la psicologia quando distingue il normale dal patologico, al pari della religione quando distingue il buono dal cattivo, ma per altri due fattori che sono il «sistema di appartenenza» e la «situazione» in cui ci si viene a trovare.

    Non erano dei criminali per natura Heinrich Himmler e Adolf Eichmann quando portarono a compimento con abnegazione lo sterminio degli ebrei, ma dei «burocrati» con uno spiccato senso del dovere al loro sistema di appartenenza che era l’ideologia nazista. Lo stesso si può dire di Franz Stangl, direttore del campo di concentramento di Treblinka che aveva il compito di eliminare tremila deportati al giorno perché l’indomani ne giungevano altri tremila. «Il metodo l’aveva ideato Wirt. E siccome funzionava, mio compito era di eseguirlo alla perfezione», rispose a Gitta Sereny che in una serie di interviste (oggi pubblicate da Adelphi col titolo In quelle tenebre) gli chiedeva che cosa provava.

    La stessa risposta la diede il pilota americano che sganciò la bomba atomica su Hiroshima a Günther Anders che gli poneva analoga domanda: «Che cosa provavo? Nothing. That was my job (Niente, quello era il mio lavoro)». Quando la responsabilità si restringe e, da responsabilità nei confronti degli effetti delle nostre azioni, si riduce a responsabilità nei soli confronti degli ordini ricevuti, queste risposte sono corrette, così come ci sentiamo tutti noi quando, negli apparati di appartenenza ci limitiamo a eseguire perfettamente il nostro mansionario, i programmi ministeriali nelle scuole a prescindere dalle condizioni culturali in cui si trovano i ragazzi che le frequentano, gli interessi dell’azienda a prescindere dalle condizioni in cui si effettua il lavoro (compresi i morti sul lavoro) e dai prodotti finali del lavoro (più o meno corrispondenti a quello che la pubblicità vorrebbe farci credere).

    Quando la responsabilità non si estende agli effetti delle nostre azioni, ma si restringe alla semplice osservanza degli ordini che ci provengono dagli apparati di appartenenza, allora, come recita il titolo di un libro di Günther Anders, siamo tutti «figli di Eichmann» e come tali subiamo quello che Philip Zimbardo chiama: «L’effetto Lucifero», dove persone perbene, per effetto del «sistema di appartenenza» o per le «situazioni» in cui ci veniamo a trovare, diventiamo, indipendentemente dalla nostra indole, degli oggettivi criminali, capaci di compiere quelle azioni che, fuori dal sistema di appartenenza o dalla situazione concreta, ci farebbero inorridire.

    Philip Zimbardo è uno psicologo sociale dell’Università di Stanford che nel 1971 tentò un curioso esperimento di «prigionia simulata». Con un annuncio sul giornale scelse, tra le centinaia che si erano presentate, ventiquattro persone che, per quindici dollari al giorno, accettassero di fare le guardie e i detenuti in una prigione simulata nell’edificio dell’Università.

    I prescelti erano i più stabili psicologicamente, senza trascorsi di alcol e droga, senza pendenze penali, senza problemi medici o mentali. Insomma ragazzi normali, bravi ragazzi si direbbe se l’aggettivo non fosse denso di pregiudizi. A quelli incaricati di fare la guardia furono assegnati i compiti in uso per gli arresti veri, con la sola avvertenza che dovevano evitare abusi e violenze fisiche.

    Dopo una settimana l’esperimento fu interrotto perché le guardie, che avevano preso molto sul serio il loro ruolo, in un’istituzione altrettanto seria come poteva essere l’università, per una prova seria quanto lo può essere un esperimento scientifico, non per la loro «indole», ma per effetto del loro «ruolo» e della «situazione» in cui si trovavano a operare, si abbandonarono alle più feroci aggressioni fisiche e psichiche non dissimili, scrive Zimbardo, dai modelli nazisti.

    La constatazione ha consentito allo sperimentatore di concludere che la pratica del male o, come lui la chiama: «l’effetto Lucifero», non è una prerogativa di un’indole piuttosto che di un’altra (come ritiene la psicologia, che a sua insaputa ha ereditato lo schema religioso che distingue i buoni dai cattivi), ma è la prerogativa di tutti che, a partire da una «struttura di appartenenza» (una fede, un’ideologia, un apparato aziendale) e da una «situazione concreta» in cui ci si trova a operare (in un gioco vero o simulato di tutori dell’ordine e criminali, o in una guerra che vede contrapposti in nostri ai nemici) chiunque, anche il più buono fra noi è portato a compiere i crimini più orrendi.

    La conclusione è che il bene e il male non sono prerogative di alcuni e non di altri, ma, compresenti in ciascuno di noi si scatenano indifferentemente in tutti a partire dal «sistema di appartenenza» e dalla «situazione» in cui ci si viene a trovare.

    Inorridito da quanto aveva constatato Philip Zimbardo non riuscì a scrivere il resoconto di quanto aveva visto negli anni immediatamente successivi all’esperimento, ma solo quando, nel 2004, fu chiamato in qualità di perito a dare una spiegazione del perché bravi ragazzi, ritenuti tali dopo accurate verifiche, inviati come militari in Iraq, avessero potuto compiere nel carcere di Abu Ghraib abusi così orrendi quali risultarono dalle registrazioni che Zimbardo ebbe modo di visionare dove si vedevano scene ben più aberranti di quelle che le televisioni di tutto il mondo hanno poi diffuso.

