Comunque quando parlate di "io" dovreste mettervi d'accordo prima di tutto rispetto a cosa volete intendere. Secondo me non è di secondaria importanza che un termine d'uso comune linguistico, una particella usata in certi linguaggi è stata in qualche modo oggettualizzata nei più svariati modi.
C'è chi sostiene che l'io dovrebbe avere tra le sue funzioni l'esser cosciente ad un certo livello, e pure qua dall'uso comune del termine questa cosa non si può dedurre. Quando mi mostrano una foto di quando ero in fasce e mi vien detto "quello eri tu", ed io rispondo "sì quello ero io", allora già questa idea va a farsi benedire, perché allora all'epoca della foto, quando ero in fasce, è dubitabile che abbia avuto già questa forma di coscienza così sviluppata come ce l'ho adesso, eppure ero già me stesso, ero già questo "io" qua (Questo me stesso), che conosco ora.
Essere qualcuno non implica il riconoscersi come tale e riconoscersi come tale non implica l'esser quella persona davvero.
Per me l'essere qualcosa o qualcuno non è detto che coincida con la condivisione, io e te possiamo esser d'accordo su cosa o chi io sia, e comunque sbagliarci entrambi, così come mi potrei sbagliare io da solo. Se si insinua il dubbio poi va ad insinuarsi a vari livelli.
Pure questa costruzione della coerenza con quel che ci raccontano gli altri di essere, non so se sia davvero salutare (non è affatto vero che pensiamo di esistere in certi modi grazie a quel che ci viene raccontato, crediamo di esistere anche contro quel che ci viene raccontato), perché ci si dovrebbe fidare più degli altri e meno di noi stessi? Galileo Galilei ha ragionato per sé, ha piazzato un cannocchiale e ha cercato di vedere com'era la luna davvero non fidandosi, non è che ha cercato di costruire una qualche coerenza con quel che gli veniva raccontato all'epoca rispetto a cosa si credeva che la luna fosse.
L'idea che la verità sia una sintesi dialettica per me è una stupidaggine, perciò a mio avviso buona parte dell'idealismo si può anche trascurare. Se una persona non si riconosce allo specchio così come ci riconosciamo noi altri per me non è nemmeno matta, tutto sommato non è più irragionevole di noi altri che diciamo di essere quella persona là, pure noi possiamo sbagliarci rispetto a questo. Insomma potremmo essere noi "coscienze sane" da questo punto di vista qua ad aver torto mentre quella "più malata e disturbata" aver ragione.
Con l'autocoscienza potremmo aver imboccato una strada falsa ed inconsistente senza rendercene conto. Si osserva un fenomeno e contemporaneamente si rappresenta una entità che osserva il fenomeno (cioé il soggetto che dovrebbe rappresentare il fenomeno, al quale poi ci si riferisce col termine "io"). Mentre la prima è una percezione diretta ed in qualche modo direi più sicura, la seconda è solo una rappresentazione indiretta che viene postulata perché tutta la coscienza non può essere un fenomeno che viene percepito dalla coscienza stessa. Una mente cosciente può solo autorappresentarsi oggettivamente in qualche modo, non può percepire che percepisce così come percepisce certi altri fenomeni. Insomma non può autocontenersi realmente. Così come una sequenza di lettere "zzz" non può contenere sé stessa come sottosequenza propria (perché tutte le sequenze di lettere che contengono "zzz" come sottosequenza propria, come ad esempio "zzzz" non possono coincidere con "zzz") allo stesso modo non può esserci una riflessione lucida, ma solo una forma di autorappresentazione incerta. Ad esempio il campo visivo non è una macchia del campo visivo perciò in un certo senso "il nostro campo visivo" non lo vediamo affatto come le macchie contenute in esso, lo rappresentiamo soltanto, postuliamo questa esistenza.
Così come non è possibile esperire alcun oggetto ma solo fenomeni, allo stesso modo non è possibile mai vedere direttamente il soggetto, si postula che il contenitore e la causa delle percezioni (del sentir dolore, ascoltare un suono, ricordare ecc. ecc.), sia questo soggetto, ma non c'entrano nulla gli altri in tutto questo, possiamo anche eliminarli dal nostro discorso gli altri per un attimo, sorgerebbe lo stesso problema, non ci si può tirare fuori dall'acqua in nessun caso.
Gli oggetti e quindi anche il contenitore di fenomeni (la coscienza, un altro ente che non è un fenomeno) non sono percepiti mai direttamente. Va postulata l'esistenza di entrambi, in fin dei conti c'è solo un mondo di fenomeni, nessuna coscienza, nessun soggetto, nessun oggetto.
Insomma per buona pace di tutti si suppone ed assume che un "contenitore" del genere esista (al livello più fenomenologico, una coscienza, che quantomeno osservi e contenga certi fenomeni, al livello più concreto e materiale un agente che rappresenta un mondo materiale tramite fenomeni ed agisce in esso), ma nessuna serie di percezioni ne può fare esperienza diretta, né costruirlo davvero questo soggetto, questo soggetto o esiste o non esiste, e non si può sapere davvero quale dei due casi sia vero, nessuna convinzione può generare una verità effettiva del genere. Possono esserci fenomeni e percezioni senza soggetto? Chissà, può darsi... Non potrebbe esser così?
"Penso dunque sono" è un argomento formulato male se si ragiona bene, bisognerebbe formularlo così "pensare dunque penso", in questo modo si comprende bene dov'è la fallacia, può esistere il pensare come attività ma ci può non essere alcun pensatore. Un mondo di entità fenomeniche non è un soggetto, se esistono A, B e C come fenomeni non si può dedurre che debba esistere un D che li "contiene" e li rappresenta.
Personalmente credo di esistere sia come osservatore che come agente (uso spesso il realismo ingenuo senza nemmeno rendermene conto), ma sinceramente non so giustificare perché ci credo ed è così radicata 'sta credenza, sono totalmente irrazionale in questo
, non di più però di chi non ci crede a vari livelli e "non è capace" di distinguere il mondo di fenomeni osservato da un soggetto che osserva questo mondo e lo contiene, io invece "non sono capace" di fare il contrario. Quelli che praticano certe discipline spirituali la trovano addirittura auspicabile questa condizione: Megiston per questi qua, quella dell'esser presenti (a sé stessi o in qualsiasi altro senso) è una convinzione patologica da cui ci si dovrebbe addirittura liberare.
E' problematica 'sta cosa, perché poi non ci sarebbe nemmeno qualcuno che non crede che è vera l'altra descrizione
. Comprendo certe descrizioni, ma le mie ragioni del cuore ci fanno un po' a pugni.
Un saluto