
Originalmente inviato da
lalangue
Come ricordava Meg, l'Io è una specie di sintomo. Ancora di più, e più classicamente, l'Io è l'interfaccia tra le esigenze pulsionali dell'Es e la realtà esterna.
Nel campo delle nevrosi, l'angoscia rappresenta un momento di vicinanza con l'Inconscio e la fatica di averci a che fare (da ambo le parti). L'interpretazione è perturbante perché consente un ulteriore e più stabile contatto con questi contenuti (rimossi o no), permettendo una migliore azione dell'Io ("Wo Es war, soll Ich werden").
In ambito non-nevrotico, l'angoscia è il segno tangibile di un Io che non riesce a far fronte a tutte queste richieste. Un passo in più e crolla. Una delle operazioni possibili è di abbassare il livello delle richieste, di lasciar respirare l'Io, di aumentare le sue capacità di arginare l'Inconscio e di far sentire il soggetto un po' più padrone di se stesso e un po' meno in balìa del mondo.
Il vizio degli analisti (Melanie Klein ne sa qualcosa) è quello dell'edipizzazione precoce: si tratta come intrapsichico un conflitto che non è stato mentalizzato dal paziente (e non lo diventerà certo grazie ad un nostro intervento "pedagogico"). Char_Lie, per come riporta le sue difficoltà sul forum, non ha alcuna intenzione di affrontare la questione a livello di conflittualità interna. Tutte le "proiezioni" e tutte le sue difficoltà "relazionali" sono lì a ribadirlo.
Tornando al tema del thread, consentitemi un parallelo non proprio corretto: il transfert che alcuni di noi hanno rispetto ad altri utenti (le simpatie che nutriamo nei confronti di alcuni utenti che, con i loro contributi, entrano in risonanza con noi; le antipatie che abbiamo rispetto ad altri, che sentiamo più come dissonanti nel loro modo di pensare o di scrivere) è di livello ben diverso rispetto al transfert totalizzante di Char_Lie, che accetta o rifiuta in blocco, mettendo in discussione non le singole idee, bensì l'intera immagine dell'altro e di se stesso.
Il salto generazionale tra Freud, Bion e Lacan (mediato da Ferenczi, Abraham e Melanie Klein) è rappresentato dalla questione non-nevrotica e del trattamento di pazienti che non siano in grado di trattare la loro conflittualità a livello edipico-simbolico-mentalizzato. Il conflitto non è più intrapsichico. La dinamica del desiderio non ci aiuta molto a comprendere il paziente o, se ci aiuta, non ci dà gli strumenti per agire a livello psichico sul paziente stesso.
Interessante, da questo punto di vista, la matematizzazione proposta da Wilfred Bion che, con le sue funzioni (funzione α ed elemento β, per citare quelli che mi serviranno), riesce a costruire un metamodello esportabile. L'elemento β non esclude, di per sé, la presenza di una pulsione sottostante. In ambito nevrotico (e Bion diceva di ritenere valida la teorizzazione di Freud in proposito) è bene occuparsene in tal senso, pensando che la forma che prenderà l'elemento sarà in funzione della pulsione e del desiderio. In ambito non-nevrotico, l'elemento β può consentire al clinico di pensare ad un contenuto ancora da elaborare, senza necessariamente considerare la pulsione sottostante (con tutta probabilità esistente, ma, con altrettanta probabilità, inutilizzabile col paziente).
Ricordo, in ultimo, che le difese sono funzionali e al mantenimento dello status quo (e, come tali, disfunzionali in ambito nevrotico) e al mantenimento di un equilibrio psichico (vedi l'utilizzo massivo della dissociazione nei disturbi post traumatici, dei quali abbiamo tristi esempi nella cronaca).