    In gioco, scrive Zimbardo, non è tanto l’«indole» di questi militari, quanto l’appartenenza al «sistema esercito» inviato per una «giusta causa» (contro il terrorismo), in una «situazione» che nella fattispecie è di guerra. Ma perché un uomo possa uccidere un altro uomo è necessario che lo «de-umanizzi», che lo riduca a «cosa», in modo che non appaia più come un suo simile, perché solo così può trovare la forza di togliergli la vita.

    A ciò concorre il patriottismo, che spesso è solo una forma appena velata di autovenerazione collettiva, perché esalta la nostra bontà, i nostri ideali, la nostra clemenza e la perfidia di chi ci odia. Creando un quadro in bianco e nero, la guerra sospende il pensiero, soprattutto il pensiero autocritico, e, così mitizzata, diventa una divinità che, come ci hanno insegnato gli antichi greci, per essere adorata esige sacrifici umani. Ma oltre all’autovenerazione per noi stessi, la guerra ci impone di svilire il nemico, per cui veneriamo e piangiamo i nostri morti e restiamo stranamente indifferenti a quelli che ammazziamo noi. I nostri morti e i loro morti non sono uguali. I nostri morti contano, i loro no.

    Di fatto la guerra scatena la nostra latente necrofilia, non solo perché ammazza, ma perché richiede a ciascun combattente una certa familiarità con la propria morte. La necrofilia è fondamentale per il mestiere delle armi, così come lo è per la formazione dei kamikaze. Essa getta in quello stato di frenesia in cui tutte le vite umane, compresa la nostra, sembrano secondarie e soprattutto insignificanti.

    Oltre alla necrofilia, la guerra scatena la lussuria più sfrenata, carica di un’energia sessuale cruda e intensa che ha il sapore della voluttà autodistruttiva della guerra stessa. Perché in guerra gli esseri umani diventano cose, cose da distruggere o da usare per gratificazioni carnali. Quando la vita non vale niente, quando non si è sicuri di sopravvivere, quando a governare gli uomini è la paura, si ha la sensazione che a disposizione rimane solo la morte o il fugace piacere carnale.

    Dopo la guerra c’è l’immane fatica per guarire le ferite che non sono solo quelle fisiche. E c’è chi non ce la fa, e sono i più, perché tutto ciò che era familiare diventa assurdamente estraneo, e il mondo, a cui si sognava di tornare, appare alieno, insignificante al di là di ogni possibile comprensione. L’accumulo di distruttività, vista e seminata, diventa autodistruttività che non conosce limite.

    A questo punto vale ancora la contrapposizione tra il bene e il male? E davvero noi possiamo dividerci in buoni e cattivi? O, come sostiene Zimbardo, la nostra ferocia non è tanto da attribuire alla nostra indole, quanto piuttosto al sistema di appartenenza e alla situazione concreta in cui ci si trova a operare? Se così è, vero eroe non è chi compie le azioni più rischiose o più feroci che i posteri magnificheranno, ma chi sa resistere al sistema di appartenenza o alla situazione concreta che gli chiedono quelle azioni. L’avvertimento di Zimbardo è ovviamente rivolto a tutti noi che, in un modo o nell’altro, sempre ci troviamo in un qualche sistema di appartenenza o in qualche situazione che ci chiede di scegliere se stare o non stare al gioco.
    E se tu stesso Alejandro fossi un torturatore dei tuoi pazienti senza saperlo?
    Io delle volte mi chiedo come mi sarei comportato al posto di qualcun altro, magari avrei fatto pure di peggio, non sento che i cosiddetti cattivi ed i mostri sono così lontani da me, magari sono persone come me.
    La vita è solo una gran tragedia, qualcuno si trova da un lato di una barricata qualcun altro dall'altra e ci si scanna, chi sta dall'altra parte è cattivo per una fazione e viceversa, ecco tutto.
    Quale è la parte giusta? Io posso solo parlare per me, posso stabilire il mondo che vorrei, ma non posso giudicare davvero gli altri, posso combattere per conto mio, ma non dirò di certo a qualcuno che è cattivo, so solo che mi danneggia e che la sua esistenza va contro di me, io sono cattivo verso di lui, lui verso di me.

    Poi Alejandro sai che i gran cattivoni della storia credevano d'esser buoni e che i cattivi erano gli altri?

    Saluti
    Ultima modifica di Char_Lie : 22-02-2011 alle ore 16.51.32

  14. #2594
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    Comunque insisto... nel nostro paese , Argentina, dopo la dittatura , c'era una sorte di accordo di evitare far psicoanalisi (la tecnica psicoanalitica) ai torturatori , chi riesce a comportarsi in un tale modo difficilmente smetta di farlo. Non è una opinione capricciosa e non credo che voi saresti d'accordo in dargli un istrumento
    Non mi sembra che nessuno abbia detto che vorrebbe dare uno strumento "utile" in mano a dei torturatori; ci mancherebbe. Il discorso, era su altri livelli, rispetto alla psicoanalisi. Mi sembra tu abbia fatto uno spostamento di argomento.
    Gaia

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  15. #2595
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    CIao Megiston... oggi mi hanno già picchiato abb. , non vorrei prendere ancora due ...

    Io condivido il tuo post in risposta a marco, la parola struttura non giova a capire dato che si pensa a qualcosa di definitivo , a me piace quella che la definisce seguendo il basso taso di cambiamento , cioè quello che si ottiene non velocemente .

    Vorrei ora porti una domanda: che differenza c'è tra un analisi personale e uno didattico ? Dico questo non innocentemente, porgo la domanda pensando a la discussione precedente dove insisto in non analizzare alle persone che hanno torturato , discussione che tra l'altro mi ha lasciato piuttosto male...
    saluto.

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