Cara Complicata,
a me capita poche volte questo fenomeno (talvolta le attese più o meno coscienti dell'analista creano il fenomeno che si attendono; si parla tanto di transfert erotizzato, che quando ti arriva in studio la prima paziente carina, non vedi l'ora che si innamori di te per provare anche tu l'ebbrezza ....

) e quando succede mi chiedo sempre quanto sia soddisfacente la mia vita erotica, sessuale, sentimentale, emotiva ... caso strano tutte le volte che è successo non era al top, non molto soddisfacente insomma

. Le pazienti “leggevano” certamente questa insoddisfazione, forse anche qualche sguardo un po’ più attento del solito (anche se questo “interesse” era sempre sotto la soglia della mia coscienza) e mi rispondevano sullo stesso piano (ovviamente chi si accorgeva di questo era già “sensibile” a questo o non aspettava che questo). Generalmente, basta esplicitare questa forma che sta prendendo la “relazione”, dove esplicitarla non significa dire alla paziente:”Lei sta tentando di sedurmi!”, o, peggio,:” Lei sta tentando di sedurmi perché mi ha scambiato per il papà edipico con cui da bambina aveva desiderato avere un figlio!”. Significa dire che sia lei che io, magari per motivi differenti, stiamo erotizzando la relazione invece di lavorare analiticamente, cosa per cui siamo li e per cui lei mi ha contattato e continua a frequentarmi e che io mi sono impegnato a sorreggere e ad aiutare.
Per arrivare a questo un analista deve giungere alla “presenza a se stesso” circa ciò che sta accadendo, ciò significa entrarci dentro, ricondurre a sé l’attrazione che prova (questo confligge con l'immagine del "bravo" analista, analizzato, che non proverebbe mai attrazione per una sua paziente e con l'immagine di uomo soddisfatto della sua vita amorosa), non soltanto attribuirla alla paziente, l’attrazione è di fatto relazionale, duale ...amor ch'a nullo amato amar perdona ...

), e solo una
pruderie analitica di vecchio stampo può ancora fare l’operazione di identificazione proiettiva secondo cui l’attrazione che io sento per la paziente non è mia, ma è la paziente stessa che mi sta iniettando la sua attrazione perché non può viverla in prima persona per farmela provare (contenere) prima di potersene riappropriare.
Voglio dire che bisogna riconoscere che l’attrazione c’è, è reale, non riconducibile direttamente a schemi relazionali infantili, ma alle caratteristiche di questa relazione e dei componenti della coppia analitica, che è una fase momentanea nell’arco del processo di questa analisi, che è reciproca (non sapete come si possono incavolare certe pazienti se solo provate a “scaricare” tutto su di loro; e se non dovessero incavolarsi sarebbe persino peggio, perché dovreste domandarvi che tipo di analisi state conducendo), che dobbiamo comprenderla insieme.
Questo in linea generale, per gli altri quesiti che poni dovresti parlarne col tuo analista, perché è nel rapporto con lui che accadono queste cose, altrimenti si moltiplicherebbero le canalizzazioni erotiche e le canalizzazioni analitiche e la tua non sarebbe più una analisi, ma una terapia di gruppo diffusa in diversi setting.
Ciao
